La parità è ancora un nodo irrisolto. L’ultimo rapporto del Cnappc fotografa la condizione dell’architettura femminile: migliori risultati formativi, ma redditi inferiori, carriere più fragili e maggiore peso del quotidiano, tra percezioni diffuse di discriminazione
A fronte di una presenza femminile sempre più significativa nella professione, il tema delle pari opportunità continua a rappresentare una questione centrale, anche nel mondo dell’architettura. Attraverso la presentazione dei risultati di “Pari opportunità tra presente e futuro. Rapporto di ricerca sulla condizione femminile nell’architettura”, realizzata dal Cnappc con il supporto dell’istituto di ricerca Format Research, la questione è stata al centro di un convegno promosso a Roma dal Consiglio Nazionale all’alba dell’8 marzo per parlare di disuguaglianze di genere e continuare a costruire su basi aggiornate nuovi strumenti per favorire una maggiore equità.
I dati raccolti, poi incorniciati e contestualizzati dai numeri Istat, Ministero dell’Università e della ricerca, Inarcassa e AlmaLaurea, evidenziano come continuino a persistere differenze rilevanti tra uomini e donne, nonostante i progressi compiuti negli ultimi anni. L’indagine ha contato sulle risposte a un questionario diffuso lo scorso anno attraverso la rete degli Ordini territoriali di una comunità discretamente numerosa e articolata, rappresentativa, sebbene piccola, di una parte dei quasi 155.000 iscritti agli Ordini in tutta Italia, che sono uomini per il 54% uomini e donne per il 46%: sono state raccolte le risposte di 2.832 partecipanti (1.114 uomini, 1.680 donne e 8 non binari), che hanno permesso di analizzare dati comunque significativi sulla situazione attuale.
Formazione: donne in testa
Uno dei primi dati che emergono riguarda il percorso formativo, dove fondamentali sono i dati provenienti dal consorzio AlmaLaurea. Le donne rappresentano ormai una quota molto rilevante tra gli studenti dei corsi di Architettura italiani, dove nel 2024 erano il 53,1% degli iscritti nazionali, e mostrano performance accademiche migliori rispetto ai colleghi uomini: si laureano prima, con voti maggiori agli esami e alla laurea, frequentando di più le lezioni.
Il problema della parità non sembrerebbe quindi riguardare l’accesso alla formazione né la qualità delle competenze, ma il passaggio dalla formazione al mercato del lavoro e le opportunità di crescita professionale nel tempo. Nonostante il buon rendimento universitario, infatti, le giovani architette incontrano maggiori difficoltà nella fase di ingresso nel mondo del lavoro, con percorsi più incerti e meno remunerativi.
Retribuzioni: (molto) indietro
Il tema delle retribuzioni rappresenta infatti uno degli aspetti più significativi evidenziati dal rapporto, che riguarda sia il lavoro dipendente che, e in misura maggiore, quello autonomo. Già nei primi anni dopo la laurea si registra un divario retributivo tra uomini e donne. A un anno dal conseguimento del titolo, sempre secondo i dati AlmaLaurea, la retribuzione media mensile netta delle laureate in architettura risulta sensibilmente più bassa rispetto a quella dei colleghi maschi (1.333 euro contro 1.545 euro). Il differenziale non si riduce nel tempo: secondo i dati AlmaLaurea, anche a tre e cinque anni dalla laurea la distanza rimane evidente (1.790 euro contro 2.047 euro a cinque anni), segnalando una difficoltà strutturale nel raggiungere condizioni economiche equivalenti. Le donne risultano anche meno presenti nelle fasce di reddito più elevate e più esposte a livelli di reddito inferiori.
Le differenze diventano purtroppo ancora più marcate quando si osserva la distribuzione dei redditi nel corso della carriera. Gli ultimi dati Inarcassa disponibili restituiscono un reddito medio di 40.292 euro per gli uomini e di soli 24.272 euro per le donne (-40%!), che geograficamente vede ulteriori differenze, compreso tra i 28.273 del nord ovest e i 17.606 del sud.
La discriminazione percepita
L’indagine, attraverso le domande poste, non si limita a misurare indicatori economici e occupazionali, ma esplora anche aspetti culturali e sociali che influenzano l’esperienza professionale, come la distribuzione dei compiti familiari e la percezione delle discriminazioni. Accanto al divario economico emergono infatti anche percezioni diffuse di discriminazione e difficoltà legate al riconoscimento professionale, che contribuiscono a creare un contesto professionale percepito come meno favorevole per le donne. Emergono anche le differenze di percezione, che evidenziamo come l’esperienza professionale sia vissuta in modo diverso dai due generi e come il riconoscimento delle disuguaglianze rappresenti un passaggio fondamentale per affrontarle: le architette mostrano una maggiore consapevolezza delle difficoltà incontrate nella professione e segnalano con maggiore frequenza episodi o situazioni di disparità. Gli uomini, pur riconoscendo in parte l’esistenza del problema, tendono a percepirlo in modo meno marcato.
Quasi la metà delle lavoratrici dipendenti intervistate ritiene di subire una disparità retributiva rispetto ai colleghi uomini. Nel lavoro dipendente la principale tipologia di discriminazione subita dalle lavoratrici è mansionaria (per il 58,5%), mentre diventa retributiva in ambito di lavoro autonomo (64,2%).
La discriminazione economica però non è l’unico elemento segnalato: molte professioniste indicano anche disparità nelle mansioni, difficoltà di avanzamento di carriera e ostacoli nell’accesso a permessi o congedi. Nel complesso, il 62,9% degli uomini non ha percepito discriminazioni contro il 68,4% delle donne che invece le ha percepite e le percentuali aumentano spostandosi verso il lavoro autonomo, rispettivamente di 72% contro il 73,6%. I motivi delle discriminazioni percepite da uomini e donne sono significativi: nell’ambito del lavoro dipendente per il 46,2% dei primi è l’orientamento politico, per il 78,9% delle donne è il genere, mentre nel lavoro autonomo l’età è motivo di discriminazione percepita per il 38,7% degli uomini, mentre per l’85,5% delle donne è, di nuovo, il genere.
La cura famigliare e le rinunce
Un altro tema centrale emerso dalla ricerca riguarda il peso del lavoro di cura, che continua a incidere in modo significativo sulla vita professionale delle architette. I dati mostrano che la gestione della casa e dei figli ricade ancora prevalentemente sulle donne. Più di un terzo delle professioniste intervistate (36,9%, contro il 9,6% degli uomini) dichiara di essere la principale responsabile della cura dei figli all’interno della coppia, mentre tra gli uomini la quota di coloro che affermano di occuparsi dei figli più del partner è di poco inferiore al 10%. Questo squilibrio nella distribuzione dei compiti familiari rappresenta uno dei fattori che possono influenzare le opportunità di carriera e i livelli di reddito.
Il carico di cura non riguarda solo i figli ma anche l’assistenza ad altri familiari e la gestione delle attività domestiche. Le donne dichiarano più frequentemente degli uomini di dover conciliare il lavoro professionale con questi impegni, una condizione che può tradursi in una minore disponibilità di tempo per l’attività lavorativa o per lo sviluppo di opportunità professionali. Il rapporto sottolinea come questa dimensione possa contribuire ad alimentare il divario retributivo, insieme ad altri fattori come le dinamiche del mercato del lavoro e le eventuali discriminazioni dirette.
Conseguenza di non poco conto è la rinuncia al lavoro o la riduzione del tempo lavorato a causa degli impegni familiari: il 57,2% degli uomini dichiara di non averne fatte contro il 59,5% delle donne.
Certificazioni della parità di genere, è la strada giusta?
A margine, il pomeriggio di convegno, accanto alla testimonianza di Guendalina Salimei, dell’urbanistica gender bolognese raccontata dalla giovane vicesindaca Emily Marion Clancy, dell’esperienza in tema pari opportunità del Consiglio Nazionale Forense con Francesca Palma, ha aperto una finestra sulle azioni intraprese negli ultimi anni a livello di categoria (con il nuovo Regolamento elettorale degli architetti che lo scorso anno ha messo a rischio le votazioni dei nuovi consigli degli Ordini territoriali) e a livello nazionale che, a valle del decreto 2021 del Dipartimento per le pari opportunità, ha portato la definizione da parte di UNI dei criteri di certificazione della parità di genere, per il momento di adozione su base volontaria sia per il pubblico che per il privato.
Sicuramente è bene parlare, definire, anche mettere nero su bianco, a tavolino, quote e modalità della rappresentanza, ma rimane il forte dubbio che norme e numeri, da soli (e certificati da enti terzi dietro remunerazione), non siano sufficienti a generare un cambiamento che, per essere esteso e duraturo, deve essere prima di tutto culturale.
Immagine di copertina: collage con le immagini di premiate e premiate con il Pritzker Prize negli ultimi decenni. In rosa le architette





















