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Scritto da: • Città e Territorio Mosaico

Ritratti di città. Catanzaro da ricucire

Ritratti di città. Catanzaro da ricucire

Viadotto Bisantis, Catanzaro, Riccardo Morandi (©Nicholas Gemini)

Il Viadotto Bisantis di Riccardo Morandi  emblema di connessioni e relazioni ancora carenti. Viaggio nel capoluogo calabrese, tra Paolo Portoghesi e Mimmo Rotella. Con le parole dell’assessora alla Cultura ad aprire scenari futuri

 

CATANZARO. A Catanzaro, per capire dove ti trovi, devi prima sapere a quale altezza sei.

Dal Complesso del San Giovanni, sul colle dove i Normanni costruirono il loro castello, lo sguardo precipita nella valle della Fiumarella e incontra un arco di cemento armato che sembra tracciato con un compasso gigantesco. È il viadotto Bisantis, progettato da Riccardo Morandi e inaugurato nel 1962, quando un ponte era ancora una promessa di futuro.

Prima dell’apertura fu sottoposto a una prova di carico alla quale assistettero in migliaia. Il 9 febbraio 1962, l’Unità pubblicò un articolo dal titolo “Sta per crollare?“, costringendo lo stesso Morandi a smentire. Catanzaro aveva paura che il ponte non reggesse. Sessantaquattro anni dopo, la domanda è come tenere insieme la città. Il ponte è diventato nel tempo il simbolo del capoluogo della Calabria. Un’opera spettacolare, alta fino a 130 metri, che collega il centro storico alla parte occidentale. Eppure, osservandolo dal San Giovanni, viene da pensare che il problema di Catanzaro sia rimasto quello di allora: collegare luoghi che la geografia tiene ostinatamente separati.

Con un paradosso tutto suo: la città possiede un capolavoro di Morandi, il Teatro Politeama di Paolo Portoghesi inaugurato nel 2002, un centro storico che conserva l’impronta medievale e una quantità di paesaggi che basterebbero a costruire un intero itinerario turistico.

Insomma, ha avuto i grandi nomi dell’architettura, ma quello che continua a cercare è ancora un’identità urbana condivisa.

 

Una geografia complessa

“Catanzaro è una città policentrica, composta da quartieri con un’identità forte, che si riconoscono in una propria storia e in un senso di appartenenza“, osserva Donatella Monteverdi, assessora comunale alla Cultura. La frammentazione, sostiene, può diventare una risorsa, a patto di “restituire la circolarità che nel tempo si è indebolita“.

La città, del resto, ha sempre dovuto negoziare con la propria geografia. Il centro storico occupa tre colli e conserva un impianto medievale che terremoti e trasformazioni successive hanno continuamente modificato. Nel Cinquecento era un importante centro della seta, tanto che i suoi tessuti viaggiavano ben oltre la Calabria. Nel 1528 resistette all’assedio francese, guadagnandosi da Carlo V il titolo di Fedelissima. Una città capace di difendersi, produrre, commerciare.

Poi sono arrivati i terremoti, gli sventramenti ottocenteschi per aprire Corso Mazzini (da poco pedonalizzata, in parte), le espansioni del Novecento. E la necessità, sempre più urgente, di raggiungere parti di città che nel frattempo si erano allontanate.

Ma a separare le parti di Catanzaro è stata davvero soltanto la geografia? Piero Bevilacqua, storico nato in città, ha una risposta poco indulgente. In un saggio pubblicato sul Mulino nel 2017 ricostruisce il destino urbanistico di Catanzaro a partire da un’anomalia del Dopoguerra. Mentre la città viveva soprattutto di impieghi pubblici e trasferimenti statali, l’edilizia diventava l’investimento più sicuro per l’imprenditoria locale.

Così, anziché espandersi verso sud, seguendo le valli in direzione del mare, Catanzaro cominciò a crescere verso nord, sulle colline dove famiglie influenti possedevano terreni di scarso valore agricolo, improvvisamente diventati preziosi per costruire. Le palazzine si moltiplicarono sui pendii e lungo i crinali, producendo quello che Bevilacqua definisce “uno sprawl, un accampamento casuale di case“. Nei decenni successivi, la proliferazione dei centri commerciali e il trasferimento di importanti funzioni pubbliche verso Germaneto avrebbero accentuato la dispersione, indebolendo ulteriormente la vita del centro.

Varietà e uniformità

“Catanzaro riunisce, in un territorio molto esteso, realtà urbane, ambientali e paesaggistiche profondamente differenti, e questa è una ricchezza”, concordano Eros Corapi e Roberta Aiello, rispettivamente presidente e segretaria del locale Ordine degli Architetti.

Dal mare di Lido ai rilievi di Sant’Elia, passando per il centro storico e i quartieri intermedi, convivono paesaggi, modi di abitare e vocazioni differenti. A queste realtà si aggiunge Germaneto, con il sistema universitario, sanitario e istituzionale, divenuto un riferimento per l’intero territorio. Una pluralità che, secondo gli architetti, merita di essere valorizzata senza cercare di uniformare le diverse parti della città.

La questione riguarda piuttosto le relazioni che possono svilupparsi tra queste centralità e le condizioni che consentono ai cittadini di usufruire delle opportunità offerte dall’intero territorio. “Le grandi infrastrutture hanno avuto un ruolo fondamentale in questa evoluzione. Il Morandi ha collegato due parti della città, mentre la variante della Statale 106 ha migliorato l’accessibilità lungo la direttrice ionica e verso Germaneto, contribuendo a rendere alcune periferie meno periferiche. Ma le relazioni urbane dipendono anche dalla distribuzione dei servizi e dalle possibilità quotidiane di spostamento“.

Come dire che le distanze tra i quartieri possono essere misurate in chilometri, ma per chi vive la città contano soprattutto i tempi necessari per raggiungere una scuola, un ospedale, l’università o un ufficio pubblico. “E conta poterlo fare anche senza disporre necessariamente di un’automobile“.

L’assessora Monteverdi aggiunge un’altra prospettiva: non basta arrivare, bisogna avere una ragione per farlo. Usa la parola tedesca gemütlichkeit per indicare il piacere di stare in un luogo anche quando non succede niente di speciale. “Perché scambiare un sorriso e prendere un caffè conta almeno quanto trovare un parcheggio”. 

A giugno, Comune, Agenzia del Demanio e Università Mediterranea di Reggio Calabria hanno firmato un Piano Città che coinvolge 11 immobili pubblici. Secondo Corapi e Aiello, la partita si gioca anche sulla distribuzione delle funzioni degli edifici: “La scelta delle destinazioni dovrebbe tenere insieme le caratteristiche architettoniche degli immobili e le esigenze dei quartieri“, osservano gli architetti.

Un edificio storico può ospitare formazione, cultura e servizi, ma la sua nuova vita dipende anche da quello che accade nelle strade intorno e da quali persone le frequenteranno. L’idea è di favorire la compresenza di funzioni diverse, così che gli edifici possano contribuire alla frequentazione degli spazi circostanti. Aggiunge Monteverdi: “Servono città vissute, non palcoscenici“. Le due prospettive, dell’assessora e dei rappresentanti degli architetti, si incrociano nel centro storico, dove l’ex scuola Chimirri diventerà una residenza universitaria da 155 posti letto e si lavora all’ammodernamento della funicolare. Gli studenti possono riportare abitanti, i collegamenti accorciare le distanze, i servizi dare alle persone un motivo per uscire di casa.

La scommessa è fare in modo che ogni intervento aiuti gli altri a funzionare.

 

Commercio e arte

Al San Giovanni, intanto, è tornato Mimmo Rotella. La mostra “Monumentale”, curata da Alberto Fiz nel ventennale della scomparsa dell’artista, riporta in città 25 sue grandi opere. Monteverdi considera il San Giovanni un laboratorio per il futuro. Qui si stanno sviluppando il progetto Smeet (dedicato al cinema) e Cap (Catanzaro Arti Performative) rivolto al teatro. Seguiranno percorsi sulla musica e sul design.

La formazione, le opportunità professionali e la collaborazione tra operatori sono al centro di un programma sostenuto da Fondazione con il Sud. “La sfida, soprattutto per le città medie del Meridione, è superare la settorialità degli spazi e ritrovare le ragioni per frequentarli“, dice l’assessora. Che alla richiesta di indicare un’occasione ancora aperta, sceglie un luogo assai meno monumentale: Parco Romani, nel quartiere Sala. Doveva essere un parco commerciale, progetto mai arrivato a compimento.

Una parte degli immobili è stata acquistata da una società partecipata del Comune e si cerca una destinazione. Monteverdi vorrebbe che il futuro di questo complesso superasse la logica del consumo: “Anche qui la sfida è superare la separazione tra funzioni e comunità, creando un luogo capace di ospitare attività e relazioni. Ripensare gli spazi pubblici e la funzione della cultura significa anche interrogarsi sulla qualità della vita collettiva che vogliamo costruire. Non perché un evento o un centro culturale possano risolvere da soli problemi complessi, ma perché una società ha bisogno di luoghi in cui incontrarsi, riconoscersi e sentirsi parte di una comunità“.

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Tag: , , , , , , , Last modified: 26 Ottobre 2026
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