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Arianna PanarellaScritto da: , Città e Territorio Interviste Mosaico

Carla Morogallo: la Design Week non sia un eventificio

Carla Morogallo: la Design Week non sia un eventificio
La direttrice generale racconta l’impegno di Triennale Milano per supportare il Salone del Mobile. Un dialogo su arte, cultura e città, nei giorni più intensi e vivi dell’anno

 

MILANO. “Il rischio di una sorta di eventificio c’è, non si può negare. Proprio per questo è fondamentale il nostro impegno su identità, patrimoni e sulla centralità del Salone”. Carla Morogallo è direttrice generale di Triennale Milano. Lo è da 4 anni, nominata dal Consiglio di Amministrazione presieduto da Stefano Boeri (gli incarichi dirigenziali sono in scadenza proprio in questi mesi), ma la sua storia professionale nel Palazzo di Viale Emilio Alemagna è più lunga: oltre 20 anni in cui ha vissuto – anche attraverso la lente della promozione culturale – la crescita esponenziale dell’offerta e dell’attrattività di Milano sui temi del progetto. Parlare con lei, nei giorni della Design Week, è un modo per indagare impatti e criticità di un evento sempre più grande e, proprio questo, complesso.

 

I numeri raccontano una dimensione quasi ipertrofica degli eventi generati dal Salone del Mobile. Nel campo delle pratiche urbane si parla spesso criticamente del fenomeno dell’overtourism e dei suoi effetti dirompenti sulla città. C’è un rischio analogo in materia di eventi sollecitati dalla Design Week?

Innanzitutto, la forza della Design Week è evidente. Oggi è una piattaforma globale, di successo, capace di generare nuove energie. Ma questo non deve oscurare il motivo per la quale è nata, come sistema di iniziative che si sono sviluppate intorno al Salone del Mobile, con l’obiettivo di rafforzarlo e di aumentarne il prestigio. Se le iniziative partono da questo presupposto hanno un senso, altrimenti rischiano di essere controproducenti.

 

Qualcuna lo è?

Le contaminazioni sono il punto di identità di tanta parte delle iniziative culturali di Milano e come tali devono essere valorizzate. Però in una logica di equilibrio. Alcune sovrapposizioni risultano troppo spinte – penso ad esempio a quelle tra design e moda – rischiando da appiattire il programma di valorizzazione del design.

 

Serve un sistema di controllo e gestione più rigido, anche nella selezione degli eventi?

Credo che una regia sia necessaria. Il che non significa voler governare ogni cosa, ogni evento, ogni iniziativa ma definire più chirurgicamente il perimetro delle attività. Ciò che è finalizzato a rafforzare la centralità del Salone del Mobile va bene, il resto andrebbe riconfigurato per evitare di creare contenitori in cui si perde il senso complessivo. Questa è una riflessione che, come Triennale, ci sentiamo di dover fare.

 

Una riflessione che si traduce nella formula “luogo di pensiero e di riflessione”.

Negli ultimi anni, proprio per interpretare questa visione della Design Week abbiamo organizzato iniziative profonde, curate direttamente da noi, non episodiche. Questo caratterizza il nostro sforzo, ovvero raccontare il design come un settore che crea innovazione e che lavora per la trasformazione degli ambienti nel lungo termine.

 

Succede in un momento critico per Milano, per le note vicende urbanistiche e giudiziarie che di fatto stanno bloccando, ormai da mesi, progetti e processi che, al netto dei giudizi che si possono formulare, sono orientati alla rigenerazione di spazi urbani. A molti la celebrazione così pomposa del mondo del design, in una fase tanto delicata e critica, sembra fuori luogo.

Capisco la questione ma sinceramente non credo che ci sia il rischio di perdere consapevolezza di questa difficoltà. Il design è un asset unico per questa città. Valorizzarlo e promuoverlo aiuta e serve, anche e soprattutto in momenti critici come questi. Appunto con l’obiettivo di definire una strategia, anche nel medio e nel lungo periodo. Un design di qualità è fondamentale per costruire l’immagine di Milano. E questo è ciò che dobbiamo perseguire.

 

In ambito culturale il dibattito si concentra anche sui risvolti di guerre e squilibri geopolitici. A partire dalla Biennale di Venezia, con la contestata presenza russa.

Si tratta ovviamente di un tema delicato all’interno del quale ogni istituzione definisce il proprio modo di leggere e interpretare gli eventi. La posizione di Triennale Milano è stata molto chiara, con la valorizzazione dell’arte ucraina, appena dopo gli attacchi russi. Di concerto con il Ministero abbiamo ritirato la presenza ufficiale russa, ma allo stesso tempo agevolato la presenza di singoli artisti. Questo si è visto in particolare nell’Esposizione Internazionale del 2022, e anche nell’ultima del 2025, “Inequalities”.

 

Restiamo in Triennale. Sono stati anni intensi, anche rispetto agli interventi sulla struttura del Palazzo.

Gli 8 anni della presidenza Boeri sono stati caratterizzati dal forte sviluppo di relazioni interdisciplinari, di scardinamento dei confini. Questa politica culturale ha influenzato anche il lavoro fatto negli spazi del Palazzo dell’Arte. Abbiamo voluto valorizzare il nostro patrimonio, gli archivi, dotandoli dello spazio Cuore. Portando il pubblico a contatto con un patrimonio storico straordinario. Dall’altra parte abbiamo lavorato sulla contemporaneità e sulla definizione di luoghi come Voce, per intercettare l’interesse delle generazioni più giovani e di donne e uomini che magari in Triennale non erano ancora mai venuti.

 

Un’evoluzione che tiene insieme radicamento, contesto e contemporaneità. Poi sono arrivate le Olimpiadi.

Triennale si è trasformata in Casa Italia, per la prima volta ospitata all’interno di una istituzione che è diventata una vera e propria agorà. Un’occasione di visibilità incredibile a cui abbiamo affiancato la nostra cura e sensibilità.

 

Un approccio che si ritrova nelle mostre in corso, dedicate ad Andrea Branzi (con la cura di Toyo Ito) e a Lella e Massimo Vignelli.

Si tratta di due mostre diverse tra loro, sia per l’ambito disciplinare sia per il livello di notorietà dei protagonisti: Andrea Branzi e Toyo Ito sono figure ampiamente riconosciute, mentre Lella e Massimo Vignelli risultano forse meno noti al grande pubblico. Nonostante queste differenze, rappresentano in modo significativo l’approccio di Triennale. Sono state inaugurate da poco, quindi é ancora presto per valutarne appieno l’impatto, tuttavia siamo molto soddisfatti del riscontro positivo che stanno avendo.

Immagine di copertina:  ritratto di Carla Morogallo (courtesy Triennale Milano, © foto Gianluca Di Ioia)

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Tag: , , , , , , Last modified: 24 Aprile 2026