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Luca GibelloScritto da: Città e Territorio Mosaico Patrimonio Progetti

L’archiviaggio. Normandia e Bretagna oltre il turismo del must see

L’archiviaggio. Normandia e Bretagna oltre il turismo del must see
In Francia: sguardi alternativi lungo uno degli itinerari più battuti, inseguendo la produzione architettonica recente. Visita e critica a progetti in città (da Le Havre a Rennes) e nei luoghi dello sbarco alleato durante la Seconda guerra mondiale

 

Maree, tempeste, coste frastagliate, spiagge, falesie, ostriche, dolci superburrosi, campagne ridenti, case a graticcio ligneo & casette a capanna, cattedrali gotiche, abbazie & castelli (in rovina & non), chiatte su Senna & Loira, paesaggi impressionisti ecc.

Se il viaggio in Bretagna e Normandia è uno dei più rodati pacchetti fai da te dell’immaginario turistico universale, non è certo una meta top per i segugi sulle tracce della più recente contemporaneità architettonica. Tuttavia, qualcosa – e talvolta anche parecchio – emerge qua e là, sebbene poco sia davvero imperdibile.

Ecco alcuni spunti, concentrati nelle principali città e nei luoghi del contrattacco alleato durante la Seconda guerra mondiale.

Nota a parte. Per raggiungere la meta più gettonata del viaggio, il Mont-Saint-Michel (seconda destinazione turistica francese dopo Parigi), tutti transitano sulla passerella disegnata dagli specialisti del genere (Feichtinger Architectes, 2002-2015, esito di concorso): segno infrastrutturale che, nella sua sinuosa doppia curvatura planimetrica e nella lieve inarcatura, è simbiotico con il delicato paesaggio terracqueo che contribuisce a preservare, avendo sostituito la strada-diga.

 

Le città: patrimonio vs trasformazione urbana

Alla scala urbana, per impatto e rilevanza non si può non partire dalla Le Havre postbellica, ricostruita da Auguste Perret, patrimonio mondiale UNESCO dal 2005. L’impianto urbano, con viali, portici e piazze, e la fattura edilizia delle costruzioni, giocate nelle modulazioni del classicismo e incardinate sugli assi prospettici dell’Hotel de Ville e della Porte Océane, cui si aggiunge lo straordinario “faro” della chiesa di San Giuseppe (1951-59) – tutti contraddistinti dalle raffinatissime texture del calcestruzzo a vista, vero e proprio marchio di fabbrica del maestro -, reggono ancora egregiamente lo scorrere del tempo e la dilatata dimensione territoriale odierna. Da non perdere l’interno della chiesa – pura struttura e luce, dove la tettonica e le atmosfere del gotico sacro rivivono attraverso il positivismo e l’arte vetraria di Marguerite Huré – e l’Appartement Témoin – per immergersi negli anni Cinquanta ammirando un allestimento abitativo originale.

A Le Havre poc’altro va segnalato. La maglia perretiana ha saputo metabolizzare anche l’estroso centro culturale Le Volcan , ribattezzato “vasetto di yogurt” (1982; restauro 2016), di Oscar Niemeyer, tuttavia accogliente nello spazio pubblico incavato all’aperto sotto la piazza. Sulla spianata fronte oceano il Museo d’arte moderna André Malraux (MUMA), voluto dallo scrittore e ministro della Cultura, che lo inaugurò nel 1961. Marcato dalla colossale scultura “Le Signal” di Henri-Georges Adams, l’opalino e leggero prisma in vetro e pannelli di alluminio, con tetto pensile a brise soleil (progetto di Raymond Audigier, Michel Weill e Jean Dimitrijevic, con lo zampino di Jean Prouvé; restauro 1995-99 di Emmanuelle e Laurent Beaudouin), offre una fruizione davvero ariosa: una casa della cultura flessibile – e non un museo – circonfusa di luce naturale.

 

A Rouen, nel centro storico, la chiesa di Santa Giovanna d’Arco (1979) di Louis Arretche appare più arcaica (il portico-copertura a ripide falde squamate tipo stavkirken scandinave) che non contemporanea, eccessiva nel suo espressionismo brutalista fuori tempo massimo (Giovanni Michelucci è un’altra cosa), che tenta di tradurre in forme il dramma della Pulzella d’Orléans, arsa viva in questa piazza nel 1431. Meglio allora prendere una boccata d’aria sui quais della Senna, un tempo industriali e portuali, ora convertiti a terziario, residenze e svago. Oltre ai magazzini recuperati, spicca il nuovo “Le 108“, mastodontica, quanto bizzarra, sede dell’Autorità metropolitana (2017), dove Jacques Ferrier tenta di declinare giocosamente la tecnologia.

 

Spostandosi sulla Loira, è tuttavia Nantes la campionessa della rigenerazione urbana, che meriterebbe uno dei nostri Ritratti. In mancanza dei dovuti approfondimenti (e dando per scontato il pellegrinaggio all’Unité d’Habitation di Le Corbusier nella limitrofa Rezé), non si può non partire dalla notissima Île, oggetto delle principali trasformazioni tuttora in corso, dall’equilibrato mix di destinazioni d’uso. Il tutto, assai ben comunicato al pubblico. All’inizio del millennio, tutto cominciò col Palazzo di giustizia di Jean Nouvel (2001), dal sobrio e raffinato classicismo in versione dark ice.

Nell’isola fluviale, vera e propria Mecca per l’architetto in cerca d’ispirazione, la memoria industriale – che convive con quella del concittadino Jules Verne, ripresa un po’ pacchianamente a mo’ di festa popolare nel tripudio di marchingegni delle Machines de l’Ile – vibra nello spazio pubblico del Parc des Chantiers (con le “navate” rifunzionalizzate da Alexandre Chemetoff), in numerose installazioni artistiche e in alcuni interventi sviluppati entro gli involucri di opifici e magazzini (tra gli altri, l’École des Beaux-Arts nell’ex Alstom, di Franklin Azzi, del 2017, e Magmaa, di DLW Architectes, del 2022), oppure ispirati al radicalismo d’un approccio che poco concede ai vezzi formali (su tutti, l’École Nationale Supérieure d’Architecture di Lacaton & Vassal, 2006-2009), laddove invece altri indugiano, giocando sui facili grafismi degli involucri (come nell’edificio Manny, di Coupechoux e Tetrarc Studio, 2009).

Tuttavia, oltre all’Île, anche la sponda destra della Loira offre spunti. Ai piedi della collina di Sant’Anna, il catino dell’ex cava Misery accoglie un sorprendente parco urbano, con tanto di scrosciante cascata, giardini lussureggianti e frequentate pareti di arrampicata. Ma, soprattutto, imperdibile è il Memoriale dell’abolizione della schiavitù (dell’artista Krzysztof Wodiczko con l’architetto Julian Bonder, 2002-12): un percorso meditativo, scevro da sensazionalismi, ricavato nella penombra del basamento della sponda fluviale da cui salpò la maggioranza dei vascelli negrieri verso le Americhe. Per chi vuole invece immergersi nel mood giovane degli spazi alternativi non patinati la meta giusta è il centro culturale Le Lieu Unique, recupero basico ed estroverso di ciò che rimane dell’ex biscottificio LU firmato Patrick Bouchain e Nicole Concordet (2000).

 

Se poi, da Nantes, decidete di recarvi a Rennes in treno, vi servirete di due stazioni ferroviarie tipologicamente analoghe: megastrutture a scavalco del fascio di binari, occasioni di riconnessione tra due parti di città. Più geometrica e cristallina (ma fin troppo pittoresca negli interni dai sostegni dendromorfi) quella di Nantes (Rudy Ricciotti, 2020); eterea e informale quella di Rennes, sorta di acropoli cui si accede per fenditure e camminamenti nel verde (AREP, 2019).

Ma qui, nel capoluogo bretone, è l’intero comparto urbano intorno al terminal a parlare la lingua del contemporaneo. Tra gli altri, spicca Les Champs Libres (biblioteca, museo, science center e centro culturale), per la sempre un po’ sgrammaticata  giustapposizione di volumi che contraddistingue la cifra di Christian e Elizabeth de Portzamparc (2006). E lì vicino il mistilineo profilo del Teatro nazionale di Bretagna, griffato Antoine Stinco, che nel 2008 ha rinnovato l’edificio disegnato nel 1966 da Jacques Carlu. Infine da non perdere, in periferia, il FRAC Bretagne di Odile Decq, nuovo fiammante, sebbene concluso nel 2012, puro divertissement architettonico; contenitore decisamente dominante rispetto ai vacui contenuti, tra promenade interne, contrasti cromatici e volumetrici.

 

 

La memoria dello sbarco e della battaglia di Normandia

D’un paio d’altre città preferiamo riferire entro il contesto della drammatica memoria bellica. Con forza e coraggio, le basi navali di Saint-Nazaire e di Lorient, tra le più ingombranti eredità della presenza nazista in terra di Francia, materializzata negli oltre 12 milioni di tonnellate di cemento armato e acciaio riversate nelle fortificazioni del Vallo Atlantico partorito dall’Organizzazione Todt, sono state trasformate, secondo estremi principi adattivi, in dispositivi urbani alla grande scala, capaci di organizzare funzioni disparate che stemperano l’opprimente peso della memoria.

In particolare, a Saint-Nazaire imperdibili lo spazio d’interpretazione sui transatlantici e, soprattutto, la visita al sottomarino “Espadon”. A margine, invece, a Lorient va inoltre segnalata la possente, quanto “scorbutica”, chiesa di Notre Dame de Victoire di Jean Baptiste Hourlier, del 1955: godetevi la formidabile eco udibile al centro dell’aula in beton brut, più laica grosse halle che spazio di culto. E ancora, nella dirimpettaia Lanester, il modaiolo volume sfaccettato del centro culturale Quai 9 di MOG Architectes, del 2012-2019.

La memoria del D-Day e della sanguinosissima battaglia di Normandia è tramandata attraverso poche opere “silenziose”. Alla retorica celebrativa e ai gesti magniloquenti dei memoriali di regime, il ricordo del sacrificio alleato, che ha restituito all’Europa la libertà, è affidato più alle parole dei testimoni (politici, generali, comuni soldati), vergate su lapidi o spogli muri, che non alle sculture.

Il centro visite del cimitero americano a Colleville-sur-Mer di SmithGroup (2007) è un padiglione dagli echi miesiani. Il Memoriale di Caen di Jacques Millet (1988) è un austero prisma muto. Così, analogamente, i vari musei militari non sono che anonimi capannoni, realizzati per ospitare cimeli, mezzi militari e storie d’uomini che furono eroi loro malgrado. Osano di più l’Overlord Museum di Colleville-sur-Mer (2010-2013) e il Museo presso Juno Beach di Brian Chamberlain (2003), ove sbarcarono i canadesi, che nella planimetria richiama la foglia d’edera del vessillo nazionale.

Si distingue il nuovo Museo dello Sbarco a Arromanches-les-Bains di Studio Projectiles (2023), assai discreto nel rapportarsi allo spazio libero della spianata verso le tristemente famose spiagge e nel classicismo del volume e dei linguaggi – alla David Chipperfield, sebbene con risorse e capacità (ben) più limitate. Una tappa imperdibile per comprendere l’incredibile tour de force della costruzione dei due enormi porti artificiali alleati.

La visita dei luoghi dello sbarco s’è per noi rivelata ancora assai traumatica. L’orrore della guerra non può annoverare cantori.

Immagine di copertina: Frac Bretagne, Rennes, Studio Odile Decq / ADAGP Paris (© Adele Muscolino)

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