NAPOLI. La città e il Barocco: unoccasione per ricreare sinergia tra sei spazi espositivi, cittadini, arti a due e tre dimensioni, restauri ultimati e in fieri e itinerari su scala regionale tra palazzi, chiese e quel complesso di segni architettonici che accompagna la lunga stagione del gusto napoletano dallarrivo di Caravaggio (1606) allinizio dellattività di Vanvitelli (1750). Già il manifesto di questo reticolo di mostre propone Napoli come museo diffuso, nonché cantiere in progress del restauro e del dibattito critico sul bene culturale. Dal volto del San Giovanni Evangelista di Bernardo Cavallino, come se si trattasse di unespansione di pensieri, si diffondono sei punti colorati (corrispondenti ai sei musei coinvolti) più un settimo punto bianco («tutto il resto nei vicoli»), a ricordarci che, in questa città, si procede da sempre per addizioni e accostamenti insoliti, tra palazzi scenografici e baracche di fortuna.
Invertendo il percorso tradizionalmente consigliato, si può cominciare da Palazzo reale, dove sono esposti disegni e carte che testimoniano la cognizione dello sviluppo urbanistico attraverso numerosi progetti di architettura sacra e profana e di apparati effimeri (di Carlo Fontana, Luigi Vanvitelli, Cosimo Fanzago, Nicola Vaccaro, Antonio Baldi). Tra i modelli su cui si erano esercitati ritrattisti e vedutisti, sono notevoli almeno la dettagliata veduta di Alessandro Baratta (1629) – che, presentata da Gino Doria nel 1964, si aggiungeva a quella canonica di riferimento tratta dallincisione di Bastien Stopendaal (1663) -, e limmane pianta settecentesca di Giovanni Carafa, duca di Noja, la prima attendibile rappresentazione planimetrica di Napoli che si preparava alla nuova funzione di capitale di Regno. Il piano nobile del Palazzo è un sontuoso contenitore di tele (da Belisario Corenzio a Massimo Stanzione, da Battistello Caracciolo a Luca Giordano), affreschi, arredi, arazzi, suppellettili che attraversano iconografia e morfologia barocche fino alle forme ariose del rococò. La Cappella palatina, rifatta nellOttocento, ospita permanentemente uno dei più suggestivi presepi settecenteschi (con 250 pastori) a cui si è aggiunta, per loccasione, una selezione di dipinti sul tema della Natività.
La seconda tappa richiede non meno tempo: la pinacoteca di Capodimonte, oltre alle collezioni permanenti, si arricchisce di prestiti eccezionali. La Flagellazione di Caravaggio introduce alla mostra creando unintensa concentrazione: laccesso si restringe e il dipinto si para di fronte in semi oscurità con la luce pittorica che cade dallalto, in coincidenza con quella elettrica dei fari. Si procede cronologicamente, o per generi e soggetti: il naturalismo caravaggesco, le tendenze classiciste, il luminismo dinfluenza veneta, la mitologia pagana e cristiana, i ritratti femminili di sante, martiri, donne esemplari per bellezza e virtù. Tre sale sono riservate alla grafica con molti disegni inediti provenienti da collezioni pubbliche e private, italiane e straniere, che testimoniano il culto per la pratica del disegno tra i pittori di scuola napoletana.
Chi ha preparato le mostre ha espresso un taglio espositivo più deciso nella maestosa essenzialità di Castel SantElmo, dove lesposizione prosegue con pale daltare, sculture lignee, busti di cartapesta e altre sculture in legno dorato e policromato che, nella sala maggiore, compongono unideale navata di chiesa con ipotetiche cappelle laterali. Il complesso apparato liturgico della Macchina per la festa delle Quarantore, usato nel preludio al Carnevale, restituisce in parte la spettacolarizzazione della preghiera con cui si consumava il coinvolgimento sensoriale dei fedeli e la competizione agguerrita tra i vari ordini religiosi.
Tra gli altri eventi collaterali, è infine da segnalare almeno la mostra fotografica di Luciano Pedicini. Sono inoltre spazi che meritano anche soltanto per lamenità dei loro contesti, tre oasi impreviste nel caos metropolitano e natalizio: Certosa e Museo di San Martino, Museo duca di Martina in Villa Floridiana e Museo Pignatelli.
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