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Scritto da: Professione e Formazione

L’opinione di Maurizio Milan (Favero & Milan)

I termini dovrebbero essere consequenziali! Quando però si parla di riforma delle professioni il riferimento è sempre e solo ai principi e ai metodi di determinazione dei compensi e all’inderogabilità dei minimi tariffari, argomenti che però non riflettono i valori della professionalità. È indubbio che chi svolge un lavoro, ancorché si chiami professione, deve essere compensato per l’apporto d’intelligenza, conoscenza ed esperienza che mette a disposizione, ma che il compenso sia indipendente e prevalente sulla capacità e possibilità di adempiere al mandato è eccessivo.
Ritorniamo alla professionalità (e in Italia se ne trova tanta anche se spesso non viene riconosciuta). Professionalità significa prima di tutto serietà e coscienza nell’intraprendere l’impegno di accompagnare il proprio assistito in un percorso che spesso non gli è congeniale. Chi si avvale di consulenza specialistica si attende di essere sollevato da incombenze che normalmente esulano dall’attività principale.
Come si può riportare la professionalità in primo piano nell’esercizio delle professioni? Cominciamo separando l’attività professionale dal compenso. Puntiamo sulla qualità dei contenuti, sulla serietà, sul rispetto dell’impegno intrapreso, sulla condivisione di responsabilità. Dobbiamo anche educare il committente affinché abbia coscienza dei suoi fabbisogni e sia in grado di stabilire con chiarezza i limiti dell’incarico. Aiutiamolo insomma a definire un «capitolato prestazionale» per le attività di consulenza chiaro ed esauriente, in cui l’oggetto sia ben definito. Saranno indicate le interrelazioni con le altre funzioni e si darà chiarezza delle figure o, meglio, delle specialità necessarie per adempiere al mandato. Siano evidenti le fasi, i termini e, infine, anche i compensi. Evitiamo l’assunto che il professionista risolve le situazioni di caos. Risolve i problemi dove ci sono chiarezza di percorso e di comportamento.
Riformare la professione significa, prima di tutto, stabilire, riconoscere e dare evidenza delle specifiche capacità del professionista, sia esso persona fisica o società; i «tuttologi» non esistono! Riformare significa definire i livelli di attività a cui il professionista potrà essere abilitato, che saranno determinati secondo criteri di complessità, specificità, multidisciplinarietà. Sarà d’obbligo il riconoscimento della reale struttura e organizzazione propria del candidato; ciò significa che l’organico riconosciuto deve essere costituito esclusivamente dal personale qualificato e regolarmente assunto, con posizione e professionalità inequivocabili.
Ora è semplice stabilire il «prezzo» delle attività, essendo legato ai costi reali di produzione di un servizio di qualità e, qualora si trattasse di concorso, fatto 100 il peso globale, di cui la qualità non potrà mai valere meno di 90, l’offerta economica assumerà valore fino a 10. La corretta pianificazione temporale farà sì che l’ipotesi di ridurre i tempi non abbia alcun senso.
Riprendendo il criterio dei livelli, bisognerà distinguere le gare di affidamento in tre categorie: quelle dedicate ai professionisti singoli; quelle dedicate alle società che offrono servizi complessi e/o multidisciplinari; quelle che prevedono di affidare tutto o parte di un incarico ai giovani professionisti.
Se di riforma si parla, bisogna introdurre regole incentivanti per avviare alla professione i giovani capaci che abbiano conseguito il titolo di studio entro il periodo canonico, abbiano ottenuto l’abilitazione all’esercizio della professione e non abbiano compiuto 36 anni. D’altra parte non dobbiamo però dare a un giovane il diritto di esercitare autonomamente una professione con il solo superamento dell’esame di abilitazione. È indispensabile, per chi decide di avvicinarsi a questo lavoro, operare, congruamente compensato, negli specifici settori conformi agli studi compiuti per un periodo di avviamento non inferiore a tre anni.
Se riforma deve essere, si dovranno riconsiderare gli anacronistici Ordini professionali, inadatti ad assolvere le funzioni di controllo e tutela della professione, essenza della loro costituzione quando però le professioni venivano esercitate quasi esclusivamente da singole persone, le problematiche erano inferiori e nelle pubbliche istituzioni si ritrovava l’eccellenza del sapere.
Quanto costa alla collettività un progetto incompleto, un controllo non attento, un mancato adempimento? Sempre e comunque molto di più di quanto possa essere compensato il consulente. Ne vale la pena? Riformiamo elevando il nostro livello di qualità ponendoci l’obiettivo di essere concorrenti leali dei nostri migliori colleghi europei e chiediamo di essere compensati alla loro stregua.

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Last modified: 13 Luglio 2015