Kigali (Ruanda). La conquista dellAfrica è ripartita. Falliti i tentativi di costruire stati genuinamente indipendenti, stremate le popolazioni con le riforme imposte dalle istituzioni internazionali, i regimi locali si affannano a offrire le condizioni più favorevoli agli investimenti stranieri. Non si parla più di colonie né di paesi in via di sviluppo ma di mercati emergenti.
La più importante sfida culturale rimane quella dellistruzione superiore. Poche università, poche scuole di architettura, poche risorse. La maggior parte degli «aiuti» si concentra sulleducazione primaria, da 0 a 6 anni. Ma costringe poi le giovani generazioni a emigrare nei paesi «sviluppati» per accedere a una formazione «alta». E molti di quelli che partono non torneranno più.
Istituire centri di ricerca e formazione universitaria in Africa permette di sovvertire una perversa forma di neo-colonialismo, di rompere una tradizione che ha visto i centri di specializzazione nei paesi in via di sviluppo radicarsi nei paesi occidentali. Le migliori biblioteche e risorse per fare ricerca non si trovano nel continente africano ma oltreoceano, inaccessibili a chi è nato proprio lì dove la ricerca è stata svolta, e dove i suoi risultati sono più necessari.
Per questo merita di essere conosciuta lesperienza avviata al Kist, Kigali Institute of Science and Technology, dove è stata istituita la prima facoltà di architettura del Ruanda. Al momento sono attivati i corsi fino al terzo anno e fra due anni usciranno i primi laureati, i primi architetti ruandesi formatisi in ununiversità del loro paese. Lidea che sostiene e informa la scuola è che essa diventi un centro di eccellenza per il paese e lintera regione, con unofferta didattica e di ricerca che approfitti della presenza di docenti con diversa formazione e approccio – ci sono africani, europei, americani, giapponesi – per dar vita a un modello appropriato a bisogni e domande locali. Per gli studenti ruandesi, molti dei quali non hanno una casa, e ai quali il governo ha tagliato (seguendo lesempio di paesi ben più progrediti) il sostegno economico agli studi, dire che il compito primario dellarchitettura è trovare risposte ai bisogni concreti di una società agendo sulle condizioni politiche e economiche non è uno slogan, ma un impegno e una responsabilità di cittadini.
Non solo larchitettura africana è stata a lungo tenuta al margine del dibattito disciplinare, ma anche chi se nè occupato si è spesso adeguato a due pregiudizi. Da un lato una romantica idealizzazione del vernacolare, dallaltro la presunzione che solo larchitettura importata dallesterno possa essere definita veramente moderna. Tali due approcci apparentemente diversi sono in realtà complementari, perché entrambi negano lesistenza di unarchitettura africana.
Nel libro Modern Architecture in Africa Antoni Folkers mette in discussione questi atteggiamenti e indica nuove vie di ricerca e sperimentazione, raccontando 25 anni di vita e lavoro in una dozzina di paesi africani: in modo critico, senza toni celebrativi e senza nascondere i fallimenti. Non pretende di trasformare ogni singolo caso studio o progetto in esempio paradigmatico, ma nondimeno riesce a trarre dalla sua esperienza gli elementi per una riflessione più generale. La scelta di organizzare il ricco materiale in quattro sezioni dedicate al progetto urbano, alle tecnologie costruttive, allambiente costruito e alla conservazione non è casuale. Al contrario, i quattro temi corrispondono a questioni di rilevanza scientifica.
Rifiutando il pregiudizio che non si possa parlare di città in Africa subsahariana prima del colonialismo, la prima parte è unaccurata rilettura del fenomeno urbano. Il tema non riguarda solo gli storici, ma è di grande importanza per gli architetti. La città è uno dei più alti prodotti della cultura umana e guardare alla città non solo in quanto agglomerato di edifici e oggetti ma come modello di vita associata ha conseguenze per chi esercita la professione e linsegnamento, per chi costruisce nuovi manufatti e per chi si occupa della conservazione del patrimonio architettonico. Questo tema è trattato nellultima sezione del volume e rappresenta la conclusione logica di un ragionamento che parte dalla città e qui vi ritorna.
La parte centrale del libro è dedicata a problemi più propriamente costruttivi. Inno-native african tecnology, il titolo dato alla sezione dedicata ai materiali e alle tecniche, sintetizza in modo efficace quello che Folkers ritiene sia lapproccio più saggio al problema di come costruire. Non si tratta di scegliere in modo dogmatico tra tradizione e innovazione, ma di combinare elementi formali e informali, mescolare materiali tradizionali e nuove tecnologie, a seconda delle disponibilità e delle esigenze e tenendo conto delle specificità dei siti e dei problemi. In questo senso, la migliore architettura africana moderna è «ibrida». Anche le questioni climatiche e ambientali richiedono soluzioni ibride, interpretazioni innovative dellarchitettura «autarchica», termine al quale Folkers non dà nessuna connotazione negativa. Al contrario, la considera la risposta più appropriata a problemi che non possono essere affrontati con limportazione/imitazione di stili di vita europei o comunque estranei al contesto, ma allo stesso tempo richiedono la consapevolezza di quanto accade nel resto del mondo.
Ogni capitolo ha un taglio diverso, ma in tutti la capacità di mantenere costantemente intrecciate le considerazioni teoriche con le indicazioni metodologiche e il resoconto di esperienze concrete e personali fa sì che il lettore non si senta passivamente esposto a una lezione accademica ma partecipe di una vicenda in corso. In questo senso, laffermazione di Folkers che «dallAfrica si impara» può essere considerata la lezione più importante del volume, un invito e un monito per studenti e docenti, africani e non.
Antoni Folkers, «Modern Architecture in Africa», Sun Architecture, Amsterdam 2010, pp. 376, euro 42,50
Learning from Africa




















