Cè stato un tempo in cui le baracche sui tetti erano scarti edilizi, usati come volumi tecnici e talvolta abitati da unumanità disperata. Ma nellOttocento si verificano tutte le condizioni per una rivalutazione del piano alto: da un lato la vertiginosa cementificazione della città americana e il riscoperto valore del verde, dallaltro linvenzione di nuovi macchinari di elevazione. Così lattico, o Penthouse, diventa la più desiderabile delle forme abitative urbane: lunico tipo edilizio che offra aria salubre, panorami, comfort e, naturalmente, esclusività.
Esercizi di eleganza architettonica, gli attici sono spesso vere e proprie ville sui tetti: magari edonistiche come lintervento di JDS a Copenaghen, un impianto a T in cui le sovrapposizioni dei volumi formano spaccature allesterno che diventano micro mondi di straordinaria inventiva; o minimali come la Camera sul Tetto di Sonia Calzoni, che espande labitazione dellultimo piano in un piccolo e curatissimo eden privato, ritagliato tra i tetti milanesi. A volte, la sopraelevazione riguarda interi edifici storici, divenendone nuovo coronamento e ponendo il delicato problema del rapporto con le preesistenze, fatto salvo il rifiuto della mimesi. Esemplare di questo atteggiamento lintervento di Josef Weichenberger a Vienna, che unisce suggestioni tipologiche in cui riecheggiano i piani sottostanti e azzardi formali che quasi ricordano le glass-houses, aprendo grandi finestre orientate sulla città.
Frequentemente poi il sopralzo innalza edifici un tempo industriali: manifatture in disuso diventano loft e vengono arricchite da attici che, liberi da ingombranti confronti con apparati decorativi, possono assumere una maggiore caratterizzazione. È il caso degli interventi scultorei di Orange Studio a Sheffield o del Grupo Aranea a Cehegín, in cui alla staticità della preesistenza è contrapposta una massa dinamica il cui linguaggio, fatto di spigoli vivi e neutralità cromatica, si contrappone alle tessiture murarie dellantico.
E rivivere i tetti può divenire occasione per definire situazioni uniche e irripetibili, come le straordinarie terme realizzate a Zurigo: una sopraelevazione senza volume, un tetto da abitare immergendovisi e da cui trasformare lo skyline della città in un nuovo orizzonte, più che uno sfondo. Ma labitare sopra i tetti non è solo lusso ed esclusività: alle opportunità economiche si intreccia il tema attualissimo del consumo di suolo e della problematica densità urbana. Se infatti indici maggiorati permetterebbero nuove espansioni in verticale, essi acuirebbero però la già grave insufficienza dei servizi: una tensione tra potenzialità e rischio ben descritta da alcuni recenti e opposti atteggiamenti normativi, come i recenti Piani di governo del territorio a Milano. La soluzione di questo difficile equilibrio potrebbe essere, in fondo, architettonica. La stratificazione delle città per lotti separati e interventi singoli ha formato paesaggi disarticolati, spaccature profonde, muri ciechi in perpetua attesa di completamento: la sopraelevazione potrebbe divenire modo di ricucire quelle tante ferite oggi medicate da grandi insegne pubblicitarie. Tanto più che proprio quei servizi che nella città sono insufficienti o del tutto assenti potrebbero sui tetti trovare finalmente dimora: come nellintervento di McCullough Mulvin Architects che a Dublino, in sopraelevazione su un edificio georgiano, realizzano nuovi spazi per una clinica dentistica. Perché allora non delocalizzare in altezza il pubblico, i servizi, oltre al privato? Perché non utilizzare i sopralzi come tasselli ultimi di disegni urbani finalmente compiuti? Sfruttando così la possibilità per la sopraelevazione di divenire, prima ancora che espressione di raffinatezza architettonica, strumento morfologico di progettazione urbana.
(Visited 82 times, 1 visits today)
Articoli recenti
- Ex Olivetti, parla la Soprintendente: l’emergenza diventi un’occasione 27 Ottobre 2026
- Francesco Somaini e quel (difficile) rapporto di Milano con la natura 27 Ottobre 2026
- Ritratti di città. Catanzaro da ricucire 26 Ottobre 2026
- Le città di Jan Gehl, 90 anni di innovazioni 24 Ottobre 2026
- Sophie Calle e Tatiana Bilbao: spazio, esperienza condivisa 21 Ottobre 2026
- Progetti e poteri: chi decide come abitare? 21 Ottobre 2026
- Design days: tante date, poco patrimonio collettivo 21 Ottobre 2026
- Unipol Assicurazioni e la città: dalla torre direzionale agli spazi della cultura 21 Ottobre 2026
- Quante design week: croce e delizia 20 Ottobre 2026
- Quo vadis architetto? Quando a raccontare sono i figli 19 Ottobre 2026
- Impsol, la casa come opportunità. Non come problema 17 Ottobre 2026
- Costruire il futuro: la scuola come infrastruttura civica 14 Ottobre 2026
- Campi Flegrei: a rischio l’ex Olivetti 14 Ottobre 2026
- Cartoline da Ischia 13 Ottobre 2026
«Il Giornale dell’Architettura» è un marchio registrato e concesso in licenza da Società Editrice Allemandi a r.l. all’associazione culturale The Architectural Post; ilgiornaledellarchitettura.com è un Domain Name registrato e concesso in licenza da Società Editrice Allemandi a r.l. a The Architectural Post, editore della testata digitale, derivata e di proprietà di «Il Giornale dell’Architettura» fondato nell’anno 2002 dalla casa editrice Umberto Allemandi & C. S.p.A., oggi Società Editrice Allemandi a r.l.
CONTATTI SOCIAL:
© 2026 Giornale dell'Architettura •
© 2026 TheArchitecturalPost - Privacy - Informativa Cookies - Developed by Studioata




















