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Luigi BartolomeiScritto da: Progetti

La difficoltà di essere artista contemporaneo in una chiesa

La difficoltà di essere artista contemporaneo in una chiesa

Reggio Emilia. Sebbene il processo di restauro, consolidamento statico e adeguamento liturgico della Cattedrale sia stato annunciato come intervento unitario già dal 2000 e abbia visto un’incessante comunicazione verso la cittadinanza, la comunità ecclesiale e gli studiosi di arte sacra e liturgia di ambito internazionale, la dedicazione del nuovo altare e della nuova spazialità liturgica, il 20 novembre scorso, giorno di Cristo Re, non ha mancato di suscitare quelle polemiche cui siamo ormai avvezzi ogni qual volta la Chiesa tende la mano all’eccellenza dell’arte del suo tempo per onorare il luogo del proprio celebrare. Spesso opere mediocri di artisti mediocri sembrano più adatte alla mediocrità dei gusti della popolazione e di gran parte della committenza. Tra una comunità civica laica e secolarizzata che vede prevalentemente le chiese come deposito di valori storico-artistici, una vasta popolazione devota ancora acerba rispetto ai frutti del Concilio Vaticano II e solo esigua parte del clero che riconosce nella liturgia l’ambito primo della propria azione pastorale, agire sullo spazio della Cattedrale è un compito arduo anche quando esemplare, che a Reggio ha rifiutato l’assegnazione mediante concorso per preferire la via gravosa, ma aderente alla tradizione ecclesiale, di una scelta puntuale degli artisti in relazione alle loro poetiche e di un accompagnamento teologico nel percorso di concezione e realizzazione dei poli liturgici qui guidato dal padre gesuita Andrea Dall’Asta (direttore della Galleria San Fedele di Milano e Lercaro di Bologna), don Giancarlo Santi (già responsabile dell’Ufficio nazionale beni culturali della Cei) e don Tiziano Ghirelli (direttore dell’Ufficio per i beni culturali ecclesiastici di Reggio Emilia).
Sulla stampa, l’esito dell’operazione echeggia i dibattiti più vivaci della Querelle sur l’art Sacré del secolo scorso e anche qui ripropone, come fu nel 1951 per la chiesa di Plateau d’Assy, la sua crisi più acuta all’intersezione tra esigenze liturgiche e pietà popolare: nel crocefisso, là rifiutato nelle forme nude in cui l’aveva proposto Germaine Richier, qui garbatamente respinto nella costruzione simbolica con cui Hidetoshi Nagasawa ha corrisposto alla richiesta di una Croce gloriosa che, si badi bene, non è una semplice croce ma la forma trasfigurata del Cristo, in quella corrispondenza mistagogica tra Tabor e Golgota, già sottolineata nell’iconografia cristiana (cfr. Sant’Apollinare in Classe). L’installazione dell’opera, tuttavia, non è stata negata ma sospesa: può dunque darsi che il tempo porti consiglio.
Per il resto, i poli che disegnano il nuovo spazio liturgico hanno trovato la loro collocazione. Il cero pasquale di Ettore Spalletti, azzurro cilindro tagliato a rivelare un’anima in foglia d’oro ben s’accorda con le tempere della Chiesa e soprattutto con il Crocifisso di Guido Reni che, purtroppo solo temporaneamente (fino al 12 dicembre) lo ha fronteggiato, ritrovando l’altare in marmo nero di Portovenere per il quale era stato disegnato nel 1637, prima di essere acquisito dalla Galleria Estense. L’ambone, riportato nell’antico pulpito, schematizza un leggio in un volo d’ali al termine di gradini in forma stellare, opera di Nagasawa; la cattedra di Jannis Kounellis porta il vescovo in testa alla navata principale, primo ascoltatore della Parola, inchiodato su di un’inamovibile sede in ferro, del tutto dimentica della forma di trono, su un assito recuperato da un soffitto a cassettoni del Quattrocento sotto l’antico presbiterio sul quale resta solo l’altare di Claudio Parmeggiani, sovrapposizione di due blocchi di marmo appena sbozzati in epoca romana per un cantiere imperiale, poi abbandonati.
Il nuovo spazio liturgico enfatizza gli spostamenti, riprendendo la tradizione della Chiesa antica a separare il momento dell’ascolto della Parola dal sacrificio eucaristico e individuare così nella geometria della navata due momenti d’ascesi: uno all’altare e uno all’ambone, in uno spazio nuovo che non si percepisce né dissonante né frammentario ma «casa di una comunità vivente», secondo le parole di monsignor Carlo Chenis, di cara memoria.

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Last modified: 21 Luglio 2015