Verso il concorso perfetto

by • 14 marzo 2017 • Senza categoria980

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Secondo Alessandro Cimenti, consigliere dell’Ordine degli Architetti di Torino, deve essere in due gradi, completamente online, valutato da una giuria selezionata e assegnare l’incarico al vincitore. Servono buoni progetti e buona architettura diffusa, ma per averli sono necessari progettisti “allenati” e migliori procedure

 

Esiste? Ci giriamo sempre intorno e nessuno si sbilancia. A domanda si risponde: “Sì, ci sono diversi modi di aggiudicare un’opera, tutti con una loro dignità e una loro specificità di applicazione… etc”. Sarà pur vero, ma gli ingredienti per bandire un concorso perfetto in questa fase storica (crisi/post crisi) e in questo contesto territoriale (Piemonte/Italia) esistono e sono:

  • Concorso in due gradi (non in due fasi): un primo grado super snello, concettuale (bastano due A3 per spiegare cosa si ha in testa); un secondo grado in cui vengono selezionati 3-5 progetti/progettisti cui viene richiesto (sotto compenso) di redigere un preliminare
  • Tutto online: non è escluso che prima o poi ci pentiremo (come umanità) di soppiantare supporti analogici con altri digitali (dischi di vinile, libri, videocassette…). Ad oggi però non è più pensabile richiedere di stampare la carta d’identità e di apporre la ceralacca, quindi è necessario utilizzare piattaforme (ne esistono già di molto efficienti) che consentano procedure facilitate via web
  • Assegnazione incarico: è evidentemente necessario che il progetto venga assegnato al progettista vincitore e che l’opera venga realizzata
  • Giuria selezionata: la giuria ha un ruolo fondamentale, deve essere presieduta da un architetto che ha dimostrato di conoscere la materia (per le opere realizzate e per concorsi in cui è stato selezionato) e da altri 2/4 membri che possano contribuire alla valutazione tecnica, territoriale, paesaggistica, amministrativa

Questo modello è adeguato (perfetto?) per le condizioni della categoria degli architetti in Italia oggi per diverse ragioni; ne elenchiamo sommariamente tre.

Innanzitutto siamo in tanti, troppi: dalle ultime stime in Italia siamo oltre 150.000 professionisti iscritti agli Ordini territoriali; da soli rappresentiamo più di un quarto degli architetti d’Europa (100.000 in Germania, 30.000 in Francia e Inghilterra). Questo modello di concorso ci mette nelle condizioni di competere (in tanti) al primo grado dell’impostazione di progetto (concettuale) che costa poco sforzo, così da consentire alla giuria e all’ente banditore di avere un ventaglio più ampio delle alternative progettuali.

Poi siamo polverizzati in piccoli studi di poche unità (3 o 4, spesso anche individuali). Il concorso in due gradi consente di far vedere quanto si vale (a livello di concept) indipendentemente dalla muscolatura dello studio, per poi potenziare il proprio gruppo quando si viene selezionati e si ha il “coltello dalla parte del manico”.

Infine (ma solo perché stiamo sintetizzando), non siamo più allenati a fare quello per cui ci siamo preparati: progettare. Un buon progetto nasce da anni di tentativi, verifiche, confronti. Il concorso in due gradi attiva immediatamente palestre di allenamento nelle quali i professionisti avrebbero l’opportunità di mettersi alla prova e verificare cosa hanno fatto gli altri e, perché no, imparare dai propri errori e dai progetti selezionati.

L’Italia ha bisogno di buoni progetti, di buona architettura diffusa; oggi il livello non è sufficiente anche perché il campo in cui gli architetti dovrebbero piantare il loro seme è arido e le piantine muoiono. Occorre prima di tutto concimare il terreno, creare le condizioni affinché le nuove piantine possano germogliare e questo si può fare lavorando su buone procedure e sulla loro diffusione e applicazione da parte tanto degli enti pubblici quanto degli operatori privati.


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