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Le settimane speciali di Milano: ecco le mostre che durano

Le settimane speciali di Milano: ecco le mostre che durano
Conclusa l’abbuffata di eventi della Design Week, visita e critica ad alcune mostre da visitare nelle prossime settimane. Tra Triennale, ADI e Fondazione Magistretti

MILANO. Nelle ultime settimane, tra Milano Art Week e Milano Design Week, la città si è trasformata in un palinsesto diffuso di mostre e sperimentazioni. In questo ricco contesto, abbiamo selezionate 5 sguardi distinti che raccontano in maniera differente il linguaggio del design e l’approccio al progetto. A emergere, come filo conduttore, è una tensione condivisa verso linterdisciplinarità, il costante rapporto tra architettura, ingegneria, design e arte.

 

Un alfabeto del design

Alla Triennale, fino al 6 settembre 2026, sarà visitabile la mostra su Edward Barber e Jay Osgerby a cura di Marco Sammicheli, con progetto di allestimento di studiomille. Esplora tre decenni di attività nel campo del design, dai primi progetti di arredamento e prodotto, alle grandi commissioni pubbliche e alle collaborazioni con marchi italiani e internazionali, ripercorrendo levoluzione del lavoro di studio e la sua influenza sul panorama del design italiano e internazionale. La mostra si intitola “Alphabet” perché prende spunto dalla volontà di passare in rassegna lalfabeto formale che si è sviluppato nel corso della loro carriera, che si attesta su alcuni elementi base come il deliberato uso del colore e il ricorso a curvature tecniche e gradazioni di angoli, che esplicitano la sofisticazione e la tecnologia dei loro progetti nel corso degli anni. Marco Sammicheli cita direttamente la studiosa dellingegneria strutturale Roma Agrawal, che nel libro “Dadi e Bulloni. Sette piccole invenzioni che hanno cambiato (parecchio) il mondo” edito da Bollati Boringhieri nel 2023, afferma che “lingegneria è una disciplina vastissima, ma alcune delle sue più grandiose conquiste sono state raggiunte su piccola scala […] Si tratta della leva, dellasse, della ruota, della puleggia, del piano inclinato, del cuneo e della vite. Sono meraviglie del design passate attraverso molte iterazioni e forme diverse, e in continua trasformazione […] Lingegneria è lincontro tra scienza, design e storia. Ha a che fare con le esigenze degli esseri umani con la creatività, con lindividuazione dei problemi e di soluzioni mai tentate prima. Ha a che fare con il tentativo di migliorare la nostra vita”; per il curatore questi sono i modi e i mondi a cui i due designer inglesi sono stati iniziati per attitudine personale, per predisposizione negli anni della formazione al Royal College of Art di Londra, per curiosità intellettuale nel corso della loro carriera. Lidea messa in scena è quella di un design come sistema, gli oggetti non si presentano come elementi autonomi ma piuttosto come variazioni interne a un vocabolario ridotto, costituito da regole compositive replicabili e ben riconoscibili. La forma è dunque controllata, grammaticale, e il progetto è come una parola, risultato di una sommatoria di lettere, di un alfabeto appunto, capace di generar molteplici configurazioni. Il risultato è un progetto che acquisisce una forte valenza astratta dove la coerenza con il linguaggio prevale sulla specificità del contesto. 

 

Vico Magistretti e il Giappone

Diversamente, ma non in opposizione, può essere letta la mostra “Vico Magistretti e il Giappone”, dove invece il progetto non si struttura come un sistema chiuso, ma come un processo di attraversamento, un continuo lavoro di assorbimento, selezione e reinterpretazione. Il Giappone, dunque, non è un repertorio di forme, ma una matrice culturale che agisce su modo di intendere lo spazio, la misura, lessenzialità, e la riduzione non è una codifica, ma unesperienza, la stessa che gli studenti dellEcole Cantonale dart de Lausanne, hanno fatto per produrre le miniature delle principali tipologie di arredo affrontate da Magistretti: sedie, divani, tavoli, librerie, armadi, lampade e letti. Oltre venti progetti vengono riletti e presentati attraverso tre concetti estetici della cultura giapponese – wa, la bellezza armonica e lequilibrio; iro, il senso del colore; iki, leleganza della rinuncia – che si rileggono nel fare di Vico Magistretti, come scrive Davide Fornari, curatore della mostra, dove la sensibilità alla giapponesità si rivede nella semplicità delle forme, nellimpiego di materiali naturali e in unattitudine progettuale che intreccia tecniche artigiane, estetica e vita quotidiana in un insieme coerente, sobrio e misurato”.

Il terreno comune tra queste due mostre risiede proprio in questa tensione verso lessenziale. Se per Barber & Osgerby il progetto è il risultato di unoperazione sistematica che elimina il superfluo per chiarire la struttura avvicinandosi a una grammatica universale, per Magistretti il progetto è il risultato di una essenzialità pratica, di adattamento e traduzione, profondamente contestualizzato, capace di trasformarsi nel contatto con laltro. Appare chiaro dunque che, se da un lato il rischio dellutilizzo di un alfabeto è lautonomia, e la conseguente perdita di relazione con il contesto, dallaltro, la forza della traduzione è invece la sua apertura, ma al prezzo di una minore accertabilità. Tra sistema e relazione il design contemporaneo oscilla ed è instabile, ma è questa tensione che genera un terreno fertile: non tanto scegliere tra grammatica e traduzione, quanto costruire alfabeti capaci di restare permeabili alle differenze.

 

 

Le case degli Eames

Si torna in Triennale con The Eames Office e Kettal che riportano al centro una dimensione meno raccontata del lavoro di Charles Eames e Ray Eames con “The Eames Houses”, uninstallazione che per la prima volta restituisce una visione ampia e coerente della loro architettura residenziale. Un lavoro nato da anni di ricerca, che mette in luce quanto il loro pensiero su prefabbricazione, modularità e abitare a misura duomo sia ancora sorprendentemente attuale. Il percorso affonda le radici nei progetti degli anni Quaranta e Cinquanta e prende forma attraverso lEames Pavilion System, un sistema modulare contemporaneo sviluppato insieme a Kettal. In mostra, due grandi padiglioni a grandezza reale dialogano con modelli di 8 case – alcune mai esposte prima – insieme a disegni, film e fotografie provenienti dagli archivi Eames, componendo un racconto ricco e stratificato. Fondato nel 1941 a Los Angeles, Eames Office ha attraversato architettura, design, cinema e molto altro, contribuendo a ridefinire lidea stessa di studio progettuale. Dopo la scomparsa dei due designer, è diventato un punto di riferimento per la tutela e la diffusione della loro eredità, oggi portata avanti dalle nuove generazioni. Ospitata alla Triennale di Milano, la mostra è accompagnata dal volume “The Eames Houses”, pubblicato da Phaidon, primo studio completo dedicato alle loro abitazioni. Ne emerge un ritratto più complesso: non solo designer di arredi, ma autori di unidea di architettura come sistema aperto, pensato per essere accessibile e replicabile, oggi più che mai attuale di fronte alla crisi abitativa globale.

 

ADI: il ritmo lento di Haruka Misawa

Se il lavoro degli Eames costruisce sistemi complessi per ripensare labitare, allADI Design Museum “bit by bit” sposta lo sguardo su una scala opposta ma complementare, quella del dettaglio e della percezione. Qui prende forma la prima mostra personale in Italia dedicata a Haruka Misawa. Più che unesposizione, è un invito a rallentare e a osservare da vicino ciò che normalmente resta sullo sfondo, per scoprire come il progetto possa rendere percepibile limpercettibile. Il titolo – “un poco alla volta” – racconta il suo metodo. Un processo fatto di avvicinamenti progressivi, minime variazioni, gesti essenziali. In un contesto dominato da immagini veloci, Misawa sceglie lopposto: lavora sullordinario, su materiali comuni come carta, filo, legno, oggetti semplici che, attraverso azioni elementari – piegare, incidere, sovrapporre, togliere – rivelano qualità inattese. La carta, in particolare, diventa il terreno principale di esplorazione. Può restare sottilissima e allo stesso tempo generare profondità, trasformarsi in forme complesse, suggerire volumi e superfici senza mai perdere la propria natura. Strati, tagli e piccole variazioni aprono spazi inattesi, mentre segni guidati da venature naturali mettono in discussione il confine tra controllo e risposta del materiale. Il percorso si sviluppa come una sequenza di micro-scoperte. Ogni lavoro chiede attenzione più che interpretazione: anche elementi familiari, come segni, forme o oggetti quotidiani, perdono la loro funzione abituale per diventare possibilità. In alcuni casi, la materia sembra reagire e muoversi, come se fosse attraversata da una vitalità propria; in altri, suono e forma si intrecciano, aprendo a percezioni nuove. Il percorso di Misawa riflette questa stessa attitudine alla ricerca. Dopo gli studi alla Musashino Art University, ha lavorato presso lo studio nendo, per poi entrare nellHara Design Institute del Nippon Design Center, fondato da Kenya Hara. Dal 2014 dirige il Misawa Design Institute, affiancando alla pratica progettuale anche linsegnamento come professoressa associata. “bit by bit” diventa così un esercizio dello sguardo. Un modo per accorgersi che, proprio nelle cose più semplici, si nascondono trasformazioni sottili. E che, per vederle, basta concedersi il tempo di osservare: poco alla volta.

 

Le combinazioni Man Ray

Se Misawa lavora per sottrazione e micro-trasformazioni della materia, la mostra dedicata a Man Ray sposta ulteriormente il discorso, portandolo sul piano del linguaggio e del significato. C’è infatti un filo costante nella sua ricerca che attraversa parole, immagini e soprattutto oggetti, trasformandoli in un unico sistema di significati mobili. “Man Ray: M for Dictionary” si costruisce come un vero dizionario visivo, dove ogni elemento diventa occasione per ripensare il rapporto tra arte e design attraverso il linguaggio. Fin dallinizio, Man Ray affronta loggetto non come forma conclusa, ma come possibilità. Gli assemblaggi che realizza non sono sculture in senso tradizionale, ma combinazioni di elementi quotidiani che cambiano identità attraverso lo sguardo e il titolo. Un oggetto non viene modellato: viene accostato, spostato, ribattezzato. È in questo slittamento che nasce il senso. Opere come “L’Énigme dIsidore Ducasse” – un oggetto avvolto e reso irriconoscibile – o “Object to be Destroyed”, con un occhio fissato su un metronomo, mostrano con chiarezza questa logica. Oggetti comuni diventano dispositivi ambigui, sospesi tra ironia, tensione e mistero, dove la funzione scompare e resta solo la trasformazione del significato. Lo stesso accade nei rayographs, dove chiavi, pettini, pipe o utensili domestici vengono disposti sulla carta fotosensibile e impressionati dalla luce senza macchina fotografica. Loggetto smette di essere rappresentato e diventa traccia diretta, quasi linguaggio autonomo. In questa prospettiva, anche il lavoro alfabetico e i riferimenti scientifici non fanno che ribadire lo stesso principio: loggetto è sempre un punto di passaggio, mai un punto darrivo. La mostra restituisce così un Man Ray che opera sul confine tra arte e design, dove loggetto quotidiano viene sottratto alla sua utilità e trasformato in struttura poetica e concettuale.

Immagine di copertina: mostra “bit by bit – Haruka Misawa”, ADI Design Museum, Milano (© Masaki Ogawa)

 

“Edward Barber | Jay Osgerby. Alphabet”
Triennale Milano
A cura di: Marco Sammicheli
Progetto di allestimento: studiomille
Fino al 6 settembre 2026
Triennale Milano, Viale Alemagna 6
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“Vico Magistretti e il Giappone”
Fondazione Magistretti in collaborazione con ECAL/Ecole cantonale d’art de Lausanne
A cura di: Davide Fornari
Progetto di allestimento: XPO (Camille Blin, Anthony Guex, Christian Spiess)
Fino al 25 febbraio 2027
Fondazione Magistretti, Via Vincenzo Bellini 1, Milano
Informazioni

 

“The Eames Houses”
A cura di: The Eames Office e Kettal
Fino al 10 maggio 2026
Triennale Milano, Viale Alemagna 6
Informazioni

 

“bit by bit – Haruka Misawa”
ADI Design Museum
A cura di: Nippon Design Center, Misawa Design Institute, Art Direction: Haruka Misawa
Progetto di allestimento: Rieko Ito (ixi), Yutaka Endo
Fino al 7 giugno 2026
ADI Design Museum, P.za Compasso d’Oro 1, Milano
Informazioni

 

“Man Ray: M for Dictionary”
Fondazione Marconi + Galleria Gió Marconi
Realizzata in collaborazione con Yuval Etgar
Fino al 24 luglio 2026
Galleria Gió Marconi, Via Alessandro Tadino 15, Milano
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Tag: , , , , , , Last modified: 6 Maggio 2026