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Scritto da: Città e Territorio Forum Mosaico

Ico Migliore: La mia capitale del ghiaccio

Ico Migliore: La mia capitale del ghiaccio
I ricordi dell’architetto e designer, già hockeista a livello internazionale. Con l’auspicio di ritrovare una Milano in cui lo sport non sia solo evento ma identità e strumento di inclusione

 

MILANO. Negli anni ’80, muoversi nel cuore di Milano, in Corso Venezia, significava abitare una felice bipolarità tra due templi speculari. Da un lato c’era De Padova, il tempio dell’innovazione del design fondato a metà degli anni ’50 da Maddalena De Padova, una donna straordinaria che negli anni ha introdotto per prima a Milano arredi d’avanguardia e una profonda innovazione nei materiali. Il suo spazio era un crocevia dove passava la migliore cultura del progetto dell’abitare. Un laboratorio vivo, tra le scenografiche vetrine di Achille Castiglioni e le icone senza tempo disegnate da Vico Magistretti.

Dall’altro lato, proprio di fronte, c’era Brigatti: non un semplice negozio, ma una sorta di cabinet de curiosité sportivo, un luogo dove era possibile trovare l’attrezzatura per ogni disciplina immaginabile, dalla pelota basca all’arrampicata, dall’hockey alla subacquea. E venendo agli sport del ghiaccio, era lì che la gente portava i pattini ad affilare, respirando una cultura che non vedeva lo sport solo come evento, ma come parte integrante dell’identità cittadina.

Al Piranesi, dove tutto ebbe inizio, 100 anni fa

E con i pattini affilati sulle spalle, da Corso Venezia, il viaggio proseguiva verso via Piranesi. Dire “Piranesi” allora non significava indicare un indirizzo, ma identificare un’intera zona della città con il suo Palazzo del Ghiaccio. Costruito nel 1923, questa architettura meravigliosa in stile liberty fu il primo palazzo del ghiaccio coperto d’Europa, nato nel complesso della Stazione centrale del freddo dei Frigoriferi Milanesi, dove un tempo si producevano persino le barre di ghiaccio per uso domestico.

In quella sorta di salotto urbano, tra una pattinata e un caffè, è nata ufficialmente nel 1924 la storia degli sport invernali italiani, che paradossalmente non ha mosso i primi passi tra le vette alpine ma proprio nel cuore della città di Milano. Questa epopea ha vissuto il suo primo grande momento di gloria internazionale negli anni ’30, quando i Diavoli Rossoneri, storica squadra di hockey su ghiaccio milanese, riuscirono nell’impresa di vincere per due volte la prestigiosa Coppa Spengler a Davos: un trofeo che all’epoca, per il valore delle compagini nordamericane ed europee coinvolte, era considerato un evento dal prestigio quasi olimpico.

Proprio sullo stesso ghiaccio, tra la fine degli anni ’60 e i primi anni ’70, hanno mosso i primi passi campionesse come Rita Trapanese, stella del pattinaggio artistico internazionale, o, nel campo della danza su ghiaccio, il duo composto da Matilde Ciccia e Lamberto Ceserani, consolidando un’identità sportiva urbana che ha preceduto di qualche decennio la mia generazione di hockeisti.

Per me, che ho vissuto tra i gradi di capitano della Nazionale e del Milano-Saima e i tavoli da disegno del Politecnico, lo sport e l’architettura sono sempre stati mondi collegati. Il design, anche nel mondo dello sport, allora era pervasivo: ricordo i padiglioni della Fiera con straordinarie figure di atleti e anche di giocatori di hockey illustrati da Pino Tovaglia, appartenente a quella scuola di grafici come Bruno Munari, Bob Noorda e Franco Grignani, o ancora le intuizioni dei fratelli Castiglioni che disegnavano sedute (in particolare, un famoso inginocchiatoio) ispirandosi alla forma e materiali dei parastinchi da portiere di hockey.

 

Impianti come presidi sociali, ma manca la cura

In questa Milano che ricordo, l’architettura sportiva era un cuore pulsante capace di definire l’identità di intere zone: come il Vigorelli in via Arona o la Pelota in via Palermo, così il Piranesi identificava il quartiere degli sport del ghiaccio. Da quella scintilla era nata una rete di impianti più ampia e diffusa che col tempo si è tragicamente sfilacciata: il Piranesi oggi è diventato un bellissimo luogo per eventi, ma ha perso la sua anima di ghiaccio; il Saini è praticamente sparito; e il caso del PalaAgorà è ancora più emblematico e doloroso: un polo di cultura sportiva che ha funzionato fino al post-Covid, portando sul ghiaccio migliaia di ragazze e ragazzi, oggi è un luogo in rovina, abbandonato, casa di nessuno dove abitano i cani randagi.

È il paradosso di una città che vive sempre più di eventi ma che trascura la manutenzione ordinaria, ovvero quella cura quotidiana che attutirebbe il collasso sociale e strutturale dei suoi presidi di quartiere. Come ricordava Ernesto Nathan Rogers, “l’Italia è un Paese di grandi inaugurazioni ma di scarse manutenzioni”.

Se l’eredità di Torino 2006 è stata abbastanza concreta, con impianti nuovi ma anche recuperati come quello destinato a tutte le attività sportive del ghiaccio di Corso Tazzoli ancora in funzione, con addirittura due piste ghiacciate, a Milano invece il panorama appare incerto. Il nuovo impianto di Santa Giulia, stando alle cronache, sembra orientato più ai grandi concerti che alla pratica sportiva di base, mentre le piste alla Fiera di Rho restano soluzioni temporanee.

Le Olimpiadi non siano solo una festa

Sono certo che con queste Olimpiadi assisteremo a uno show di grande impatto, un evento positivo per i visitatori e di grande portata televisiva. Tuttavia, la sfida più grande sarà quella di garantire una ricaduta sulla consapevolezza urbana. Le riserve espresse dalla NHL (National Hockey League, lega professionistica nordamericana) sulla qualità e le dimensioni delle piste, che ritiene il nuovo impianto di Santa Giulia non pienamente rispondente ai propri standard dimensionali, non sono solo tecnicismi, ma riflettono un dubbio sulla nostra capacità di programmazione. E così, il rischio delle piste temporanee alla Fiera di Rho è che, una volta smantellate, lascino dietro di sé solo il ricordo di una festa, senza poter continuare a nutrire la pratica sportiva di base.

La vera legacy di un evento come le Olimpiadi dovrebbe superare, a mio avviso, persino quella dell’Expo: non si tratta solo di capire cosa fare di un territorio, ma di cosa faranno le persone in quel territorio. Dobbiamo facilitare una pratica sportiva che sia diversità e inclusione, non un lusso per poche famiglie, ma un’opportunità accessibile a tutti. Il mio augurio è che questo rinnovamento non lasci solo architetture polifunzionali indifferenziate, ma permetta ai bambini di oggi di sognare sui pattini anche a riflettori spenti.

Si dovrebbe quindi agire sull’onda positiva delle Olimpiadi, coinvolgendo partner pronti a gestire il post-evento, mantenendo temporaneamente vivo l’impianto della Fiera come soluzione di transizione e, contemporaneamente, lavorare per restituire alla città le strutture in disuso, come l’Agorà. Il mondo dell’architettura, in questo scenario, dovrebbe tornare a progettare lo sport come innovazione sociale, perché una città che si allena è una città più sana e meno sola.

Immagine copertina: il Palazzo del Ghiaccio di via Piranesi a Milano ancora in funzione (courtesy www.palazzodelghiaccio)

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Tag: , , , , , , , , , Last modified: 7 Febbraio 2026