È ogni volta una sorpresa constatare come i miti fondanti del modernismo siano tuttora duri a morire, come tendano, non appena abbassata la guardia, a incarnarsi sempre di nuovo in narrazioni piane ed esplicative. Di questa sorta di impulso mitopoietico, la lunga carriera di Lucio Costa sembra costituire una testimonianza esemplare. Spesso noto, al di fuori del Brasile, solo per il piano urbano di Brasília, egli è in realtà il principale ideologo del modernismo brasiliano; e ogni volta che ci si confronta con il suo sfaccettato operato, ci si trova costretti a constatare come il suo «progetto storico» goda, malgrado tutto, ancora di ottima salute, non di rado operando senza che ce se ne renda nemmeno conto. Proprio qui iniziano i meriti di Un progetto di mediazione. Lucio Costa tra tutela del patrimonio e nuova architettura, libro che Gaia Piccarolo (storica dell’architettura, docente a contratto presso il Politecnico di Milano) ha dedicato alloperato dellarchitetto brasiliano.
Per una volta, lattuazione professionale di Costa viene analizzata lucidamente, con il giusto distacco e nello sforzo di tenere insieme i diversi piani su cui essa si articola: lattività in campo professionale, quella in campo «critico» e infine quella nel campo della tutela del patrimonio nazionale. Si tratta di tre attività che, finalmente, vengono viste come inseparabili, o ancor più come le differenti facce di una stessa medaglia: a partire dagli anni trenta, Costa è, infatti, colui che pone le basi e articola poi il discorso che anima larchitettura moderna brasiliana; ma è al tempo stesso un professionista, la cui produzione continua a risultare poco indagata e troppo spesso fraintesa, così come il responsabile principale del processo che, sotto il governo autoritario di Getúlio Vargas, porta a stabilire i principi a cui attenersi nella definizione di ciò che deve essere, o meno, parte costitutiva del patrimonio architettonico brasiliano.
Ciò che rende la figura di Costa straordinaria, forse unica, è larticolazione di un discorso sino a un certo punto coerente su tutti questi piani; e, questo, molto a lungo per decenni interi e sulla base di una serie di incarichi ufficiali che contribuiscono a trasformare la sua voce nella voce, tanto abituale da passare inavvertita, dellarchitettura moderna brasiliana. Metaforicamente parlando, Costa sembra in effetti aver capito meglio di chiunque altro che ciò che forse più conta è il tono della voce: tanto meno appariscente e tanto meno caratterizzata, quanto più universalmente data per scontata, accettata, fatta propria. Non a caso, in pochi al di fuori degli studiosi si ricordano dei titoli dei numerosi contributi critici di Costa, tanto sullarchitettura minore brasiliana o sul barocco mineiro quanto su Oscar Niemeyer; ma basta iniziare a leggerli per capire di averli già ritrovati ripetuti fino alla noia in una miriade di contributi successivi.
Ancora in meno sono a conoscenza del suo decennale impegno tra le file dello Sphan (poi Iphan), listituto federale appositamente fondato per affinare i criteri con cui stabilire ciò che vale e ciò che non vale la pena di essere tutelato, ancor più e prima che per tutelarlo. Dello Sphan, naturalmente, Costa non è direttore; lascia ad altri lincarico, riservandosi lincombenza di offrire il proprio parere a proposito dei casi più importanti e complessi, finendo però proprio così con lorientare – grazie alle proprie ragioni, sostenute da un prestigio ampiamente riconosciuto – le scelte di fondo dellistituto.
Come architetto, al di là di pochissime opere assurte a fama, come il centro residenziale Parque Guinle a Rio de Janeiro, Costa è noto quasi solo per le collaborazioni con i più dotati tra i suoi connazionali, Niemeyer su tutti. Ma, come mostra il libro di Piccarolo, come architetto Costa ha realizzato una nutrita serie di opere che, allinterno del suo discorso sullarchitettura, è lecito ritenere che possano rivestire la medesima importanza di un capolavoro riconosciuto come il padiglione brasiliano per lEsposizione universale di New York del 1939. Si tratta delle case di abitazione in cui il grande ideologo dellarchitettura brasiliana ha dato piena espressione alla propria vena intimista.
Un progetto di mediazione ha il merito, non da poco, di mettere a fuoco questa produzione, che da sola consente di gettare una luce sorprendente sulla figura di Costa: sullenorme ambizione del suo disegno e al contempo sulle sue evidenti contraddizioni. È ad esempio lui a decidere che sarebbe stato quello di Niemeyer il volto ufficiale dellarchitettura brasiliana, sottoponendone proprio per questo lintera storia a una torsione degna della critica più militante che si possa immaginare: facendo derivare lopera di Niemeyer, nei suoi tratti più caratterizzanti, niente di meno che dal barocco mineiro, eletto a primo grande contributo offerto dal Brasile alla Weltarchitektur. Si sarebbe quasi tentati di dire che Niemeyer è il jolly che Costa comprende di avere tra le mani; e che “spende” con rara lucidità per definire in cosa deve consistere larchitettura del proprio Paese. Viene però da chiedersi se, almeno in parte, non sia accaduto pure il contrario, ossia una “manipolazione” e un adattamento dellopera di Niemeyer per conformarla agli obiettivi assegnatigli da Costa.
Comunque sia, se lopera di Niemeyer, nelle mani di Costa, è intesa a definire il volto ufficiale del Brasile, la sua propria produzione in ambito residenziale sembra per contro volta a stabilire un repertorio di soluzioni in cui il rapporto tra tradizione e modernità è articolato sul piano non più delle “emergenze” bensì del “tessuto”. Di qui una produzione che non è e non vuole essere fatta di capolavori ma di opere reiterabili, suscettibili malgrado la sottigliezza delle soluzioni di costituire dei riferimenti meno vistosi ma capillarmente diffusi. Su questo piano, Costa non pare ottenere un analogo successo. La sua produzione in campo residenziale resta in larga parte ancora da esplorare e sembra non essersi trasformata in lingua comune. Resta tuttavia il fatto che costituisce il laboratorio in cui l’architetto brasiliano riflette senza sosta sul tema della tradizione, del passato nazionale, della tecnica moderna. Eppure persino questo “insuccesso”, in fondo, è da un certo punto di vista coerente: Costa, infatti, sceglie per sé il ruolo non del divo lasciato ben volentieri a Niemeyer ma dello stratega. Di qui la grande complessità della sua figura: un inscindibile connubio di modestia e ambizione, in cui si fondono una ricerca architettonica intimista, una riscrittura sistematica dellintero passato nazionale e un ruolo fondamentale nellaffermazione di un discorso senza ombra di dubbio egemone, esemplato sullopera di Niemeyer.
La ricerca di Piccarolo è finalmente riuscita a mostrare la complessità della figura di Costa senza voler per forza trovare una risposta coerente a tutto, mostrando tanto la grande coerenza del suo disegno quanto le sue incertezze e contraddizioni o i limiti nelle sue prese di posizione (soprattutto nel campo della tutela). E se, terminata la lettura di Un progetto di mediazione, la sensazione è quella di aver finalmente capito molto, ma di non aver affatto inquadrato in tutto e per tutto lattuazione di Costa è perché in essa, come si è visto, ambizione e modestia, aspirazione allegemonia e desiderio di ritirarsi in una rassicurante dimensione domestica convivono fianco a fianco, creando seri problemi alla nostra capacità di comprensione. Malgrado il suo ruolo di grande ideologo del modernismo brasiliano, quella di Costa resta una figura per molti versi sfuggente. Uomo schivo e riservato, quanto mai alieno da unansia di stupire talvolta addirittura infantile come quella di Niemeyer, capace anzi di arrivare al punto di farsi talvolta di parte, e tuttavia sempre impegnato anche e forse soprattutto in questo farsi da parte a contribuire allaffermazione del proprio disegno: è grazie al libro di Piccarolo che Costa s’impone ai nostri occhi non più come rassicurante e un poco banale padre dellarchitettura moderna brasiliana ma come figura controversa e complessa, acuta quanto talvolta inquietante per lampiezza, e il successo, del suo disegno.
Gaia Piccarolo, Un progetto di mediazione. Lucio Costa tra tutela del patrimonio e nuova architettura, Maggioli Editore, 2014 (pp. 330, euro 25,20).




















