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Sandra LosiWritten by: Inchieste Mosaico

“Spaesati a casa nostra”: glossario della ricostruzione in Emilia

Terza puntata dell’inchiesta. Come procede la ricostruzione? Non si può rispondere in modo semplicistico. Diverse sono state le esperienze dei terremotati e degli attori coinvolti: c’è chi è rientrato in casa o nei luoghi di lavoro e chi ancora no, e non sa quando potrà tornarci

 

Memoria. In barba ai confini amministrativi, l’area colpita dagli eventi sismici del maggio 2012 non è solo emiliana ma anche veneta e lombarda. Ci accorgiamo di qualcosa solo quando diventa evento condiviso. Chi non è direttamente coinvolto e non vive quotidianamente sulla propria pelle i passi della ricostruzione, dimentica in fretta che, nella vasta area del “cratere”, poco più di tre anni e mezzo fa, è improvvisamente cambiata l’idea di normalità. E soprattutto pensa che tutto sia tornato come prima. Purtroppo non è così. Ricordare significa anche sviluppare una coscienza del rischio, per non lasciarci cogliere impreparati ogni volta che si ripresenta un evento sismico. Solo con questa consapevolezza le nostre città si possono rendere più sicure e capaci di sopportare in modo meno traumatico i terremoti e non solo (due trombe d’aria nel 2013 e l’alluvione del gennaio 2014).

 

Ricostruzione. È iniziata, certo. Gru e ponteggi disegnano il paesaggio e sono segnali di un prossimo ritorno alla vita di centri storici, aree artigianali e industriali, campagne. I dati dell’andamento della ricostruzione dell’area emiliana sono reperibili, aggiornati quasi in tempo reale, sulle pagine web della Regione Emilia Romagna. Ma i dati in realtà non raccontano i problemi e le implicazioni che, superata la fase della prima emergenza, quotidianamente si presentano al punto da rallentare e rendere assai complesso il processo di ricostruzione.

 

Scadenze. Fissate tramite Ordinanze dal Commissario regionale delegato, sono un mezzo per governare i tempi della ricostruzione. Scandiscono il susseguirsi delle diverse fasi operative, dal progetto all’inoltro delle domande di richiesta contributo, dall’avvio dei cantieri alla conclusione dei lavori, fino alla rendicontazione economica. Governano l’organizzazione del lavoro degli studi professionali, delle imprese coinvolte e delle strutture tecnico-amministrative. Impongono limiti temporali anche alla committenza. Tra il dire e il fare, però, c’è grande distanza e diversi sono gli ostacoli al rispetto delle scadenze prefissate, peraltro già più volte riviste. Le condizioni di partenza (quelle imprescindibili per avviare un progetto di ricostruzione) spesso non sono ideali. Verificare lo stato ante sisma degli edifici (complici anche gli archivi andati perduti o ancora inaccessibili) non è semplice. Si aggiungano abusi e difformità spesso riscontrabili anche qui, in Emilia, da sanare per accedere ai contributi. E ancora, la committenza è obbligata a risolvere problemi forse noti ma mai affrontati, che aprono conflitti anche personali non facili da gestire. Ad esempio, situazioni di comproprietà derivanti da lasciti ereditari; oppure convivenze in ambiti condominiali o similari che obbligano a trovare soluzioni condivise in tempi non sempre conciliabili le scadenze imposte.

 

Tempi. Nonostante la manifesta volontà di avviare subito gli interventi per ripristinare la normalità; e nonostante la determinazione della gente emiliana, anche qui la ricostruzione non sarà così rapida. Moltissimo è ancora da avviare. Sarà lunga soprattutto per i luoghi di aggregazione e di riconoscimento identitario che fino al 2012 connotavano il nostro paesaggio e le nostre piccole città padane: chiese, palazzi, teatri, municipi, monumenti storici, castelli, ma anche tanti edifici rurali. Occorreranno forse almeno altri due lustri…

 

Contributi. Con le Ordinanze dal Commissario regionale sono fissate le condizioni per ottenere i risarcimenti economici. I massimali delle somme concedibili sono determinati facendo riferimento a importi parametrici strettamente connessi al livello di danno e alla condizione di occupazione e uso dei fabbricati alla data del sisma. Ma gli importi concessi sono determinati in base a computi metrici minuziosamente vagliati dai tecnici istruttori. Ogni euro è faticosamente guadagnato o risparmiato, a seconda dei “punti di vista”. Una forte criticità, che sta mettendo in crisi imprese e studi professionali, è rappresentata dai tempi di erogazione del contributo: il primo pagamento, un “acconto”, è effettuato in media a cantiere avviato, cioè dopo otto/nove mesi dall’inizio dell’iter della richiesta. A questo tempo vanno sommati quelli della redazione del progetto e della la documentazione a corredo; in genere almeno altri sei mesi, se tutto va bene.

 

Dialogo. Mantenere aperto il dialogo fra tutti gli attori coinvolti per affrontare con sistematicità le diverse criticità che si presentano in itinere è azione utile per far fronte alla complessità del processo di ricostruzione. Ma occorre un dialogo vero e costruttivo, in cui si mettono da parte pregiudizi e ideologie, in cui il confronto serve per superare le difficoltà e non solo per esporre punti di vista differenti e inconciliabili. Diverse sono le situazioni di dialogo attivate – ancora in fase di emergenza – che hanno coinvolto amministratori, cittadini, tecnici e struttura regionale. E ancora oggi sono tenuti, a cadenza mensile, gli incontri dei tavoli tecnici regionali a cui partecipano anche le rappresentanze dei professionisti; più volte ne sono state riviste le modalità organizzative e di relazione, per far fronte alle diverse situazioni che si riscontrano, con l’auspicio che possano essere davvero di aiuto [sul sito dell’Ordine architetti di Modena, cfr. la sintesi del lavoro dei tavoli tecnici a cui partecipano le rappresentanze dei professionisti]. Per ottenere risultati serve però la collaborazione di chi quotidianamente ha a che fare con la ricostruzione nel segnalare problemi e dare riscontro delle soluzioni trovate affinché diventino patrimonio comune.

 

Digitalizzazione. Per la prima volta è stata impiegata nei procedimenti amministrativi della ricostruzione di abitazioni e edifici produttivi. In poco tempo professionisti e uffici preposti si sono attrezzati e adeguati a questo diverso modo d’inoltrare e ricevere documenti e dati e di comunicare in tutte le fasi dei singoli processi di ricostruzione, la cui finalità è sia la maggior trasparenza sia l’unificazione dei comportamenti. Sicuramente non è stato facile adeguarsi al cambiamento imposto, in tempi così brevi. Aspetti positivi da rilevare sono il risparmio di tempo e risorse nella predisposizione e consegna delle pratiche. Peccato che questa innovazione riguardi unicamente le opere private, mentre per quelle pubbliche si deve ancora consegnare tutto in forma cartacea, e in molte copie…

 

Semplificazione. Nonostante la digitalizzazione è ancora un vero miraggio.

 

Provvisorio. In fase di prima emergenza sono state messe in campo varie soluzioni per consentire di non abbandonare il territorio; a perseguire l’obiettivo ci hanno aiutato anche la sua morfologia e il suo assetto. Alcune di queste soluzioni – in particolare i Moduli abitativi provvisori (MAP) – hanno davvero carattere di provvisorietà e sono destinate a essere smantellate. Altre – Edifici scolastici temporanei (EST), municipi, chiese – di provvisorio avranno, forse, solo l’uso. Questo provvisorio, che ha rapidamente trasformato paesaggio e consuetudini, stravolgendo i flussi di traffico e movimentazione in genere, influirà sullo sviluppo futuro di molti centri, per i quali è necessario rivedere la pianificazione.

 

Monitoraggio. Se obiettivo comune è non solo la ricostruzione intesa come mero ripristino di quello che è stato danneggiato, compromesso o andato perduto, ma è la Ricostruzione (con erre maiuscola), cioè intesa come occasione di rinnovamento e di rispetto dell’identità territoriale, allora, oltre al dialogo, è indispensabile attivare sia il monitoraggio sistematico delle criticità del processo di recupero e rinnovamento, sia la condivisione, in itinere e per tutta la durata del percorso, di principi, metodi e obiettivi.

 

Progetto. Piuttosto carente è in genere, e non solo nella ricostruzione, la cultura del progetto. Le scadenze governano un modus operandi che lascia poco spazio all’approfondimento, considerato una perdita di tempo; e che riconduce la progettazione a mero esercizio di calcolo di quote e superfici, alla replica di soluzioni già viste, orientate all’impiego di materiali e finiture “alla moda” più che a tener conto del contesto, al rispetto per il territorio, o a rispondere ad esigenze funzionali specifiche.

 

Qualità. Carente è anche la ricerca della qualità. Ricerca che è mancata in molta dell’edilizia fin dal dopoguerra. In questo hanno avuto ruoli e peso tutti gli attori della filiera delle costruzioni, inclusi i progettisti, fra cui gli architetti. Occorre davvero avviare in fretta un cambio di approccio e mentalità per impiegare nel miglior modo possibile le risorse economiche destinate alla ricostruzione.

 

Recupero/rigenerazione. Carente infine è anche la cultura del recupero dell’ingente patrimonio ereditato dal passato, e della rigenerazione urbana in genere. Nella ricostruzione di un territorio che improvvisamente ha perso non solo i luoghi della quotidianità ma anche gli elementi identitari che hanno segnato il tempo e la storia delle comunità, questa carenza culturale, se sottovalutata, può avere effetti devastanti. Il rischio di una ricostruzione non ponderata, che non definisce priorità d’interventi e usi, è non solo quello di sprecare risorse e occasioni per migliorarne la qualità, ma di cancellare segni, peculiarità e valori che ci faranno sentire, per riprendere le parole di un testo di Antonella Tarpino, “spaesati a casa nostra”.

 

Architetti. Con particolare riferimento ai liberi professionisti, occorre ancora una volta evidenziare la sottovalutazione del ruolo degli architetti, sia in fase d’emergenza sia nella ricostruzione. Va inoltre detto che molti architetti, oltre al lavoro – non sempre adeguatamente – retribuito, hanno prestato qualificate azioni di volontariato, in particolare quelli che risiedono e operano nei territori colpiti dal sisma. Gli architetti, e più in generale tutte le professioni tecniche, possono e devono contribuire significativamente per ridare valore alla cultura del progetto, cogliendo le opportunità che questa tragica situazione ci offre per implementare le proprie specializzazioni e operare, nei principi dell’etica professionale, a garanzia del bene collettivo, affinché le operazioni di ricostruzione siano svolte con la massima efficienza, qualità e convenienza, e al contempo contribuire a ridare valore e dignità alla professione.

 

Foto di copertina: restauro del castello di Soliera (Modena)

 

Per_approfondire

Sul Giornale

Emilia, a che punto è la ricostruzione? (inchiesta a cura di Matteo Agnoletto, Luigi Bartolomei e Paola Bianco)

Ricostruzione in Emilia: i numeri e le procedure (di Paola Bianco)

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Last modified: 24 Febbraio 2016