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Scritto da: Città e Territorio

«Beirut non è Dubai»: cresce selvaggiamente ma ora cerca anche di salvare il suo passato

Beirut. A febbraio si è tenuta negli spazi dell’Urban Center di Bologna la conferenza «Beirut-L’Aquila. Dalle transenne alla città». Per la prima volta l’architetto George Arbid, professore all’Università americana del Libano, racconta in Italia la sua visione di Beirut: spicca lo scenario di una città che riemerge dalle macerie della guerra in modo rapido e spregiudicato, ricostruendo grattacieli dove prima esisteva un ricco tessuto storico. Le leggi di tutela non sembrano mancare ma appare evidente che i sistemi di governo abbiano faticato a imporne una giusta applicazione. Finalmente, nel marzo 2010 il Consiglio dei ministri libanese congela ogni pratica di demolizione approvando un decreto che impone la firma del ministero della Cultura, oltre a quella del Governatore, a ogni richiesta di abbattimento. Anche se molto resta da fare nella classificazione dei beni architettonici da vincolare, si tratta di una risoluzione di straordinaria importanza in un Paese che ha troppo spesso usato la distruzione (fisica e morale) della guerra come alibi per una spregiudicata ricostruzione speculativa.
A Beirut la tradizione non è mai stata «onda viva». Ogni fase evolutiva, per superare il passato, ha spesso cancellato quella precedente. Dopo gli ultimi 15 anni di guerra civile terminati nel 1990, la città sembra aver eletto il presente come dimensione ideale, vissuta con euforia nell’incertezza del futuro. Così, in tante aree si è fatta tabula rasa e la città è ricresciuta vertiginosamente, secondo nuove aspettative. Sono stati indetti concorsi internazionali e architetti di fama sono stati invitati a partecipare alla ricostruzione. Tra gli altri Jean Nouvel, Rafael Moneo, Steven Holl, Herzog & de Meuron, Norman Foster, Fumihiko Maki. Non mancano gli italiani: lo studio Giancarlo De Carlo e Associati sta portando a termine un intervento di housing nel Central District, con un’interessante reinterpretazione delle tipologie tradizionali risalenti al periodo dell’eclettismo francese di matrice veneziana (anni venti).
Il progetto, rallentato dal ritrovamento di reperti archeologici che si è deciso di smantellare e parzialmente ricollocare all’interno del lotto, dimostra un’attenzione verso le testimonianze della storia antica che non sempre hanno trovato valorizzazione nei segni forti delle «grandi firme» dell’architettura. Non si trova uguale riscontro nemmeno quando si tratti della storia più recente, ma non per questo meno nobile, della città.
Oggi, tuttavia, qualcosa è cambiato. Per una volta Beirut sembra volersi guardare indietro e lanciare un ponte verso un futuro migliore di quello preannunciato dalle trasformazioni in atto. «Beirut non è il deserto», inneggiano i cartelli di giovani volontari che per la prima volta scendono in strada e si battono per difendere l’identità di vecchi quartieri a rischio demolizione. Destano stupore le immagini di edifici rappresentativi di una raffinata cultura architettonica figlia del XX secolo, abbattuti anche solo per aver subito lievi danni durante la guerra. Solo ora molti ambienti culturali riescono a rivendicare il valore di opere del Movimento moderno, ormai perdute. Ci si chiede se la retorica dei grandi progetti non abbia sacrificato una certa qualità degli scambi sociali che arricchiva gli scenari urbani e architettonici con variegate espressioni di diversità culturale e religiosa. Intanto crescono quartieri che, seppur studiati con intenzioni virtuose, si calano dall’alto piegandosi alle impietose leggi di un mercato immobiliare da petroldollaro: appartamenti di lusso con prezzi accessibili solo a ricchi stranieri, in visita per pochi giorni all’anno e certamente più interessati alla privacy o allo sguardo guadagnato in altezza verso il mare, piuttosto che alla complessità di vivaci scambi sociali su strada. È il cosiddetto «effetto ghost town», per dirla con Arbid.
Ma c’è anche un’altra Beirut, oggi: quella delle persone che, non essendosi trovate pronte alla sfida della ricostruzione, hanno finora dovuto subire i grandi processi di trasformazione urbana. In una società che rielabora continuamente il proprio assetto territoriale, si sono comunque generate isole d’interesse lontane dalle rotte turistico-commerciali e intorno a centri di produzione creativa: così sono spuntati nuovi laboratori e studi professionali, negozi alternativi, luoghi di ritrovo spontanei, associazioni culturali e di volontariato, corsi universitari e gruppi studenteschi guidati da personalità carismatiche come Arbid o il progettista Bernard Khoury verso nuovi scenari di riuso virtuoso del patrimonio storico-architettonico. È una Beirut nascosta, o per lo meno lontana dall’ostentazione delle nuove costruzioni ma anche dall’idea di una «città museo», forte della consapevolezza di custodire buona parte dei valori d’identità culturale e di poter giocare un ruolo attivo nelle scelte per una città di nuovo bella, così come l’hanno sempre raccontata «i vecchi» ma come non l’hanno ancora conosciuta le nuove generazioni. Ora anche questa Beirut si manifesta e fa sentire la sua voce: attraverso l’attività universitaria, la ricerca, la diffusione e lo scambio con altre realtà culturali internazionali con cui gli intellettuali, i professionisti e le imprese hanno sempre mantenuto un filo diretto. Anche i nuovi orizzonti aperti dai social network offrono una grande piattaforma di diffusione, tanto che il «New York Times» ha dedicato recentemente (Beirut’s Old Buildings Again Under Threat,di Josh Wood, il 26 gennaio 2011) un articolo sul gruppo Save Beirut Heritage, lanciato su Facebook da giovani attivisti in difesa dell’identità dei quartieri in cui abitano, al grido: «Beirut non è Dubai». E così, nella dialettica degli opposti, la città continua a mantenere uno straordinario equilibrio che elegge la molteplicità come valore fondativo e la ricerca di armonia nella diversità come necessità vitale.

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Last modified: 10 Luglio 2015