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Louis Becker: collaborare, ascoltare, spingersi oltre il limite

Louis Becker: collaborare, ascoltare, spingersi oltre il limite
A Mantovarchitettura confronto su paesaggio, ambiente e spazio pubblico nell’intervista a ⁠⁠Louis Becker, uno dei direttori dello studio danese Henning Larsen

 

 

MANTOVA. Nel ricco programma di mostre di Mantovarchitettura “Climate Change Architecture / Actions” propone alla Casa del Mantegna una appassionante sequenza di risposte progettuali ai temi posti dal cambiamento climatico. Agli interventi architettonici, restituiti attraverso disegni e immagini, si accompagnano i racconti con interviste a progettiste e progettisti. L’occasione per una discussione su temi così attuali grazie all’esperienza dello studio danese Henning Larsen. L’intervista è con Louis Becker,  global design director della struttura professionale con sede a Copenaghen.

L’articolo conclude una serie di dialoghi-interviste che sviluppano un quadro internazionale di estremo interesse, attraverso la definizione di una serie di parole chiave per comprendere il progetto contemporaneo. Ci siamo confrontati con Uli Hellweg (IBA Amburgo), Jose Luis Vallejo (Ecosistema Urbano) e con Anne Speicher (Baumschlager Eberle Architekten).

 

Nel Museo Moesgaard di Aarhus la sfida è stata di coniugare la riduzione dell’impatto ambientale, la valorizzazione di un sito archeologico e la creazione di uno spazio accessibile a tutti. Come avete tradotto questi aspetti nel progetto?

Per la realizzazione di quest’opera abbiamo dovuto scavare per comprendere le stratificazioni storiche del suolo, ma ciò ha reso necessario limitare l’area di cantiere e l’entità degli scavi, perché nel sottosuolo erano presenti alcuni reperti storici. Ciò che non potevamo immaginare durante la realizzazione è che la copertura sarebbe diventata la parte più iconica del museo perché tutti, dai bambini agli anziani, potevano salirci. Noi di Henning Larsen cerchiamo sempre di chiederci cosa offriamo alle persone che non hanno acquistato un biglietto per entrare. Qui possiamo salire sul tetto, attraversando idealmente la fase più antica della di quel luogo, e arrivare in cima a contemplare il mare circostante. Questa passeggiata è in un certo senso un percorso nella storia danese. Quello che abbiamo visto, particolarmente durante la stagione invernale, è che questo grande piano inclinato è utilizzato in tanti modi diversi: i bambini possono scendere con una slitta e si possono organizzare gare di bicicletta ed eventi culturali con opere all’aperto. Ci sembra quindi di aver realizzato molto più di un semplice museo archeologico.

 

Oltre alla riflessione sulla questione ecologica, questo progetto si contraddistingue per una sperimentazione sul rapporto con la natura, che qui è concepita non solo come fonte di ispirazione ma, se pensiamo proprio alla copertura, come un vero e proprio componente dell’edificio.

Avevamo in mente di intervenire il meno possibile sull’ambiente circostante: per certi versi è stata quindi la natura stessa a risalire l’edificio e a diventare parte integrante di esso. Lavoriamo in tanti luoghi nel mondo, dagli Stati Uniti all’Australia, dalla Norvegia all’Asia e dall’Africa al Medio Oriente. In ogni luogo troviamo una differente concezione del paesaggio, ma tutti hanno un aspetto in comune: la natura è più importante di qualsiasi altra cosa e viene sempre al primo posto. Siamo consapevoli che l’edificio è un elemento che si inserisce nella natura e deve creare un dialogo con essa. Ma, se c’è una gerarchia, la natura deve venire prima e va messa davanti a tutto. Spesso quindi coinvolgiamo uno dei nostri paesaggisti per capire dove sia più opportuno collocare l’edificio per salvaguardare e rafforzare la natura in quel luogo.

 

Abbiamo individuato nella reazione al cambiamento climatico un vero e proprio cambio di paradigma. Il vostro studio è stato fondato più di 60 anni fa. Guardando ai vostri primi progetti, quali temi sono rimasti invariati e quali invece hanno subito un’evoluzione?

La sperimentazione sulla luce naturale non è mai scomparsa e rappresenta ancora oggi un’occasione di scoperta. Abbiamo appena realizzato un video su una chiesa su cui abbiamo lavorato circa 30 anni fa. È stato davvero interessante tornare a parlare di ciò che abbiamo fatto in quell’occasione. Qualcosa è cambiato con il passare del tempo, ma il modo in cui penetra ed entra negli spazi, dando senso alla funzione religiosa, è esattamente la stessa. Rispetto al passato siamo più flessibili di quanto fossimo un tempo: cerchiamo di essere più aperti al confronto, di ascoltare di più. Credo che prima avessimo un po’ di dogmatismo, dicendo cose del tipo: “Eravamo quelli giusti. Abbiamo fatto la cosa giusta. E, se non abbiamo vinto quel concorso, è stato perché la giuria non ci ha capito”. Oggi non siamo più così rigidi al riguardo, anche perché nessun edificio costruito per uno scopo specifico lo manterrà per più di 10 o 15 anni.

 

È possibile coniugare la sperimentazione sulla sostenibilità ambientale e la ricerca di un rapporto con il contesto, associando la riflessione sull’ambiente a quella sul luogo? Come avete affrontato questa relazione nei vostri progetti?

La dimensione ambientale è parte integrante di tutto ciò che facciamo. Abbiamo uno specifico team di ricerca che studia il percorso di sostenibilità del progetto e dedichiamo molto tempo a scoprire la storia del luogo ponendoci domande del tipo: Cosa c’era prima? Cosa è stato costruito nel tempo? Cosa c’è oggi? Si tratta di un luogo sacro? Spesso abbiamo a che fare con contesti di grande importanza storica dove non si può fare tutto ciò che si vuole ma occorre trovare un equilibrio con la storia. Il nostro approccio è in equilibrio tra due poli. Da un lato ci chiediamo con quale tipo di cultura ci stiamo confrontando. Dall’altro ci domandiamo che tipo di sperimentazione possiamo effettuare per ridurre l’impronta ecologica dei nostri edifici. In alcuni progetti è più facile perché i clienti sono molto ricettivi, in altri è più difficile andare avanti. Questo capita più di frequente quando si lavora con investitori privati che possono essere molto timorosi del rischio che stanno assumendo nei progetti.

 

La mostra “Actions” illustra, attraverso una selezione di casi studio, i nuovi compiti che l’architettura dovrà affrontare per far fronte alle conseguenze del cambiamento climatico. Quali sono i tre più importanti per la cultura progettuale del futuro?

Collaborare: dobbiamo lavorare con persone al di fuori del nostro settore, rispettarle e lasciarci ispirare da loro. Ascoltare: ogni luogo offre una certa specificità che proviene dalla storia, dal clima, dalla natura. Non dobbiamo ignorare queste condizioni, ma valorizzarle. L’ultima è questa: bisogna spingersi oltre i limiti, mettere in campo tutto ciò che si può fare. Anche un piccolo dettaglio in più può contribuire in modo importante.

 

Questo articolo è redatto e pubblicato nell’ambito di una collaborazione tra ilgiornaledellarchitettura.com e il Polo territoriale di Mantova del Politecnico di Milano il cui obiettivo è lo sviluppo e la sperimentazione di forme di comunicazione nel campo dell’architettura e del progetto da parte di docenti, studentesse, studenti, neo-laureate/laureati e giovani ricercatrici e ricercatori.

Immagine di copertina: Henning Larsen, Moesgaard, Aarhus, 2014 (© Hufton + Crow dal sito web)

 

La mostra “Climate Change Architecture / Actions”

Promossa nell’ambito di Mantovarchitettura 2026
13 maggio – 28 giugno 2026

a cura di Elena Montanari e Matteo Moscatelli
Mantova, Via Acerbi 47, Casa del Mantegna

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