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Scritto da: Professione e Formazione

Rischiamo sempre la squalifica

È incredibile che lo Stato non abbia mai esercitato nessun controllo sul tipo e sulla qualità della formazione dei restauratori di Beni culturali, né dopo il 1939 (fondazione dell’Istituto centrale del restauro), né dopo il 1975 (Opificio delle pietre dure), né dopo il 2001, anno di promulgazione della legge che istituisce la laurea quinquennale a ciclo unico abilitante alla professione di restauratore di beni culturali che dovrebbe chiudere un’epoca di sregolatezza. Ma poiché gli interessi in gioco sono molti, puntuali sono spuntate le opposizioni, da parte di soggetti interessati alla formazione, e sono state quindi presentate controproposte al ribasso qualitativo che, se accettate, vanificherebbero lo spirito della legge.
Un vulnus alla legge è stato portato dal grave ritardo con cui è uscito il decreto attuativo: otto anni (2009), in cui lo Stato, di­sattendendo le nuove disposizioni, ha continuato a dare lavoro anche a imprese edili e ha assunto in ruolo restauratori non in regola con i nuovi requisiti, mentre le scuole sono andate avanti in ordine sparso sfornando tecnici che adesso hanno poche speranze di sanare la loro situazione.
In vista dell’applicazione della nuova normativa è stata prevista una sanatoria per regolarizzare la posizione di tutti i restauratori attualmente attivi. Per effetto dell’enorme ritardo del decreto attuativo, il numero dei risanandi è arrivato a quota 15.000, e quindi la quantità di domande, la difficoltà di reperire le documentazioni e il problema dell’esame, temuto da chi non è abituato a sostenerne o non vuole sostenerne per principio, hanno generato i ricorsi che hanno mandato tutto per aria. Quando per via politica si riuscirà a snellire o a superare l’iter, avremo una sanatoria da «6 politico» che, se regolarizzerà la posizione di chi si è impegnato seriamente in questo lavoro, imbarcherà anche un gran numero di «restauratori» improvvisati dell’ultima ora e di imprese edili che nel corso di questi otto anni hanno potuto dotarsi della documentazione necessaria all’idoneità.
Purtroppo tutte queste lotte, sono nei fatti solo guerre fra poveri, perché la caduta verticale che noi restauratori (anche per nostra responsabilità), abbiamo iniziato più di venti anni fa, non sembra arrestarsi. Ma mi fermo qui perché il tema non interessa più nessuno: è obsoleto, è settoriale, ed è senza speranza.
In compenso si continua a dipingere il restauro italiano come un’eccellenza di cui andare fieri (nonostante l’attenzione alla qualità sia stata cancellata dall’agenda), e allora mi sembra giusto lasciare ai giovani, che non ne conoscono un’altra, questa realtà. Con l’augurio di farla diventare migliore e di trovare in essa i motivi per credere in ciò che fanno, come è stato per noi di un’altra generazione.

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Last modified: 10 Luglio 2015