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Architetture sane da morire

Montréal. Gli edifici possono guarirci o farci ammalare. L’assillo modernista per l’igiene è servito a proteggerci dalle malattie ma ha anche creato un’architettura che ci ferisce mentalmente e fisicamente tramite materiali e ambienti tossici. La mostra Imperfect Health: The Medicalization of Architecture, illustra il modo in cui l’architettura definisce il nostro rapporto con la salute, ma anche il modo in cui le preoccupazioni per la salute hanno cambiato l’architettura. Più che un’indagine storica, è il tentativo di descrivere un presente sospeso tra la reinvenzione di un ruolo determinante dell’architettura e l’ammissione della futilità e dei pericoli insiti in tale progetto. La mostra ruota intorno a sei problemi contemporanei: allergie, asma, cancro, epidemie, obesità e invecchiamento. Ricorrendo a un’ampia varietà di materiali di partenza, da plastici e disegni a fotografie, opere d’arte e manufatti culturali, offre un’illimitata costellazione di prove.
Fra queste, numerosi esempi di «apparati» architettonici (abitazioni private, centri terapeutici, spazi urbani, uffici) che depurano l’aria o ci isolano dai pericoli. Uno è il palazzo di uffici e laboratori progettato da Eduardo Souto de Moura per Novartis, dove vengono prodotti i farmaci ad alta efficacia che salvano vite umane ma, paradossalmente, sono letali se usati o dosati scorrettamente. Uno dei progetti che meglio illustra la complessità del tema è l’edificio Dustyrelief F/B-mu dello studio parigino R+Sie(n). Questo oggetto surreale, che ricorda un animale peloso o un parrucchino, pare sia formato dall’accumulo d’inquinamento e polveri attirati dall’aria di Bangkok. La sua ambiguità risiede tanto nella forma quanto nella funzione: disinfetta l’aria e, al tempo stesso, offre allo sguardo l’esatta immagine della contaminazione che la maggior parte di noi teme ma di rado vede. Altri progetti che cercano di rappresentare i pericoli invisibili su scala urbana sono le «topografie tossiche» dell’inquinamento urbano di Budapest di Nerea Calvillo.
La mostra fornisce anche un’altra prospettiva dell’integrazione di piante e alberi tipica dell’architettura ecologica, che disintossica palazzi e città ma è potenziale causa di allergie. I nuovi criteri architettonici sono proposti nell’esposizione dei campioni di materiali allergenici (vinile, schiume isolanti, Mdf, moquette di lana e così via) accanto a quelli di materiali «sicuri» (vetro, ceramica, tessuti antibatterici). Una delle sezioni più incisive è quella dedicata all’asbesto, che serve a ricordarci come persino oggi potremmo essere inconsapevolmente circondati da materiali letali.
L’architettura «pulita» ci rende più malati o più sani? A questo proposito fa riflettere il film Safe di Todd Haynes (1996), visibile in mostra: quanto più la protagonista tenta di proteggersi dai pericoli dell’ambiente, tanto più la sua sensibilità all’esterno, e quindi la sua dipendenza dall’architettura, aumenta. Una critica al ruolo fondamentale dell’architettura è espressa anche dal design dello spazio espositivo a cura dello studio Office di Bruxelles. Le gallerie sono tagliate con violenza da due pareti autoreggenti in vetro e acciaio che separano gli spazi. Se per i curatori il vetro produce «ambiguità», l’effetto è forse addirittura più interessante. L’aggressiva cornice miesiana ricorda il desiderio frustrato e rischioso dell’architettura moderna di controllare la malattia e persino la morte. Eppure le pareti non possono isolare né proteggere: le soglie che creano sono vaghe e l’aria può entrare dalle fessure tra i pannelli di vetro. Tale concetto è illustrato anche dalle sedute e dai sostegni. Le forme semplici sono coperte da una sottile pellicola di plastica o da finto marmo, imitazione di un materiale architettonico un tempo puro e nobile che ricorda il kitsch degli ospedali in cui moriamo.
La mostra è meno convincente quando si affida troppo a prove simboliche e interpretative piuttosto che materiali, come le sculture degli animali usate per rappresentare le epidemie del bestiame o la scalinata pubblica come risposta dell’architettura all’obesità.
Alcuni fra gli esempi più avvincenti e difficili sono quelli che ritraggono la cultura della malattia perenne, che a sua volta produce in maniera perversa le idee architettoniche più fantasiose. La mostra si conclude con la Città delle semisfere di Superstudio (1971), visione fantascientifica dell’immortalità in cui è promessa la vita eterna, da trascorrere tuttavia distesi immobili in un sarcofago collegato a una macchina. Questa mostra ci induce a chiederci se siamo tutti prigionieri volontari di una società come quella ritratta da Thomas Mann nel romanzo La montagna incantata: lì i sani erano considerati ignoranti, mentre i malati si ritenevano illuminati.

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Last modified: 10 Luglio 2015