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La Broadway madrilena

Madrid. Prende le distanze dagli altri eventi in programma per la celebrazione del centenario dello storico asse madrileno l’esposizione «Laboratorio Gran Vía», curata da Iñaki Abalos. Per riportare al centro dell’attenzione pubblica la «Broadway madrileña», inaugurata nel 1910 come nuovo asse commerciale e spina dorsale della modernizzazione della capitale spagnola, Abalos rifugge ogni intento documentale ma sceglie piuttosto di guardare al futuro, ripensando in modo critico e utopico la Gran Vía come generatrice di nuovi contenuti urbani. Per farlo, il curatore chiama nove studi di architettura attivi a Madrid che, lavorando da prospettive diverse ma con la stessa dose di provocazione su altrettanti concetti-chiave, hanno fornito risposte emblematiche per altrettanti lotti situati lungo l’asse, volte a individuare le potenzialità implicite e affrontare i numerosi problemi irrisolti legati allo sviluppo della Gran Vía. L’allestimento di Abalos si articola intorno a un percorso primario, un asse centrale che riproduce il tracciato della Gran Vía, lungo il quale si snodano i principali contenuti informativi e da cui si accede alle nove parcelas assegnate ai singoli studi, che si avvalgono di mezzi e tecniche di rappresentazione innovativi e di supporti analoghi (due video a parete, un espositore e un plinto centrale), per l’allestimento dei singoli spazi espositivi. Se alcune proposte ne enfatizzano il carattere scenografico (come Teatro di Izaskun Chinchilla Arquitectos, che converte la sezione stradale e le facciate in un unico spazio teatrale o Interfazdi Carlos Arroyo che guarda alla Gran Vía come a un palinsesto urbano), altre ne valorizzano la natura economica e commerciale, esasperando con ironia le conseguenze di un progetto concepito in termini di capitalismo contemporaneo (è il caso di Zona Franca di Acebo XAlonso e di Capital di S&Aa di Federico Soriano, che considera l’artefatto urbano come macchina economica). In alcuni casi ritorna l’idea di ambiente cosmopolita e metropolitano che va rinnovato e aggiornato, (Manuel Ocana prevede in Media una nuova infrastruttura mediatica e un supporto continuo di schermi per una rete reale e virtuale), mentre in pochi lavorano sulla trasformazione tipologica degli edifici esistenti per generare una nuova dimensione pubblica, come nel caso di Observatorio di Abalos+Senkjewicz Arqitectos o della proposta di Galvez+Wieczorec Arquitectura in Atmosferica. Non mancano le riflessioni sulla struttura sociale e economica della Gran Vía, che emergono nello spazio domestico collettivo concepito in Sweet Home da Andres Jaque Arquitectos e in Procomun di Ecosistema Urbano, mentre alcune proposte (Rafagas di José Miguel Iribas e Toxic dello studio AMID.cero) introducono forme di critica politica e considerazioni sulle possibilità fornite dalla distruzione come forma di ricostruzione, che prendono le mosse dalla memoria delle demolizioni e degli sventramenti d’inizio Novecento per operare il taglio nel tessuto storico consolidato. Le nove proposte si pongono come alternativa utopica, provocatoria e sperimentale agli interventi di riqualificazione, pedonalizzazione e musealizzazione dell’asse stradale presentati negli ultimi anni, e la stessa esposizione diviene portavoce di un’efficace forma di critica, rottura e discontinuità con il percorso in atto per ripensare questo spazio.

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Last modified: 14 Luglio 2015