Giarre (Catania). Può essere qualcosa più di una provocazione lidea di ribaltare la percezione negativa delle opere pubbliche incompiute fino a dichiararne la dignità di opere darte e pensare di trasformarle in una risorsa economica per il territorio? Può esserci unestetica dell«incompiuto», così come cè unestetica del «non finito», secondo la quale lopera non portata a compimento è per lartista poeticamente conclusa in modo definitivo?
Se il «nuovo stile», che ha pure un suo vero e proprio manifesto in 10 punti, è stato ufficialmente riconosciuto da architetti come Stefano Boeri o Massimiliano Fuksas, il progetto «Incompiuto siciliano», nel pur apprezzabile tentativo di ridestare lattenzione sugli scheletri di cemento, ingenera qualche perplessità nel riuscire a superare la dimensione della denuncia e nel concepire un parco archeologico fatto di edifici abbandonati su cui locchio nemmeno si posa più, assuefatto da decenni di convivenza allinterno di scenari urbani mai sanati.
Con esposizioni anche a livello internazionale, liniziativa nasce quattro anni fa da unidea del collettivo di cinque artisti «Alterazioni Video», in collaborazione con Claudia DAita, assessore alla Cultura di Riposto (comune vicino a Giarre), e con il critico darte Enrico Sgarbi (cfr. «Il Giornale dellArchitettura» n. 57, dicembre 2007, p. 32). Dopo una prima fase scientifica di mappatura e catalogazione delle opere incompiute estese a tutte le regioni (larchivio è consultabile on line: delle 500 finora rilevate 300 sono concentrate in Sicilia), si apre adesso la seconda fase dintervento a livello locale, con la progettazione di un «Parco archeologico dellIncompiuto siciliano» a Giarre, eletta a riferimento grazie allelevato numero di opere per abitante (il Comune ha recentemente formalizzato la propria adesione).
Le «prove generali» si sono tenute dal 2 al 4 luglio, in occasione del Festival dellIncompiuto Siciliano, durante il quale gli otto monumentali scheletri di cemento disseminati nel centro urbano (tra cui un teatro, un parco con bambinopoli e un campo da polo) sono stati collegati in un percorso accessibile ai visitatori e sono diventati teatro di dibattiti pubblici e performance artistiche, sino a concludere con il simbolico taglio di una colonna incompiuta del parco Chico Mendes; questa, dopo aver «incontrato» altre incompiute dItalia, approderà alla prossima Biennale di Venezia insieme alla presentazione dellintero progetto.
Momento centrale del Festival è stata la presentazione del workshop, con la proposta progettuale di Marco Navarra (studio Nowa) incentrata sul campo da polo, come primo momento di costruzione del parco e progetto pilota da esportare sul territorio nazionale. Contrario a congelare lopera in un museo della memoria e lasciando intatta la percezione dellincompiuta, Navarra ne prevede il riuso attraverso «nuovi scenari capaci di trasformare il campo in unarea per il temporary hosting, avvicinandosi al concetto di residenza dartista o ai workshop universitari in contatto con le realtà territoriali, per costruire relazioni forti con il resto della città e nuovi modi di visibilità delle opere incompiute».
Ma questo è solo il futuro: nellimmediato il parco non sarà che un tour tra edifici inutilizzati e fatiscenti, proprio mentre la Regione istituisce ben 25 nuovi «veri» parchi archeologici.
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