Tre libri trattano, dalla storia al presente, il rapporto tra architettura e politica: nelle lezioni di Jean-Louis Cohen alcune relazioni (spesso contraddittorie), la crisi globale della casa nel volume di “Internazionale” mentre Renzo Piano ripercorre 12 anni di interventi nelle periferie
Che cosa accomuna il Parlamento scozzese di Edimburgo, una casa d’accoglienza a Innsbruck e una piccola piazza alberata allo ZEN 2 di Palermo?
Sono luoghi lontani per scala, funzioni e geografia, ma raccontano quanto le scelte sullo spazio ricadano sulle relazioni tra istituzioni e cittadini. Queste pubblicazioni offrono l’opportunità di osservare questo intreccio da prospettive differenti, passando dall’architettura come strumento di rappresentazione politica alla casa come diritto conteso, fino ad esplorare le possibilità e i limiti del progetto nel modificare la vita quotidiana.
Una storia di compromessi
Si muove attraverso epoche e regimi “Il governo dello spazio. L’architettura come vettore politico” che riprende le lezioni tenute alla Cattedra Borromini dell’Accademia di Architettura di Mendrisio nel 2016-2017 da Jean-Louis Cohen (Quodlibet / Mendrisio Academy Press, 2026, 160 pagine, 18 euro). Si tratta di testi già pubblicati nel 2021, in un’edizione che oggi è fuori commercio. La nuova edizione include un saggio introduttivo di Christoph Frank.
Cohen non si accontenta di identificare l’architettura del potere con le forme monumentali dei regimi autoritari. In 5 capitoli intreccia le intenzioni dei committenti, le ambizioni dei progettisti e le continuità delle forme oltre le fratture della storia.
Torna più volte su Le Corbusier, sui suoi rapporti con interlocutori politici anche molto distanti tra loro, mostrando come le ambizioni progettuali degli architetti possano intrecciarsi con il potere, tra opportunità professionali, compromessi e contraddizioni. Emblematico anche il caso di Kenzō Tange, che dopo aver progettato negli anni Quaranta un memoriale per il regime militarista giapponese, nel dopoguerra firma il Centro della Pace di Hiroshima.
Un percorso che dimostra quanto possano essere complessi e mutevoli i rapporti tra architettura e potere. La questione si fa particolarmente interessante nel capitolo dedicato alla democrazia come committenza. Che cosa rende democratica un’architettura pubblica? Non è sufficiente chiamare in causa l’istituzione che la promuove: contano la disposizione degli ambienti, il rapporto con la città, le occasioni d’incontro che l’edificio permette.
Nel Parlamento di Edimburgo, progettato da Enric Miralles e Benedetta Tagliabue, Cohen si sofferma sui piazzali erbosi pensati per i raduni e sui percorsi capaci di favorire incontri tra eletti ed elettori. Ricorda anche un limite meno visibile ma rilevante: i tempi di un edificio sono molto più lunghi di quelli dei mandati politici e delle aspettative dei primi utilizzatori.
La densità degli esempi richiede una lettura attenta, ma è anche il pregio del volume. Ricostruisce la complessità della storia dell’architettura, senza assolvere né condannare le opere sulla sola base del potere che le ha commissionate. Una prospettiva utile per interrogarsi su quanto il progetto possa realmente essere autonomo dalle decisioni politiche.
La casa come terreno di conflitto
Dalla storia alle sue conseguenze più attuali è il percorso di “Dove vivremo domani. Case e città nell’epoca dell’emergenza abitativa” (Internazionale, BUR Rizzoli, 2026, 192 pagine, 19,50 euro). La raccolta, introdotta da Christian Raimo e realizzata con la collaborazione di Daniele Cassandro e Stefania Mascetti, si compone di 10 sezioni che presentano inchieste e reportage provenienti da testate internazionali.
Non si parte dall’architettura come disciplina, ma dalla crescente difficoltà di trovare, mantenere e scegliere un luogo in cui vivere. Dai prezzi stratosferici immobiliari di Tokyo alle difficoltà che che affrontano i giovani canadesi costretti a tornare nelle case dei genitori, fino agli sgomberi dell’insediamento di Makoko, a Lagos, il libro mette in fila situazioni diverse unite da una domanda fondamentale: chi può restare in città e chi viene sempre più escluso?
L’introduzione di Raimo mette in evidenza la contraddizione tra la casa come luogo dell’abitare e la sua crescente trasformazione in bene d’investimento. Emergono inoltre questioni legate al controllo tecnologico degli spazi pubblici, alla mobilità quotidiana e alle città minacciate dalla crisi climatica.
Accanto alle storie di esclusione emergono anche esperienze alternative. A Bérat, in Francia, la Ménardière è una dimora settecentesca trasformata in residenza cooperativa autogestita per anziani, offrendo un approccio diverso rispetto alle forme tradizionali di assistenza.
A Innsbruck, la casa d’accoglienza Dowas, progettata da Rainer Köberl per 11 persone senza dimora, offre invece un caso nel quale la qualità architettonica diventa parte di una risposta sociale: non un rifugio anonimo, ma uno spazio pensato per garantire dignità a chi lo abita.
La pluralità delle testimonianze è sia un punto di forza che un limite della pubblicazione: consente di cogliere la dimensione globale della crisi abitativa, ma lascia meno spazio per analizzare le possibili soluzioni. Il suo valore risiede piuttosto nella varietà delle scale e delle voci: la questione della casa emerge come un problema economico, politico e culturale, che non può essere risolto semplicemente costruendo nuovi edifici.
Il rammendo e la cura
È proprio il rapporto tra progetto e bisogni concreti l’argomento al centro di “Renzo Piano. I miei dodici anni in Senato” (LetteraVentidue, 2026, 236 pagine, 25 euro), a cura di Silvia Pellizzari, dedicato al lavoro del G124 per il rammendo delle periferie. Piano racconta di aver ricevuto la proposta di nomina a senatore a vita da Giorgio Napolitano mentre si trovava in un taxi a New York.
Da quel momento, decide di trasformare la stanza 124 di Palazzo Giustiniani in un laboratorio e di destinare il suo stipendio parlamentare a sostenere giovani professionisti. Il libro – che arricchisce le numerose pubblicazioni originate da questa esperienza – è una raccolta di contributi di diversi autori, accompagnati da un ampio apparato fotografico e progettuale, che attraversa parchi, piazze, scuole, spazi per lo sport e presidi di quartiere.
Si tratta di piccoli interventi, spesso realizzati con risorse limitate, che nascono dal confronto con le realtà locali e dal coinvolgimento delle comunità. Allo ZEN 2 di Palermo, il progetto dei 30 alberi trasforma un terreno abbandonato in una piazza, combinando filari, panchine, pavimentazione drenante e aree gioco.
A Niguarda, a Milano, Ciriè 9 parte da un’ex scuola già utilizzata da gruppi e associazioni e ne ripensa gli spazi comuni, dall’atrio al giardino, attraverso trasformazioni leggere. A Rebibbia, il modulo M.A.MA. affronta invece il tema degli incontri tra madri detenute e figli. Questi progetti evidenziano l’importanza del lavoro collettivo, anche se il volume privilegia il racconto delle esperienze, lasciando meno spazio a una valutazione dei risultati nel tempo.
È però Piano stesso ad ammettere che non tutti i progetti hanno avuto successo: senza persone disposte a prendersi cura dei luoghi, anche gli interventi minimi rischiano di perdere significato. Sottolinea che, per le periferie, non basta aggiungere attrezzature: è necessario un progetto politico.
Questa affermazione ci riporta agli altri due volumi. Se le lezioni di Cohen mostrano che costruire implica sempre una relazione con il potere e “Internazionale” racconta quanto le sue scelte pesino sull’accesso alla città, G124 mette alla prova la capacità dell’architettura di intervenire, almeno localmente, su quelle condizioni. Il rammendo non può sostituire le politiche per la casa o contrastare da solo la disuguaglianza urbana.
Può però indicare un metodo: partire dalle persone e dai loro bisogni, prima ancora che dalla trasformazione fisica dei luoghi.





















