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Sofia NanniniScritto da: Reviews

Gabbie e fabbriche. Le architetture per gli animali parlano soprattutto di noi

Gabbie e fabbriche. Le architetture per gli animali parlano soprattutto di noi
Recensione critica di una mostra in corso al Museo Nazionale di Arte Contemporanea di Atene. “Why Look at Animals?” provoca emozioni e solleva questioni

 

Questo articolo fa parte di un progetto speciale del giornaledellarchitettura.com, che affianca il team di ricerca guidato da Sofia Nannini all’interno del Politecnico di Torino. Oggetto di approfondimento e disseminazione sono i risultati di un programma innovativo ed estremamente attuale, con sguardo e approccio internazionale. “Animal Farm: An Architectural History of Intensive Animal Farming (1570–1992)” racconta i luoghi (nascosti e spesso ignorati) dell’industria zootecnica, i suoi paradossi, i suoi impatti. Una chiave di lettura trasversale che permette di cogliere aspetti centrali e decisivi rispetto a società, economie e paesaggi di oggi.

 

ATENE (GRECIA). Sulla facciata del museo EMST di Atene campeggia un’insegna al neon con la scritta: DO NOT FORGET THE WORLD TO COME (Non dimenticate il mondo che verrà). La leggo velocemente mentre attraverso il traffico intenso di Andrea Syngrou Avenue, senza soffermarmici troppo. In qualche modo la mia mente la archivia come una delle consuete frasi enigmatiche dei musei d’arte contemporanea.

Giro l’angolo dell’edificio ed entro. Sono ad Atene per visitare “Why Look at Animals?”, una mostra che molti colleghi nei campi dell’architettura e delle arti visive mi hanno consigliato. L’esposizione prende il titolo dal celebre saggio di John Berger pubblicato nel 1980, che rifletteva sulla progressiva scomparsa degli animali e sulla relazione tra esseri umani e animali al di là dei meccanismi del capitalismo. Sono curiosa, ma non so cosa aspettarmi.

Una volta acquistato il biglietto, si capisce subito che non si tratta di una mostra ordinaria, confinata negli spazi espositivi temporanei. Al contrario, “Why Look at Animals?” occupa l’intero museo, dal piano terra fino all’ultimo piano. Comprende decine di installazioni di artisti internazionali, orchestrate con attenzione dalla curatrice Katerina Gregos, direttrice artistica dell’EMST.

I visitatori sono accolti da una dichiarazione programmatica che sottolinea “la necessità di riconoscere e difendere le vite degli animali non umani in un mondo antropocentrico che li marginalizza, li opprime e li brutalizza”. Come Dante Alighieri che scala la montagna del Purgatorio, la mostra inizia con un tono cupo nel piano seminterrato, dove diversi artisti riflettono sulla relazione squilibrata tra animali ed esseri umani nel contesto dello sfruttamento industriale, coloniale e scientifico. Qui lo sguardo del visitatore diventa investigativo e rende visibile la presenza nascosta degli animali da allevamento negli ingranaggi della modernità. Salendo di piano in piano, le opere assumono gradualmente un tono più luminoso, affrontando temi come la sopravvivenza della fauna selvatica nelle ecologie urbane, i movimenti animali, la creatività e la comunicazione.

La mostra è stata ampiamente recensita da numerose riviste (Lampoon Magazine, E-Flux, Art Review, persino Domus). Il mio intento qui è commentare un concetto specifico, ma sotteso a molte installazioni: l’ambiente costruito e la materialità che sostiene lo sfruttamento umano degli animali.

 

La gabbia

La gabbia è l’unità progettuale più elementare che materializza la relazione diseguale tra umani e animali: ci separa da loro e ne condiziona movimenti e comportamenti. È un elemento pervasivo e ricorrente, dalle fabbriche alle case: gabbie per uccelli canori, gabbie di batteria per galline, gabbie per scrofe, recinti. È la materializzazione del dominio umano sulle vite non umane. Tuttavia, come osserva la filosofa italiana Benedetta Piazzesi nel libro “Del governo degli animali”, la gabbia può essere vista anche come simbolo negativo della resistenza degli animali nei confronti degli esseri umani.

“Why Look at Animals?” è ricca di installazioni che evocano la potente presenza della gabbia. Al piano terra, l’artista belga Wesley Meuris presenta una serie di disegni che illustrano la varietà tassonomica dei sistemi di recinzione e gabbie per diverse specie, quasi fossero tipologie architettoniche. Un modello intitolato Enclosure for Animals (Zoology) mostra l’efficienza fredda della gabbia: uno spazio astratto rivestito di igieniche piastrelle ceramiche, illuminato dall’alto. Non vi è alcun animale all’interno, ma se ci fosse non avrebbe alcun luogo dove nascondersi dal nostro sguardo.

All’ultimo piano, poco prima della fine della mostra, l’artista Oussama Tabti, nato ad Algeri, crea un paesaggio verticale composto da gabbie per uccelli vuote, come se fossero appena state abbandonate dal loro abitante, il cardellino. All’interno di ogni gabbia un altoparlante riproduce l’imitazione umana del canto dell’animale. L’opera suggerisce un’inversione di ruoli, quasi un presagio. La didascalia chiede: rinchiudendo gli uccelli, non abbiamo forse rinchiuso anche noi stessi?

Eppure le gabbie non sono eterne: possono essere smontate. Le delicate opere di Lin May Saeed invitano i visitatori a rifiutare la gabbia come mediatore stabile dell’alleanza tra umani e animali. I suoi bricolage in polistirolo e pittura acrilica rappresentano sia una realtà distopica, in cui il bestiame rinchiuso costituisce la base del grattacielo dello sfruttamento capitalistico, sia il sogno utopico di esseri umani che aprono le sbarre liberando gli animali. E, così facendo, anche se stessi.

La fabbrica

Se la gabbia è l’unità di base dello sfruttamento animale, la fabbrica è l’ambiente operativo in cui il bestiame nasce, cresce, viene ucciso e trasformato per gli scopi umani. Le pareti degli allevamenti intensivi e dei macelli sono l’unico orizzonte concesso agli animali da allevamento.

L’installazione video “Ingresso Animali Vivi” dell’artista croato Igor Grubić descrive lo spazio inquietante di un ex macello in Italia, osservato attraverso gli occhi di un cane che attraversa le stanze vuote. Come negli spazi di Wesley Meuris, le pareti rivestite di piastrelle ricordano la capacità dell’architettura di essere pulita dalle tracce di sangue. Talvolta la telecamera di Grubić si allontana dal macello e descrive gli spazi dell’allevamento intensivo. Passando a immagini in negativo, l’artista ci conduce in un ambiente popolato da scheletri trasparenti: le ossa delle mucche, le strutture metalliche dei capannoni, le gabbie in acciaio e i ventilatori. È l’ambiente zootecnico meccanizzato nella sua piena logica taylorista.

Come scrive l’antropologo Alex Blanchette nel suo libro “Porkopolis” (2020), l’industria zootecnica rappresenta “la realizzazione tangibile delle totalità”. L’ambizione di una totalità industriale che ingloba la vita umana e animale è raccontata nell’installazione video “High-Rise Pigs” dell’artista singaporiana Ang Siew Ching. Il documentario analizza un allevamento suino di 26 piani nella provincia cinese di Hubei e il suo impatto sul vicino villaggio rurale. Le due entità – il villaggio con le sue case e i campi agricoli e la fabbrica con la sua massa di cemento e gli odori inquinanti – “scambiano vitalità”, mostrando le contraddizioni della produzione alimentare contemporanea. Cosa resta dell’architettura quando si progetta un edificio capace di allevare e macellare più di 1,2 milioni di maiali ogni anno?

Dopo aver visto questo documentario, mi soffermo su un filmato d’archivio presentato dall’artista e attivista italiana Tiziana Pers, intitolato “Saut dans le vide”. Il breve video mostra la fuga di un maiale che salta fuori da un camion, presumibilmente diretto al macello, e cade sul bordo della strada. Mi aspettavo questo filmato: l’immagine del maiale “volante” è quella che promuove l’intera mostra sul sito dell’EMST. Riguardo il video più volte. È liberatorio e doloroso allo stesso tempo: ci si ritrova a tifare per quell’unico maiale capace di sfuggire ai confini infrastrutturali della produzione industriale. Ma restano molte domande: Si è ferito, si è ferita? È davvero riuscito/a a scappare?

 

Sugli animali, su di noi

Dopo oltre 4ore trascorse nel museo, ne esco con emozioni contrastanti. La mostra mi ricorda ciò che l’antropologa americana Barbara Smuts scrisse in risposta a “La vita degli animali” di J. M. Coetzee: quando parliamo dei diritti degli animali, in realtà parliamo degli animali e della nostra relazione con loro, ma anche di noi esseri umani e dei nostri rapporti di potere.

Nell’ultima sala dell’esposizione appare un’insegna al neon che traduce in greco il motto visto sulla facciata del museo. Scopro che è stata commissionata a Tiziana Pers e che serve come “promemoria della responsabilità collettiva alla luce del nostro futuro comune e di quello delle generazioni a venire”. Gli artisti e la curatrice dell’EMST sembrano affermare con coraggio che il mondo futuro che non dovremmo dimenticare è un mondo in cui le vite non umane sono considerate uguali a noi, con le quali coesistiamo su questo pianeta.

La domanda aperta per chi progetta è allora la seguente: come progettare un ambiente per gli animali domestici che vada oltre i vincoli materiali della gabbia e gli obiettivi economici della fabbrica? Come scrive l’architetta e ricercatrice italiana Lisa Carignani in un libro dedicato a Roma e alla fauna selvatica, come può l’architettura assumere i valori dell’antispecismo per ridefinire un modo di progettare oltre l’antropocentrismo?

 

Immagine di copertina: EMST Atene “Why Look at Animals?”, mostra 2025, opera di Lynn Hershman Leeson, The Infinity Engine, 2014 (© Paris Tavitian)

 

“Why Look at Animals? A Case for the Rights of Non-Human Lives”
Curatrice: Katerina Gregos
16 maggio 2025 – 16 aprile 2026
Museo Nazionale d’Arte Contemporanea (EMST)
Atene
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Tag: , , , , , Last modified: 31 Marzo 2026