LItalia è il paese degli architetti, o almeno così sembra visto che in nessun altro paese del mondo ne esiste una concentrazione così alta. Nel 2003 gli architetti attivi nel mondo risultavano essere complessivamente 1.268.373, mentre, alla stessa data, in Italia, gli iscritti agli Ordini professionali erano 111.063, pari a circa il 9 % del totale generale.
Sin dalle letture dei primi macro dati si evidenzia lanomalia di quello che potrebbe essere definito un vero e proprio «Caso Italia»: più di un terzo di tutti gli architetti dei 15 paesi della Comunità Europea risultano registrati nel nostro paese.
Nel 2005 sui 123.083 architetti iscritti in Italia, 13.986 erano appartenenti al solo Ordine di Roma! Se consideriamo che gli architetti tedeschi risultano essere 50.000 e quelli francesi 27.000, e se teniamo conto che gli architetti registrati nel solo Ordine di Roma sono pari a quelli operanti complessivamente in Portogallo e Svezia messi insieme, possiamo incominciare a farci unidea della rilevanza critica di questi risultati.
In Italia opera un architetto ogni 470 abitanti, contro la media mondiale che è di un architetto ogni 3.757 abitanti, e quella europea che vede un rapporto architetto/cittadino pari a 1/1.148 (senza il dato italiano il rapporto sarebbe di 1/1.550). Se esaminiamo la densità di architetti negli altri paesi europei a sviluppo avanzato che competono con noi sui mercati internazionali, i dati indicano condizioni di mercato nettamente più favorevoli. In Francia svolge la sua attività un architetto ogni 2.228 abitanti, in Inghilterra uno ogni 1.925, in Spagna uno ogni 1.214 e in Germania uno ogni 1.642. Il nostro è il paese, quindi, con il maggior numero di architetti e con il rapporto popolazione/architetti più sfavorevole.
Le prospettive future, stando ai dati fornitici dal cresme non sembrano destinate a migliorare: il numero di studenti iscritti nelle facoltà di Architettura in Italia è di gran lunga più alto di tutti gli altri paesi europei sia in valori assoluti che in rapporto alla popolazione. Nel 2005 erano iscritti 76.041 studenti (su 200.443 complessivi europei) con un rapporto studenti/popolazione di 1 a 761 contro una media europea di 1.895 cittadini per studente di architettura.
È necessario, per meglio valutare il dato sulla popolazione studentesca, sottolineare che per effetto della riforma Moratti dellUniversità la selezione, che qualche anno fa era molto alta, oggi vede un interesse delle stesse università a facilitare il percorso fino alla laurea con un tasso di abbandono da parte degli studenti irrisorio. Tutto ciò comporta che i numeri relativi agli studenti si trasferiranno senza variazioni significative nel mondo professionale nellarco di un ciclo didattico (5/6 anni).
Lanomalia italiana non risiede solamente in questi numeri. La debolezza nel nostro settore è accentuata dallincapacità di mettere ordine nellambito delle competenze professionali tra le tante figure afferenti alle attività tecniche della progettazione (architetti, ingegneri, geometri, periti edili, agronomi , a cui vanno aggiunte le nuove figure legate alle lauree triennali). La confusione regolamentare e giurisprudenziale determina sovrapposizione di attività e favorisce la conflittualità e la polverizzazione del nostro campo professionale, determinando un alto tasso di individualismo.
Mentre in Inghilterra gli studi/azienda contano mediamente 6,6 addetti per unità, lOlanda 6,5, la Germania 4,5, la Francia 4,1, la Spagna 2,6, lItalia arriva a un significativo 1,4 addetto per studio/azienda, superata in senso negativo solo dalla Grecia.
Il risultato è che il fatturato medio italiano per impresa è tra i più bassi in Europa ed è pari a 108.000 euro/anno contro i 274.600/anno della media europea, superato nellordine da Danimarca, con euro 1.087.900/anno, Norvegia, Irlanda, Francia, Lussemburgo, Finlandia, Germania, Slovacchia. Nella graduatoria della redditualità individuale lItalia si attesta al 21° posto.
Da questo quadro risulta evidente che mentre si sta giocando a livello globale una partita senza esclusione di colpi per laccesso ai nuovi mercati (si pensi ad esempio a quanto sta accadendo in Cina, Russia, nei paesi del Medioriente, nei paesi dellEst europeo, in Turchia, in Sudamerica) noi italiani non solo sembriamo esserne totalmente esclusi, ma rischiamo anche di perdere unoccasione che non si ripeterà più.
La competizione avviene sul terreno dellaccesso ai mercati in stretto collegamento con la capacità di accreditarsi sul piano della modernizzazione dei sistemi organizzativi, del potenziale economico degli studi, dellevoluzione della formazione, ma anche sul piano del confronto tra dotazioni tecnologiche e del know how professionale. I tempi di risposta debbono essere necessariamente fulminei perchè il mercato è già ampiamente occupato e rimangono solo pochi spazi residuali.
I grandi gruppi europei (non parliamo poi delle organizzazioni extraeuropee), e in particolare le grandi società di ingegneria, hanno strutture multidisciplinari e sono diventate dei colossi organizzativi che sembrano appartenere a una dimensione per noi irraggiungibile.
Nel 2005 i 50 più importanti gruppi di consulenza in ingegneria e architettura fatturano mediamente 19.863 milioni di euro allanno e impegnano una forza lavoro di 190.181 addetti. Si va dalla francese Altran Technologies con un fatturato annuo di euro 1.434.500.000 (con 16.290 addetti) fino alla Ingerop s.a., sempre francese, con euro 128.500.000 di fatturato annuo (con 1.340 addetti). Tra questi 50 gruppi compaiono 19 organizzazioni inglesi, 8 francesi e olandesi, 4 svedesi e spagnole , 3 danesi e tedesche e 1 finlandese, ma nessun italiana.
Se esaminiamo poi i 50 maggiori studi di architettura si passa dallinglese Aedes con un fatturato annuo di 99,2 milioni di euro (con 1.329 architetti occupati) fino ad Austin South Lord Architects ldt, sempre inglese, con un fatturato annuo di 8 milioni di euro e 199 addetti (dato 2005). Anche in questo caso non cè nessuno studio italiano mentre sono presenti ben 26 studi inglesi, 6 tedeschi, 5 olandesi, 4 irlandesi, 3 danesi, 2 svedesi e sudcoreani , 1 francese e 1 svizzero.
Risulta molto evidente che nel campo della progettazione il nostro paese ha ancora una dimensione quasi artigianale, con bassa capitalizzazione e insufficiente livello tecnologico.
È come se lItalia non si accorgesse di quanto accade al di fuori dei nostri confini; tutto è risolto nel gioco di equilibrio e di aggiustamenti tra microinteressi, in un sistema chiuso e autoreferente in cui non tiene conto che questo fragile equilibrio non potrà essere mantenuto a lungo.
È bene infatti considerare che le nostre strutture professionali iniziano ad avvertire sempre di più il peso della competizione, non solo sui mercati internazionali ma anche e soprattutto in termini di presenza sempre più massiccia dei gruppi stranieri nel mercato italiano.
Appare sorprendente, ma i dati analitici sopra riportati, che ritengo assolutamente fondamentali per comprendere la nostra reale situazione professionale, rappresentano una recente acquisizione conoscitiva. Per molti anni in Italia infatti si è continuato a parlare di «riforma delle professioni» e di «politiche per le professioni» senza che praticamente nessuno fosse in grado di fornire dati attendibili sulla condizione professionale italiana.
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