GES-2, step 2. Iarocci Mavica: voglio riportare a Mosca la grande architettura italiana

by • 29 novembre 2017 • Interviste, Mosaico1352

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Teresa Iarocci Mavica, direttrice della V-A-C Foundation, illustra le strategie della committenza nel progetto di RPBW per l’ex centrale elettrica sulla Moscova

 

MOSCA. Una pluralità di funzioni e una programmazione che includerà arti visive, musica, teatro, danza. “Non un museo di arte contemporanea, bensì un posto contemporaneo dove vivere l’arte“. Teresa Iarocci Mavica ci racconta il progetto che trasformerà entro il 2019 l’ex centrale sulla Moscova nella nuova sede della Fondazione da lei diretta (leggi il report dal cantiere), la scelta di Renzo Piano, le aspettative future lungo l’asse che unisce Mosca a Venezia.

 

A Venezia il recupero d’un palazzo per la vostra sede, dove avete appena inaugurato una seconda proposta espositiva, “The Electric Comma”, è risultato scelta quasi d’obbligo. Perchè anche a Mosca avete optato per il recupero e il riutilizzo di una fabbrica preesistente e non per un edificio ex novo?

Le due operazioni di recupero sono simili. In Laguna non abbiamo scelto il tipico palazzo veneziano che nell’immaginario collettivo può corrispondere a Ca’ Corner della Regina, sede della Fondazione Prada, o Palazzo Grassi. La nostra attuale sede non era un palazzo, era un agglomerato di costruzioni compattato in qualche modo e destinato ad uffici. Il progettista, l’architetto Alessandro Pedron, ha preso le membra di questo agglomerato e le ha ricomposte. È stato un gesto a mio avviso di grande rispetto nei confronti di Venezia: non siamo venuti per posizionarci in bella vista in un palazzo sfarzoso e vivere di rendita di un passato che non è il nostro… Siamo venuti in un posto senza passato per costruire un discorso nuovo, un po’ defilati lungo le Zattere.

Mosca invece è una megalopoli ancora molto legata al proprio centro. Quando ci siamo messi alla ricerca di uno spazio avevamo un’idea vaga: quella di avere un secondo “polmone” per Venezia, portando qui quanto là volevamo produrre. Nel corso della ricerca mi sono però resa conto di quale disastro l’architettura degli ultimi vent’anni avesse prodotto in questo Paese. Ogni offerta che ricevevo di edifici già ristrutturati mi gettava nella disperazione.

Quando abbiamo saputo del programma di chiusura di tutte le centrali elettriche situate nel centro abbiamo individuato immediatamente Ges-2, un vero e proprio pezzo di città: due ettari a 100 metri dal Cremlino. Accanto alla centrale c’è il cinema Udarnik, edificio costruttivista; poco distante: l’ex fabbrica del cioccolato “Ottobre rosso”. Ges-2 è un posto immenso, un buco nero sulla cartina di Mosca mai veramente appartenuto alla comunità. È da lì che siamo partiti, dall’idea che non si sarebbe più trattato di uno spazio in cui avremmo portato le mostre organizzate in Laguna. Qui possiamo creare un qualcosa che in città non c’è.

 

Perchè la scelta di Renzo Piano e perchè un architetto italiano?

Leonild Mikhelson (presidente e fondatore di V-A-C Foundation ndr.) visitando la centrale mi ha detto: “è uno spazio bellissimo, una cattedrale che possiamo rendere permeabile trasformandola in un luogo dove la gente si può incontrare”. Non ho avuto il dubbio di dover lanciare un tender oppure di dover chiamare architetti trendy o, mi si passi il termine, fashion. Non era un progetto di architettura che c’interessava, c’interessava un progetto di recupero e l’idea, iniziata con il Pompidou, di portare la strada dentro, la città dentro, la piazza intesa come agorà, luogo dove nascono la democrazia, la società civile.

L’addizione di tutti questi fattori porta a Renzo Piano. Certo, la stampa russa ha dedotto: in quanto italiana ha scelto un architetto italiano ma nell’elaborare la mission di questo luogo era evidente che la scelta non sarebbe potuta ricadere su altri. Poi, una volta arrivati nello studio di Piano, quello che per noi era un progetto di recupero è diventato un progetto di architettura strabiliante: con due mosse Renzo ha ricreato un mondo intorno, con un giardino che cambierà la faccia del centro di Mosca. Merito della sua genialità ma anche di Antonio BelvedereIl mio sogno è riportare qui la grande architettura italiana e far dimenticare gli errori fatti negli anni Novanta, purtroppo anche da qualche italiano. Un sogno che si sta realizzando e di cui vado molto fiera.

 

Negli intenti Ges-2 quindi avrà molteplici destinazioni: scuola curatoriale, spazio aperto alla cittadinanza e alle esposizioni temporanee. Come vi aspettate risponderanno la società e la comunità artistica moscovite?

Questo è un Paese giovane, a differenza del nostro. C’è un’energia pazzesca. A febbraio di quest’anno abbiamo fermato i lavori per una settimana: volevamo che la gente conoscesse questo rudere tutelato. Lo abbiamo fatto organizzando un festival di musica elettronica (“Geometry of now”) perché i giovani che lavorano in Fondazione con la figlia di Leonild, Victoria (da cui la Fondazione prende il nome, ndr.) sono appassionati del genere. In una settimana abbiamo avuto 20.000 ragazzi.

 

Un fenomeno di prima riappropriazione…

Esatto. La gente continua a chiedermi se il prossimo anno riproporremo il festival. Dal primo di settembre inoltre si è unito al team curatoriale Francesco Manacorda. Avremo una programmazione che comprende arti visive, musica, teatro, danza. Ges-2 sarà la casa di tutte le arti.

Non mi preoccupa il dato visitatori proprio perché non sarà un museo di arte contemporanea: sarà un posto contemporaneo dove vivere l’arte. Tenga conto comunque che Garage Museum of Contemporary Art a Gorky Park il primo anno ha registrato un milione di visitatori… Stiamo parlando di una città di 16 milioni di abitanti, di un Paese sconfinato con un flusso impressionante di turisti che arrivano dall’est, risultato delle sanzioni europee alla Russia.

 

Tra i suoi scopi V-A-C Foundation ha anche quello di promuovere la giovane arte russa. Quali aspettative per la circolazione di opere e quali ripercussioni sul mercato dell’arte?

Ciò che noi vogliamo fare è dare a questi ragazzi una possibilità di produrre. Oggi non c’è un grande mercato perché non c’è neppure una grande offerta. Per sviluppare il mercato devono esserci sensibilità e conoscenza. Noi produrremo per alimentare questi due fattori. Gli artisti russi che abbiamo cominciato a presentare a Venezia negli anni (la Fondazione, prima dell’apertura dell’attuale sede, operava già attraverso esposizioni alla Casa dei Tre Oci, ndr.) oggi sono entrati nel circuito internazionale.

 

In chiusura: tempistiche di fine cantiere e costi si possono dichiarare?

Contiamo di inaugurare nel 2019 nel corridoio temporale che in questo Paese è climaticamente più favorevole, cioè quello da maggio a settembre. Molto dipenderà dai tempi di consegna del tetto e delle facciate vitree (ovviamente il tutto secondo criteri di classificazione Leed). Quanto ai costi previsionali dell’intervento per ora oscillano tra i 200-250 milioni di euro. Sarà comunque difficile che tempi e costi qui si dilatino come da noi,  considerando poi che si tratta di un investimento privato. Non sarà insomma una Salerno-Reggio Calabria.

 

In copertina: Teresa Iarocci Mavica. Foto Sergey Sapozhnokov

 

 


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