Il Prorettore del Polo territoriale di Mantova del Politecnico di Milano anticipa temi e sguardi della 13° edizione di Mantovarchitettura, in avvio il 6 maggio
MANTOVA. La 13° edizione di Mantovarchitettura si conferma uno dei principali appuntamenti italiani dedicati al confronto tra architettura, cultura del progetto e trasformazioni del contemporaneo.
Promosso dal Polo territoriale di Mantova del Politecnico di Milano, il festival propone anche per il 2026 un programma di incontri, mostre, dibattiti e momenti di approfondimento che mettono in relazione il sapere accademico con il dibattito pubblico, la dimensione internazionale della ricerca con la specificità dei territori, e la riflessione teorica con le sfide concrete del presente.
Possibilità e responsabilità
Il tema scelto per questa edizione – Architecture and climate change – è in continuità con la programmazione culturale della UNESCO Chair in Preservation and Planning in Historic Cities per il triennio 2025-2028. Lo scorso anno ci siamo occupati dei conflitti, il prossimo parleremo soprattutto di Africa.
Tra maggio e giugno, in circa 40 incontri e 5 mostre, il protagonista sarà il rapporto tra l’ambiente costruito e la crisi climatica, uno dei nodi più urgenti del nostro tempo. Gli effetti del cambiamento climatico stanno già ridefinendo città, paesaggi, modi di abitare e condizioni di vita, imponendo una revisione profonda delle priorità con cui i progettisti dovranno operare nei prossimi anni. Ondate di calore, eventi meteorologici estremi, impermeabilizzazione dei suoli, innalzamento del livello dei mari, desertificazione e pressione sulle risorse naturali non costituiscono più soltanto un campo di studio, ma rappresentano il quadro reale entro cui gli architetti sono chiamati a operare sin da oggi.
In questo scenario di urgenza, Mantovarchitettura 2026 promuoverà una riflessione pubblica e interdisciplinare su come l’architettura possa contribuire allo sforzo globale per agire rapidamente e mettere a punto azioni efficaci di adattamento e mitigazione.
Il settore delle costruzioni è infatti tra i maggiori responsabili delle emissioni climalteranti e del consumo energetico globale, ma possiede al tempo stesso un potenziale decisivo di trasformazione. Ripensare edifici, spazi urbani e territori significa oggi interrogarsi su materiali a basso impatto, circolarità del processo edilizio, riduzione dei consumi, integrazione delle fonti rinnovabili, aumento della permeabilità dei suoli, gestione avanzata delle acque, raffrescamento passivo, ombreggiamento, ventilazione naturale e nuove infrastrutture ecologiche capaci di contrastare l’effetto isola di calore.
Urgente sì, ma quanto?
Parlare di “2050”, come spesso si fa, rischia di attenuare la percezione dell’urgenza, perché questa data colloca la crisi climatica in un futuro astratto e lontano dalla nostra prospettiva di vita. La psicologia cognitiva descrive questo meccanismo attraverso l’euristica della disponibilità: tendiamo a temere rischi immediati e facilmente rappresentabili, come gli squali o l’aeroplano, sebbene i morti causati dai cani o dagli incidenti stradali siano molti di più, ma fatichiamo a reagire a minacce sistemiche finché non diventano tangibili, come è accaduto con la pandemia e come sta accadendo con la crisi climatica. Sostituire “2050” con l’espressione “fra trent’anni” delinea invece un tempo dove ciascuno di noi colloca facilmente il proprio progetto di vita.
Così, non sorprende che i giovani manifestino un coinvolgimento profondo nei confronti della crisi climatica poiché percepiscono con chiarezza quanto le sue conseguenze condizioneranno la loro vita adulta. Come ha osservato il sociologo David Fenton, è rischioso concentrare il discorso climatico sui pericoli per il pianeta, gli ecosistemi o le specie a rischio estinzione. Non è la Terra a essere in pericolo, ma le condizioni che rendono possibile la vita umana. Movimenti come Fridays for Future hanno compreso questo passaggio e hanno spostato il focus dalla Terra all’umanità, dall’ambiente agli individui, ponendo al centro la questione della giustizia climatica e trasformando il discorso ecologico in un tema economico e geopolitico.
L’idea che le politiche climatiche siano incompatibili con la crescita economica è falsa e si afferma sempre più chiaramente il contrario: alcuni costi saranno inevitabili nel breve periodo ma l’inazione produrrà conseguenze ben più gravi e una significativa contrazione del PIL globale dovuta agli enormi costi per le azioni di adattamento, mitigazione e perdita di capitale naturale.
La natura, minacciosa e minacciata
Le radici storiche della crisi climatica affondano nel modello di sviluppo moderno, basato su una combinazione di capitalismo estrattivo, eredità coloniali e crescita economica diseguale, dove la prosperità del cosiddetto “primo mondo” si basa sullo sfruttamento. La società dei consumi, il massiccio ricorso ai combustibili fossili e la distanza economica e sociale tra regioni del mondo sono elementi distintivi dell’Antropocene: non una vera era geologica ma l’attuale fase storica in cui l’umanità è divenuta una forza planetaria capace di trasformare i sistemi naturali in modo irreversibile.
Come ha osservato François Walter, oggi la natura è “bedrohliche und bedrohte”, minacciosa e minacciata: minacciata da due secoli di modernizzazione a cui è urgentemente porre rimedio, e minacciosa perché le conseguenze di quella modernità ci espongono ai nuovi rischi della crisi climatica globale. Rischiamo di considerare la crisi climatica come una serie di fenomeni circoscritti a luoghi remoti o a pratiche marginali rispetto alla vita quotidiana, come le zone tropicali/polari o le alte quote. Al contrario, la crisi climatica incide già anche nelle zone temperate del Pianeta e nelle città in cui viviamo. Eventi meteorologici estremi, ondate di calore, ingressione marina e desertificazione ridefiniscono velocemente inostri territori. Città costiere come Miami, L’Avana, Lisbona e Barcellona elaborano scenari di adattamento dei waterfront per proteggersi dall’innalzamento del mare. Jakarta pianifica un radicale trasferimento verso l’entroterra.
Spirito di modernità
C’è poi la questione del conflitto generazionale, che ci deve appartenere, come università: i giovani sentono di essere stati privati di qualcosa, gli adulti faticano a riconoscere una responsabilità collettiva, avendo aderito per decenni a un modello di sviluppo basato sulla crescita e sulla promessa di un progresso lineare: “impegnati e sarai premiato”.
Per rinsaldare un patto tra le generazioni e affrontare la crisi climatica, Iris Marion Young propone di focalizzare non sul senso di colpa, che paralizza e alimenta il conflitto, ma sul senso di responsabilità, che attiva e mobilita. Attualizzare le pratiche della cosiddetta “razionalità di squadra” proprie delle comunità che hanno già sviluppato forme resilienti di cooperazione per affrontare condizioni climatiche difficili, come Gammelstad, oggi sito UNESCO presso Luleå, in Svezia.
Di fronte al clima che cambia, la risposta deve comporre le qualità migliori del genere umano ed essere collettiva, come ha suggerito la 19° Biennale di Architettura “Intelligens: Natural, Artificial, Collective”. In linea con lo sfondo del campo di studi del Politecnico di Milano nel campus di Mantova approfondiremo la riflessione sul rapporto tra la crisi climatica e la città storica e rifletteremo sulle conseguenze del Novecento sulle nostre realtà urbane, tra impermeabilizzazione dei suoli, traffico veicolare e industrializzazione del processo costruttivo.
E sulle possibilità che abbiamo oggi di correggere quel “malinteso spirito di modernità” di cui parlava Piero Gazzola, ripensando alcuni aspetti del nostro stile di vita, senza alcun passatismo ma con il più autentico e coraggioso esprit du temps.
La copertura degli eventi di Mantovarchitettura (qui il programma completo e aggiornato) rientra nell’ambito di una collaborazione tra ilgiornaledellarchitettura.com e il Polo territoriale di Mantova del Politecnico di Milano il cui obiettivo è lo sviluppo e la sperimentazione di forme di comunicazione nel campo dell’architettura e del progetto da parte di studentesse, studenti, neo-laureate/laureati e giovani ricercatrici e ricercatori.




















