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Scritto da: Città e Territorio Mosaico Professione e Formazione

Tante idee, molte code, poca architettura

Tante idee, molte code, poca architettura
Cronaca e bilancio del Congresso UIA di Barcellona 2026. Un racconto da cui emerge una geografia internazionale rinnovata, ibrida e sperimentale, di temi, nomi e questioni. Dieci (s)punti per ragionare sull’eredità futura dell’appuntamento catalano

 

BARCELLONA (Spagna). Abbiamo visto poca architettura nel senso tradizionale del termine in questo Congresso mondiale, a cui ilgiornaledellarchitettura.com ha partecipato come media partner e che si è svolto tra fine giugno e inizio luglio. In compenso, abbiamo aperto gli occhi su una disciplina che va molto oltre il mattone, e mai come oggi. Pochi edifici, molte idee. Un congresso per pensare, non per costruire, lontano forse dal fare quotidiano della professione, ma che ha senz’altro aperto a sguardi nuovi sul suo significato.

 

Numeri alti, nessuna gerarchia

Oltre 200 tra conferenze e dibattiti, una quarantina al giorno, distribuiti in tre sedi diverse; una rincorsa francamente estenuante, anche a causa delle temperature inclementi (ringraziamo l’aria condizionata).

Molto, tanto, forse troppo. L’effetto da FuoriSalone garantito e condiviso: l’ansia della scelta e la sensazione costante di perdersi sempre qualcosa di altrettanto (o forse di più) interessante. Tutto previsto dai curatori, che hanno paragonato l’evento al Primavera Sound Festival, tenutosi un mese fa nella location delle Tres Xemeneies: compiere delle scelte comporta delle rinunce. Le circostanze hanno dunque imposto l’accettazione di un certo grado di improvvisazione, un’attitudine becoming che però ha propiziato incontri inaspettati. La maratona ha ripagato con molti input, contenuti eccezionali e un contagioso ottimismo collettivo.

Il Congresso si è concluso con le cifre previste, che non si discostano poi tanto da quelle di Barcellona UIA 1996, riconfermando il potere catalizzatore della città: più di 10.000 presenze tra professionisti, studenti (una buona fetta) e istituzioni, arrivati da 130 Paesi, con più di 30.000 visite alle attività principali nelle diverse sedi, e più di 2.000 partecipanti agli itinerari organizzati. Poche le archistar, inserite nel panel per lo più non come protagoniste assolute, ma affiancate da host, studi giovani, ricercatori e attivisti, incalzati da un formato che ha cercato di attenuare le gerarchie tradizionali, grazie a un programma costruito per dare (quasi) lo stesso peso a un vincitore del Pritzker e a un collettivo di housing cooperativo.

L’obiettivo di garantire un equilibrio tra pratiche affermate ed emergenti, generazioni diverse e approcci interdisciplinari è stato assolto, con qualche riserva sulla provenienza geografica, perché il continente africano è pur sempre in minoranza. Anche tra il pubblico: una delegazione di 92 architetti, trenta dei quali arrivati dalla sola Angola per sostenere la candidatura di Vity Claude Nsalambi (Presidente dell’Ordine degli Architetti dell’Angola) alla presidenza UIA, arrivato poi secondo a Zhang Li, eletto nuovo Presidente per il triennio 2026-2029. Anche il Congresso più consapevole resta, in fondo, una macchina elettorale.

 

Tre Ciminiere sul mare: scenografia perfetta

La prima lezione non è arrivata però da un palco, ma dalle code interminabili per accedere alle sale conferenza dove i fricchettoni di ieri sono diventati le vere star del congresso. Una scoperta che apre a scenari di interesse alternativi, spalancando le porte a una realtà professionale più complessa e transdisciplinare, politica e collaborativa. La scelta delle Tres Xemeneies come location è stata un successo: una scenografia perfetta per veicolare il tema del congresso.

A cominciare dalla performance inaugurale, firmata da CaboSanRoque con Estudio Cube. Una coreografia all’aperto, svoltasi davanti a oltre 5.000 persone, che ha visto come protagoniste tre altissime gru, i cui movimenti coordinati uniti a un sistema di fari, proiezioni e musica sperimentale, hanno trasformato il cantiere a cielo aperto nella prima grande scenografia del congresso. L’esposizione principale, allestita sui tre livelli della Sala delle turbine, è piaciuta molto agli architetti, ma ci si domanda come la troverà il pubblico (visita gratuita fino al 19 luglio).

I 6 “Becoming” sono stati tradotti in 12 installazioni (Research by Design) dal carattere per lo più ottimista: tranne una, quella di Forensic Architecture su Gaza, che ha scelto l’oscurità del piano interrato per rappresentare una cartografia del genocidio a partire dalla desolazione del terreno dopo la guerra. Attraverso la modellazione 3D e i dati open source, si rende visibile l’impatto distruttivo della militarizzazione del territorio, i crateri lasciati dalle bombe e lo studio della degradazione del suolo agricolo. Il rilievo architettonico diventa uno strumento fondamentale per trasformare l’architettura in prova giudiziaria. Forensic dimostra come lo spazio non sia mai neutro, ma custodisca i segni del potere e dei conflitti.

Con una pratica legata alla responsabilità spaziale il collettivo britannico ridefinisce i confini della disciplina: l’architetto non è più solo colui che costruisce, ma un investigatore capace di svelare i segreti degli Stati.

 

Vietato demolire

Altrettanto politico e provocatorio lo studio del tedesco Brandlhuber+, presentato insieme al collettivo HouseEurope! Qui l’attenzione si sposta sul vero motore che modella le nostre città: le leggi, i regolamenti edilizi e i sistemi economici. Con una tesi radicale: la demolizione dell’esistente deve essere l’ultima opzione possibile, se non un vero e proprio crimine ecologico e sociale, perché i benefici del new green richiedono decenni per compensarne l’impatto.

Il recupero degli edifici non solo salva il pianeta, ma preserva il tessuto sociale, evitando la gentrificazione. Unendo attivismo politico e analisi architettonica Brandlhuber+ e HouseEurope! hanno presentato una proposta per spingere il Parlamento Europeo a introdurre una “tassa sulla demolizione” e incentivare fiscalmente solo il restauro e il riuso adattivo. “Dobbiamo cambiare la legislazione per costruire meglio – ha affermato Arno BrandlhuberE fino ad allora dobbiamo essere creativi per aggirare questi requisiti insensati”. Aggiungendo la richiesta di ritirare l’edilizia abitativa dall’approccio capitalista monetario. Un architetto, dunque, che non è più colui che “disegna il nuovo”, ma che “negozia con l’esistente”, intervenendo innanzitutto sui codici legislativi.

 

Alghe e macerie

Il collettivo belga BC architects & studies & materials si è sporcato le mani, presentando una ricerca che dimostra come la biologia marina e l’economia circolare possano insieme decarbonizzare l’edilizia: le alghe del Mediterraneo, combinate con gli scarti minerali delle demolizioni potrebbero sostituire i leganti chimici e il cemento tradizionale sfruttando le proprietà bio-chimiche delle alghe.

Lo studio ha mostrato come questa interazione generi una nuova famiglia di materiali bio-mineralizzati attraverso tre applicazioni principali: intonaco (Algae Plaster), malta (Algae Mortar) e blocchi estrusi (Algae Blocks). Sorprendenti i risultati: oltre alla solidità strutturale, ci sono sfumature e tavolozze cromatiche naturali uniche e vibranti. Per il collettivo belga la professione deve aprirsi alla ricerca sul campo, alla costruzione e alla tutela delle risorse naturali.

 

Comportamenti notturni, e il loro disegno

Il rifiuto dell’architettura industriale e l’uso consapevole delle risorse sono alla base anche della filosofia di Atelier Bow-Wow che promuove l’architectural behaviorology. L’installazione “Nocturnal Behaviorology” sviluppata con il Tsukamoto Lab e alcuni studenti di architettura traduce su carta l’adattamento delle città all’aumento delle temperature ripensando la mobilità, le infrastrutture e la vita notturna.

La restituzione grafica della ricerca passa per alcuni disegni in formato maxi, che rappresentano delle etnografie notturne di una manciata di metropoli del mondo. Opere che mappano la trasformazione dello spazio pubblico dopo il tramonto, registrando la vita sociale, le attività e le strategie di adattamento climatico attraverso la meticolosissima precisione dell’assonometria a mano libera. Proprio sul ritorno al disegno hanno insistito anche in conferenza gli architetti giapponesi: disegno inteso come come forma di resistenza contro lo strapotere della tecnologia. La via che promuove Bow-Wow è quella dell’autocostruzione con materiali locali, come risposta sostenibile alle sfide climatiche e alle reali necessità degli abitanti.

Sguardo al diverso

“Piaceri Pubblici: Le Architetture della Cura e del Desiderio” è l’installazione progettata dallo studio MAIO (Anna Puigjaner) insieme a Pol Esteve Castelló e Care (ETH Zurigo). Quella che a prima vista appare come una sala di bondage, con una selva di catene pendenti dal soffitto, anelli e arnesi vari in cuoio nero, musica elettronica in sottofondo e un maxischermo con scritte in colori psichedelici, si rivela uno studio dedicato al collettivo degli ex giovani degli anni Ottanta amanti della musica techno: una proposta adattata e adattabile che non esclude gli anziani (e i disabili) dalle sale da ballo meno tradizionali e che viene incontro alle esigenze del corpo con sistemi leggeri e di facile montaggio, senza necessità di introdurre grandi modifiche allo spazio.

L’architetto viene scardinato dall’ambito individuale e trasportato in quello comunitario; diventa facilitatore e agente di emancipazione sociale.

 

Collaborare salva la vita

Tra i tanti input del Congresso, è evidente più che mai che la professione non si gioca più da tempo nel rapporto architetto-cliente. Da dibattiti e relatori emerge una galassia di direzioni e possibilità e un comune denominatore: la collaborazione. Tra professionisti, ma anche con la comunità, e con il territorio e le sue risorse naturali. Boonserm Premthada, con il suo progetto “Elephant World”, giunge a sfidare la platea ad ampliare il concetto di utente/cliente a tutte le specie viventi. Dunque la condivisione come atteggiamento alla base del processo creativo e costruttivo, un design by doing che non si impone, ma che cresce in modo organico e collettivo.

Spazio quindi al co-design e al al co-living, con uno sguardo che promuove il modello abitativo inteso come progetto comunitario e non come prodotto immobiliare destinato a un cliente individuale. Provocatorio in questo senso Jan Gehl, che critica l’architettura birdshit o helicopter view che non tiene conto delle esigenze reali della popolazione. Alto livello culturale dei contenuti e grande convergenza sui valori e sull’etica dunque. Anche se a volte si fatica a immaginare una convergenza di interessi tra professionisti provenienti da continenti e realtà tanto eterogenei.

 

La crisi in un Manifesto

Meno presenti nei giorni di Congresso gli strumenti operativi e alcuni temi controversi come la regolazione del mercato, l’edilizia pubblica, la gestione professionale, i processi costruttivi. Sulla precarietà della professione e la burocrazia asfissiante si è fatto sentire un gruppo di architetti catalani che ha organizzato una performance pubblica presso il CCIB (International Barcelona Convention Center) dove ha letto il manifesto “Architetti in crisi: architettura ferita”.

Il collettivo ha messo il dito nella piaga: tariffe stracciate, sistema di appalti al massimo ribasso e burocrazia asfissiante sono il pane quotidiano di chi materialmente fa architettura e discutere di sostenibilità globale ha poco senso quando la professione è economicamente fragile. Grazie all’appoggio del COAC e dei vertici della UIA la mobilitazione è riuscita a trasformarsi in un mandato politico internazionale che la la International Unione of Architects utilizzerà per fare pressione nei prossimi anni.

 

Contraddittorio e ruolo politico

Tornando ai dibattiti, un po’ deludente la figura del Critical Antagonist. Pensato per introdurre attrito nelle sedute plenarie, si è rivelato, spesso, poco antagonista e poco dissonante: una domanda a testa, dieci minuti di tempo per rispondere con un monologo, e poi il turno successivo, senza un vero contraddittorio. Di cui si è sentita la mancanza. La vera frizione è emersa nell’agorà di fine giornata, dove una quarantina di relatori si ritrovavano a confrontarsi in modo informale.

È qui che sono emersi alcuni dei temi più caldi e le domande più scomode. Per citarne uno: Nadia Habash, prima donna eletta alla guida dell’Ordine degli Ingegneri e Architetti palestinesi, ha chiesto formalmente di estromettere il Consiglio nazionale israeliano, denunciando la promozione e la partecipazione a concorsi all’interno dei territori occupati, in aperta violazione delle regole UIA. Equiparando questo tipo di architettura a uno strumento di colonizzazione, la Habash ha ricordato il precedente del Consiglio nazionale sudafricano, espulso nel 1985 dalla UIA per via dell’apartheid (poi riammesso nel 1994).

La risposta del curatore Pau Bajet ha messo a nudo un limite del ruolo curatoriale: “Aver invitato relatori come Forensic Architecture e Habash è già una presa di posizione. Ma noi non siamo la UIA, abbiamo solo vinto il concorso per la curatela”. “E la Russia?” la domanda di un’architetta dal pubblico. Nessuna risposta, ma un indicatore di quanto il tema della responsabilità politica dell’architettura resti, nella pratica, irrisolto.

 

Il coro finale, tra impegni e ottimismo

Qualcuno si è lamentato che le politiche abitative legate al fenomeno della gentrificazione siano state poco presenti nei dibattiti. Arno Brandlhuber ha aggiunto che “chi non conosce il valore del metro quadrato di mercato non può dirsi un architetto”.

Jan de Vylder (vincitore del Premio Mies Van der Rohe 2026 insieme a Inge Vinck) ha sottolineato la capacità dell’architetto di abbracciare e comprendere la complessità, ma ha anche chiesto a gran voce di soffermarsi a riflettere sul significato attuale della parola “Architettura”.

Emerge con forza la necessità di costruire alleanze e il dibattito finale, moderato con disinvoltura da Federica Zambeletti, si conclude con la proposta di Meriam Chabani: “Dobbiamo andare via dal congresso non con più amici, ma con più alleati”, a cui fa eco Tatiana Bilbao lanciando un compito per tutti i presenti: “Ciascuno deve scegliere una persona che la pensa in modo completamente diverso e discutere del pianeta con lei”.

Al di là dei contenuti, il dibattito corale informale resta la vera chicca di questa edizione. Unanime il consenso sulla scelta della location per l’Open Forum di fine giornata. Ora del tramonto, infradito e birra in mano, sedie pieghevoli in cerchio, tra il mare e le magnifiche ciminiere, è stato probabilmente il formato più riuscito dell’intero programma. Senza copione, senza moderazione rigida e con una struttura orizzontale partecipativa, che cancella la distanza tra i relatori e l’architetto della strada e lo studente. Perfetta sintesi del messaggio curatoriale di questa edizione: abitare l’esistente con ottimismo e guardare alla professione da altre prospettive. Appuntamento tra tre anni, a Pechino.

Immagine di copertina: Congresso UIA, Barcellona, 2026 (© Francesca Comotti)

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Tag: , , , , , , , , , , , , , Last modified: 10 Luglio 2026