Enrico Milone stimola una riflessione sul senso degli Ordini professionali nella società contemporanea con particolare riferimento a quello degli architetti; è questo un tema che il recente dibattito politico, stretto tra crisi economica e indiscriminate spinte liberalizzatrici, ha troppo spesso affrontato in modo ideologico e disinformato, soprattutto per ciò che riguarda il rapporto tra esercizio della professione e mercato del lavoro.
Molti osservatori hanno descritto gli Ordini, senza alcuna distinzione tra le diverse realtà esistenti, come una casta monolitica che ha il sostanziale scopo di impedire laccesso dei soggetti più giovani, mantenere elevate le tariffe professionali e selezionare gli iscritti per censo o linea ereditaria.
Gli architetti italiani, passati dai quasi 25.000 iscritti del 1980 agli oltre 150.000 odierni, soggetti a un continuo, e spesso confuso, cambiamento della legislazione di settore e pesantemente penalizzati dalle ben note difficoltà del comparto edilizio, non possono certamente essere descritti come unélite; essi sanno bene che gli Ordini, pur con i loro limiti, cercano di incidere positivamente sulla cultura del progetto nel nostro paese.
Limpossibilità di affrontare in modo organico, con i diversi governi che si sono succeduti negli ultimi venti anni, la riforma del sistema ordinistico e laggiornamento della legislazione di settore ha determinato ladozione di numerosi provvedimenti legislativi frettolosi e scoordinati, che rendono assai faticoso il quotidiano svolgimento del mestiere di architetto.
Si sono privilegiati provvedimenti non condivisi, come il Decreto Bersani, o farraginose, e continuamente modificate, normative in materia di lavori pubblici, urbanistica ed edilizia, evitando di procedere verso la tanto invocata Legge sulla qualità architettonica piuttosto che permettere laccesso dei liberi professionisti al sistema delle reti dimpresa o governare quella riforma del sistema ordinistico chiesta per anni dagli stessi Ordini.
I provvedimenti di legge varati negli ultimi mesi per fronteggiare la crisi economica intervengono, a vario titolo, su tale riforma e costringono, questa volta in tempi brevissimi, i soggetti coinvolti a dare risposte concrete su temi specifici connessi ad aggiornamento e modernizzazione della professione.
Milone, già presidente dellOrdine di Roma e consigliere nazionale, ricordando alcuni dei temi da tempo al centro del dibattito ipotizza, quale soluzione ai problemi della categoria, labolizione degli Ordini; le argomentazioni contengono dati inesatti sulla gestione ordinistica (rispetto ad Albo e parcelle), omettono ogni riferimento alle riforme fatte di concerto con lAntitrust in materia di pubblicità, e propongono ricostruzioni errate di posizioni politiche (come il ruolo del Consiglio nazionale sullistituzione delle figure di pianificatore, paesaggista e conservatore o sulle lauree triennali).
È però importante precisare che i dati relativi alla deontologia professionale, spesso usata come esempio della presunta inefficienza degli Ordini, attestano un rapporto percentuale tra numero di iscritti e indagini condotte dagli Ordini provinciali analogo a quello degli arresti per reati penali operati dalla magistratura ordinaria. Motivare labolizione degli Ordini sulla base di tale dato statistico sarebbe come voler affermare che è opportuno rinunciare ai tribunali in quanto sono troppo poche le persone sottoposte a processo!
Altro, diverso e più complicato, è capire come gli Ordini possano e debbano riformarsi per promuovere la qualità dellarchitettura e tutelare contestualmente i diritti del cliente/consumatore e del fornitore di servizio intellettuale/progettista. Allinterno di questo contesto è possibile ragionare sulla modernizzazione del sistema ordinistico affrontando tanto il tema dei sistemi di rappresentanza che, soprattutto, quello relativo alle modalità di svolgimento della professione.
In tal senso, e con tutte le necessarie cautele rispetto a modelli economici, sociali e professionali importati da realtà molto diverse da quella italiana, non pare utile discutere rispetto unalternativa «Ordini si/Ordini no», ma capire quali siano i temi da affrontare per rendere migliore la qualità del nostro mestiere; qualsiasi trasformazione, così come anche leventuale abolizione del sistema ordinistico, dovrà essere conseguenza di tale processo e non un prerequisito dello stesso.
La riflessione in corso di svolgimento dovrà quindi, in via prioritaria, affrontare alcuni temi fondamentali come la formazione continua obbligatoria, la creazione di organismi deontologici separati dagli organi consiliari, la formazione di società professionali o tra professionisti.
Su tali argomenti sono fondate le numerose proposte politiche che Cnappc e Ordini hanno proposto in questi mesi al governo (http://www.awn.it/) nellottica di un fattivo rapporto di collaborazione istituzionale sviluppato al servizio del paese, della qualità architettonica e, quindi, della professione.
Su questo riteniamo ci si debba confrontare, senza pregiudizi, ora e nel prossimo futuro.
RiOrdiniamoci!




















