Così come inevitabilmente ritorna lautunno, periodicamente si torna a parlare di riforma delle professioni, collegando questo termine con la riforma degli Ordini professionali. E inesorabilmente, dopo ampio dibattito, non si viene a capo di nulla. Lerrore probabilmente è proprio nel ritenere ancora la nostra professione legata agli Ordini così come oggi sono strutturati piuttosto che, orgogliosamente, difendere i diritti di tutti i loro iscritti, siano essi progettisti o meno. Una seria riforma, che deve essere prima di tutto dellimpostazione mentale, dovrebbe separare il concetto di «progettista» da quello di «iscritto» a un Ordine, che è condizione necessaria ma non sufficiente per individuare un professionista. Quello che ci interessa realmente è una riforma del ruolo del progettista nel mondo delledilizia: il ruolo del progetto e del suo artefice ha avuto negli ultimi decenni varie vicissitudini. Si parte dal ruolo storico che i Geni civili hanno avuto dallOttocento agli anni cinquanta del Novecento come depositari del sapere e realizzatori di progetti a 360°: basti pensare alla legge per il Risanamento di Napoli del 1885 o al Piano Ina-Casa promosso nel secondo dopoguerra da Amintore Fanfani, o alla progettazione e realizzazione dellAutostrada del sole, inaugurata nel 1964. Negli anni successivi i ruoli di progetto e progettista sono andati progressivamente svilendosi, contribuendo anche alla degenerazione dei meccanismi degli iter realizzativi; ciò è sfociato, allinizio degli anni novanta, in Tangentopoli: con lindebolimento del ruolo del progetto, le imprese potevano eseguire le opere pubbliche come più conveniva loro, facendo partecipare politici e faccendieri a questo «banchetto». Nel 1994 la legge Merloni ha cercato di porvi rimedio: ha riportato la progettazione al centro del percorso realizzativo di unopera pubblica e le ha dato per la prima volta il ruolo che altrove è consuetudinario. Purtroppo il nuovo Codice degli appalti ha segnato un passo indietro: il progetto è diventato uno dei tanti momenti di un percorso che riporta al centro del processo limpresa esecutrice, ponendo lidea progettuale in secondo piano. Da questo piccolo excursus emerge con tutta evidenza il punto che in una riforma delle professioni sarebbe di vero interesse: ritornare a dare dignità al progettista, sia in termini di ruolo che di remunerazione. In tutta Europa larchitetto è il «dominus» intorno a cui ruota la macchina realizzatrice di unopera. Progetta, coordina il lavoro degli altri esperti coinvolti nel processo, controlla le imprese esecutrici, si pone come intermediario con le autorità. Da noi, invece, è solo una figura al servizio di tutti questi attori e la sua voce è ascoltata solo quando fa audience. La riforma che ci piacerebbe dovrebbe esaltare la qualità delle capacità professionali e valorizzare linnovazione allinterno di regole di mercato ormai consolidate in tutto il mondo. In questo contesto anche il problema delle tariffe perderebbe importanza: in molti paesi, dove non esistono tariffe di riferimento, lopera dei progettisti viene comunque riconosciuta e remunerata in maniera adeguata. È evidente che se si valuta il progetto solo in base alla cifra da spendere, si vorrà pagarlo il meno possibile. Ma se, al contrario, nella mentalità comune si facesse strada la convinzione che solo da un progetto ben fatto può essere realizzata unopera di qualità, ben finalizzata al raggiungimento del suo scopo, con costi e tempi certi, ognuno sarebbe disposto a pagare il dovuto, anche perché, comunque, si tratterebbe soltanto di una parte centesimale del costo totale.
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