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Scritto da: Design

Emre Arolat racconta «Musibet», una delle due mostre della Istanbul Design Biennial

Emre Arolat racconta «Musibet», una delle due mostre della Istanbul Design Biennial

Istanbul. Abbiamo intervistato Emre Arolat, curatore della mostra «Musibet» all’Istanbul Modern Museum nonché nome e studio di riferimento nell’ambito dell’architettura turca, per avere alcune anticipazioni sull’imminente apertura della prima Istanbul Design Biennial. Tema centrale della mostra e al contempo della sua pratica progettuale è l’analisi dell’estetizzazione del «contesto» e dell’«anticontesto», come da lui definito, nell’ambito delle recenti trasformazioni di Istanbul. Tra i suoi recenti riconoscimenti, si ricorda nel 2010 International Architecture Awards per il Museo delle Arti Contemporanee di Santralistanbul, l’Aga Khan Awards for Architecture per la fabbrica tessile ?pekyol a Edirne e nel 2011 il Green Good Design Awards con il Sinpas Eco Town a Istanbul e l’Izmir Fair Complex a Smirne.

Quali sono gli obiettivi curatoriali e le sfide che ha affrontato nel progettare una mostra che attraversasse i temi delle trasformazioni urbane, l’architettura e il design?
Architettura e trasformazioni urbane sono trattate come colonna portante della mostra nella prima Istanbul Design Biennial. Il nome dalla mostra, «Musibet» è una parola d’origine araba, ampiamente usata in turco, che ha delle connotazioni analoghe a calamità, peste, disastro, flagello. Quindi perchè «Musibet»? Perchè, questa parola sembra descrivere, in maniera figurativa, l’attuale situazione che sta vivendo Istanbul. A differenza di altre città in via di repentino sviluppo in altri paesi nel mondo – le quali hanno già storicizzato il proprio passato e sono pronte a guardare al futuro – Istanbul si sta trasformando grazie anche agl’incredibili impulsi e impeti legati dalla crescita economica degli ultimi anni. Migrazione verso le città, investimenti di capitali stranieri a Istanbul e conseguente crescita di relazioni internazionali hanno assunto un innegabile ruolo in questo processo di trasformazione. Ma la domanda importante e necessaria è: «Quanto e da chi questa trasformazione è pianificata?» Nel caso della Biennial, quando analizziamo i problemi che riguardano l’architettura e l’urbanistica, osserviamo due confini in contrasto tra loro. Uno di loro riguarda il rilievo che investe il contesto nella fase progettuale della città. In opposizione a questo, possiamo vedere l’altro lato del confine come «anti-contestualizzazione». Una volta che prendiamo la città e le sue trasformazioni in questo modo, vediamo che l’estetizzazione di una opposta all’altra diviene problematica e la progettazione oscilla così tra questi due confini. Da un alto, si vi è un approccio di comprensione storico-sociale del contesto, dall’altro quando a livello governativo vi è maggior facoltà decisionale, la progettazione architettonica-urbana diventa uno strumento politico nelle mani dei politici, affermandosi così un approccio anti-contestualista, completamente disinteressato alla contestualizzazione progettuale, ma prevalentemente orientato nella produzione del «nuovo», tanto da cancellare ciò che è stato prodotto nel passato. Questo è ciò che si esperisce oggi a Istanbul.Abbiamo così interpretato questo concetto come principale tema della mostra e quando guardiamo da questa angolazione la città, ci rendiamo conto che l’«imperfezione» [tema suggerito per questa Biennale da Deyan Sujic] è qualcosa di particolarmente familiare per noi a Istanbul. «Adhocracy», la mostra curata da Joseph Grima, e «Musibet» sono due mostre indipendenti, ognuna delle quali ha i propri obiettivi, la prima più orientata verso il design, la mia si focalizza sul tema della trasformazione declinandolo all’ambito architettonico e urbanistico.

Nello specifico, come sono strutturati questi assunti nello spazio espositivo e quali progetti sono illustrati?
In mostra ci sono vari tipi di lavori di architetti, accademici, artisti, graphic designer, fashion designer, sound designer, film-maker e fotografi, ecc. La varietà dei loro lavori è comunque funzionale all’interpretazione dell’indirizzo curatoriale. Un libro di fumetti, un padiglione temporaneo, una mapping-performance video, un gioco urbano, installazioni soundspace e ‘scentspace’, ambiziosi oggetti realizzati con una stampante 3D sono accostati ai più convenzionali modelli e tavole d’architettura per coprire tutti gli aspetti dell’approccio curatoriale di «Musibet». La mostra è da intendersi più come un’installazione corale aperta a molteplici connotazioni disciplinari, ma al tempo stesso i 32 lavori esposti hanno uno spazio autonomo di fruizione.

Pensa che la Design Biennial abbia delle ricadute sui cittadini? E qual è l’immagine della città che s’intende restituire al pubblico internazionale?
Ci aspettiamo che i partecipanti diventino attori, attivi nel processo di problematizzazione di questi due confini, nei quali Istanbul è intesa come paradigma, dalla grande alla piccola scala. Pensiamo che diversi medium – come modelli, disegni, testi e video – possano esser usati come strumenti d’espressione utili a una migliore compresione del contesto. Vogliamo non solo usare tutte le modalità espressive, ma anche sconfinare oltre i muri dello spazio espositivo e diffonderci nella città con alcuni eventi sorprendenti. Devo ammettere che non è tra le mie priorità l’impatto che avrà la mostra nei visitatori internazionali. In tutta onestà, non ambisco a introduttore il design turco ai visitatori locali e preferisco non considerare questa Biennial come una fiera o festival del design. Al contrario, vorrei innescare delle domande nelle menti dei visitatori, attraverso un percorso che si focalizzi sulle grandi trasformazioni urbane in corso, nell’ambito delle quali, il ruolo del design, sia esso turco o meno, si può inserire. Come ho detto, vorrei porre l’attenzione su come i governi strumentalizzino il design e l’architettura per avvalorare il proprio potere e come il vento della trasformazione che si manifesta nel nome dell’innovazione e dello sviluppo possa in realtà impoverire le città. In sintesi, la mia ambizione è di attirare l’attenzione del visitatore sulle ricadute sociali e culturali dei problemi, invece di affascinarlo con oggetti scintillanti di design, siano essi prodotti localmente o a livello internazionale.


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Last modified: 18 Luglio 2015