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Arianna PanarellaWritten by: Reviews

Moda, lo spazio magico delle sfilate

Moda, lo spazio magico delle sfilate
Il Vitra Design Museum mette in mostra gli sconfinamenti tra allestimenti e scenografie temporanee. Da Coco Chanel a Rem Koolhaas, un secolo di architetture in passerella

 

WEIL AM RHEIN (Germania). Durano appena 15 minuti, ma restano impresse nella memoria collettiva. Le sfilate di moda sono spettacoli mediatici, rituali sociali, architetture effimere. A partire dal 18 ottobre, il Vitra Design Museum di Weil am Rhein dedica loro una grande mostra: “Catwalk: The Art of the Fashion Show”. È la prima esposizione nella storia del museo interamente dedicata alla moda, e rappresenta un ampliamento del discorso sul design, spingendolo verso il suo confine più performativo e immateriale.

 

Tra palcoscenico e città

La mostra racconta oltre un secolo di sfilate — dai salotti privati della Belle Époque alle regie digitali del XXI secolo — costruendo un percorso che rivela la moda come opera totale. Non solo abiti, ma spazio, suono, luce, profumo, performance: ogni elemento concorre a formare un’esperienza. È un lavoro di architettura e design, in cui la passerella diventa una macchina sensoriale e il corpo il suo centro mobile.

All’inizio, la moda si mostrava a porte chiuse. Charles Frederick Worth introduce le prime modelle, Lucile e Paul Poiret fanno delle sfilate piccoli teatri domestici, mentre Coco Chanel immagina la celebre scala a specchio del suo atelier come un dispositivo di riflessi e sguardi: uno spazio pensato per amplificare la presenza. Accanto a fotografie e filmati d’epoca, emerge il Théâtre de la Mode del 1945, un progetto itinerante che, con i suoi manichini in miniatura, fondeva artigianato, scenografia e architettura. Era un’Europa distrutta dalla guerra che tornava a sognare, costruendo mondi in scala. Qui la sfilata si fa racconto e anticipa la consapevolezza scenica che segnerà le decadi successive.

Con il prêt-à-porter, la moda esce dai salotti per occupare la città. Gli show diventano spazi di incontro e di identità: Courrèges, Paco Rabanne, Kenzo sperimentano nuove forme di movimento, mentre la leggendaria “Battle of Versailles” del 1973 trasforma la passerella in un campo culturale e politico. La moda diventa specchio delle epoche, luogo in cui si riflettono i mutamenti sociali, i nuovi corpi, i nuovi desideri. Anche gli inviti alle sfilate — oggetti concettuali, profumati, stampati, piegati come origami — entrano in questa logica di design totale: piccole architetture di carta che anticipano l’esperienza dello show.

Progetto di un’opera d’arte totale

Negli anni ’90 la passerella si trasforma in palcoscenico architettonico. Le supermodelle diventano icone globali, e gli show — come quello di Versace nel 1991, sulle note di Freedom — costruiscono la grammatica visiva del decennio. Allo stesso tempo emergono gli sguardi critici: William Klein, con “Who Are You, Polly Maggoo?“, e la performance “Models Never Talk” smontano la patina dell’immagine e mettono in luce il lavoro invisibile dietro la messa in scena. È in questo periodo che la sfilata assume la scala del progetto di architettura. Con Karl Lagerfeld, il Grand Palais di Parigi diventa di volta in volta supermercato, aeroporto, giardino o razzo spaziale. Ogni allestimento è una narrazione spaziale, un dispositivo immersivo capace di definire l’identità del brand attraverso la forma costruita.

Parallelamente, altri designer radicalizzano l’idea di performance. Alexander McQueen mette in scena un abito dipinto da robot industriali; Viktor & Rolf costruiscono un intero show intorno a un solo corpo, stratificando il tempo del gesto; Martin Margiela occupa spazi marginali e temporanei — parcheggi, ospedali, case dismesse — trasformando la precarietà in linguaggio. In tutti questi casi, la sfilata è architettura temporanea, una riflessione sullo spazio come evento e sulla moda come forma di pensiero.

Negli ultimi due decenni, la sfilata si è fatta ibrida, digitale, diffusa. Dior presenta “The Dior Myth” dentro una casa di bambole; Loewe inventa una “Show in a Box”; Balenciaga affida ai Simpson la rappresentazione della collezione. Le nuove tecnologie non cancellano l’esperienza, ma la traslano in unaltra dimensione percettiva. Sempre più spesso gli show sono coreografati da artisti e performer, e il confine tra moda e arte contemporanea si fa poroso: Sharon Eyal danza per Dior, Erwin Wurm per Issey Miyake.

Esposizione che ricrea esperienze

La mostra racconta come il corpo sia diventato un campo politico e architettonico. Rick Owens mette in scena corpi che trasportano altri corpi; Gucci cita il “Cyborg Manifesto”; Balenciaga lavora sulle protesi e sull’identità. In dialogo, la lunga collaborazione tra Rem Koolhaas/OMA e Prada evidenzia la consapevolezza dello spazio come medium narrativo. La “Skyline Jacket” di Virgil Abloh per Louis Vuitton, ispirata ai grattacieli modernisti, sintetizza perfettamente questo incontro: la moda che si fa architettura, la giacca come skyline.

Tra le vetrine della mostra “Catwalk” al Vitra Design Museum, accanto ai costumi e alle scenografie, compaiono anche gli inviti alle sfilate: piccoli oggetti di carta che raccontano una storia parallela, quella della comunicazione visiva nella moda. In un mondo dove ogni dettaglio costruisce identità, l’invito diventa un progetto di design in miniatura. Alcuni scelgono la teatralità — come Thierry Mugler, con i suoi biglietti sagomati — altri l’anonimato concettuale, come Maison Martin Margiela, che negli anni ’90 spediva semplici fogli bianchi numerati. Persino Chanel ha trasformato la propria grafica, mantenendo un equilibrio rigoroso tra eleganza e riconoscibilità. Questi inviti rivelano quanto la messa in scena della moda passi anche attraverso carta, tipografia e materiali. In un’epoca di link e QR code, “Catwalk” restituisce al gesto dell’invito la sua dimensione simbolica: quella di un rito dingresso in uno spazio dove il design diventa racconto, anticipazione e memoria insieme.

Ciò che emerge è che la sfilata è molto più di una presentazione: è una forma di spazio, una costruzione di emozione e di senso. In essa convivono architettura, design, musica, movimento, profumo: un’orchestrazione totale e multidisciplinare che restituisce la moda alla sua dimensione più ampia: quella di un racconto culturale, di uno specchio delle epoche. Con questa mostra, il Vitra Design Museum non celebra la moda, ma la sua capacità di creare esperienze e di interrogare il presente attraverso la materia dello spazio. Perché ogni passerella, anche se dura pochi minuti, è una piccola architettura della memoria.

Immagine di copertina: Installation view “Catwalk: The Art of the Fashion Show”, Weil am Rhein, 2025 (courtesy Vitra Design Museum, © Bernhard Strauss)

“Catwalk: The Art of the Fashion Show”
A cura di: Jochen Eisenbrand, Katharina Krawczyk (Vitra Design Museum), Kirsty Hassard, Svetlana Panova (V&A Dundee). Allestimento: Ania Martchenko. Graphic design: Haller Brun
18 ottobre 2025 – 15 febbraio 2026
Vitra Design Museum
Charles-Eames-Straße 2, Weil am Rhein, Germany
Informazioni

Autore

  • Arianna Panarella

    Nata a Garbagnate Milanese (1980), presso il Politecnico di Milano si laurea in Architettura nel 2005 e nel 2012 consegue un master. Dal 2006 collabora alla didattica presso il Politecnico di Milano (Facoltà di Architettura) e presso la Facoltà di Ingegneria di Trento (Dipartimento di Edile e Architettura). Dal 2005 al 2012 svolge attività professionale presso alcuni studi di architettura di Milano. Dal 2013 lavora come libero professionista (aap+studio) e si occupa di progettazione di interni, allestimenti di mostre e grafica. Dal 2005 collabora con la Fondazione Pistoletto e dal 2013 con il direttivo di In/Arch Lombardia. Ha partecipato a convegni, concorsi, mostre e scrive articoli per riviste e testi

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Last modified: 11 Novembre 2025