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Scritto da: Città e Territorio

La paura di venire «murati vivi»

La paura di venire «murati vivi»

La Spezia. Il capoluogo si configura come città di media grandezza affacciata su un golfo dalle grandi potenzialità, ma priva di una vocazione univoca e forte. L’urbs vera e propria, nata intorno al 1860 con la costruzione dell’Arsenale militare, è schiacciata tra distretti di diversa natura. Trascorsi gli anni dell’economia legata allo statalismo, La Spezia entra in un decennio di sfide decisive, compresa quella di trovare una nuova vision per contrastare la crisi contemporanea, ma con un lascito molto oneroso in termini ambientali. Una grossa scommessa per il suo futuro è il recupero dell’area di Calata Paita, un’ampia parte di porto in dismissione situata tra il tessuto urbano e il mare.
L’idea trova la sua genesi nel 1993, quando fu inclusa nel Piano territoriale comunale come indirizzo progettuale per ricucire la città con il mare. Successivamente il Piano d’area del 1998 dello studio Federico Oliva Associati e il Piano urbanistico comunale del 2000 lo suggeriscono come inserimento nel Piano regolatore portuale del 2006, attualmente in vigore, il quale prevede, come contropartita, l’ampliamento dei moli container a levante. Nei primi anni 2000 i principali attori hanno iniziato a dialogare pubblicamente sulla possibilità di affidare una progettazione più dettagliata a un’importante firma dell’architettura internazionale o intraprendere la strada del concorso di progettazione. Si è arrivati al 2005 con la stesura di un bando che nel 2007 ha laureato il gruppo capeggiato dallo spagnolo Josè Llavador e composto dagli studi Schiattarella e Maas, con la consulenza locale dello studio Mmaa. Nel 2010 è presentato un nuovo masterplan, a opera dello stesso gruppo, differente rispetto alla versione di concorso: sono confermati le linee di costa spezzate, il terminal crociere e il molo per la nautica ma, al posto degli edifici-contenitore e di un distintivo disegno del verde, compaiono due grattacieli e una serie di edifici a stecca, mentre vengono definiti indici e indirizzi per le costruzioni e le loro destinazioni d’uso. Questa virata sul progetto di massima ha destato non pochi sospetti per il rischio di speculazione edilizia che potrebbe bruciare un’area vitale per il recupero del contatto con il mare.
Negli ultimi anni la cittadinanza si è riunita in comitati che cercano il dialogo con Comune, Provincia e Autorità portuale, portando sul tavolo le emergenze ambientali (discariche, centrale a carbone Enel, rifiuti tossici) e il problema dell’essere «murati vivi»: definizione che dà il nome a un gruppo del borgo di Marola, ma che può estendersi a tutto l’abitato del litorale interno del golfo. Dal canto loro Autorità portuale e Comune dichiarano di aver dato e di garantire comunicazione, condivisione e qualità. Essi si dicono impegnati a velocizzare i processi per arrivare al progetto definitivo, anche per superare le empasses che solitamente ostacolano le trasformazioni urbane.
Dal 2011 si è affacciata sulla scena la Waterfront Spa, una società autoctona d’imprenditoria e finanza, con quote aperte ai cittadini, costituita con l’obiettivo di partecipare e vincere la gara per l’affidamento della riconversione di Calata Paita al posto di possibili investitori esterni.
La partita del waterfront è aperta e, date le premesse, viene da chiedersi se in questa definizione non vada piuttosto intesa una pianificazione territoriale a lungo termine, allargata a tutto il Golfo.

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Last modified: 22 Luglio 2015