Olanda: alla Biennale gli accampamenti dell’ONU

by • 8 giugno 2016 • Biennale di Venezia, Mosaico1456

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Malkit Shoshan, curatrice del Padiglione olandese, illustra la rassegna «BLUE: Architecture of UN Peacekeeping Missions»

 

L’architetta Malkit Shoshan, fondatrice di FAST (The Foundation for Achieving Seamless Territory), è stata invitata dal Het Nieuwe Instituut di Rotterdam a curare il contributo olandese alla Biennale. La mostra «BLUE: Architecture of UN Peacekeeping Missions» allestita nel Padiglione accende i riflettori sulle missioni di pace delle Nazioni Unite come fenomeno urbano. È assurta a caso studio la base olandese di Camp Castor a Gao (Mali), nella regione subsahariana del Sahel; un luogo in cui l’incontro tra il “blu popolo” (i Tuareg) e i “caschi blu” (l’ONU), il deserto e l’approccio olandese, il nomadismo e le regolamentazioni implicano la comparsa di nuove forme spaziali. «BLUE» presenta quindi una serie di storie e proposte sull’architettura nelle zone di conflitto, emerse dalle conversazioni con ingegneri militari e architetti, antropologi ed economisti, attivisti, politici e gente del luogo. Alla mostra hanno contribuito: Arnon Grunberg, David Turnbull, Debra Solomon, Erella Grassiani, Joel Van Der Beek, Laura Van Santen, LEVS architecten, Malkit Shoshan, Marcel Rot, Marion de Vos, Moussa Ag Assarid, Peter Chilson, Rob de Vos, Stichting Dogon Educatie, Studio Jonas Staal, Travis Bunt.

 

Come è nato il progetto della mostra e quali sviluppi avrà?

Il progetto è iniziato circa dieci anni fa con una visita in Kosovo. Successivamente, ho compreso l’impatto sul sostentamento locale delle missioni di pace delle Nazioni Unite, le quali introducono un nuovo tipo di spazio nelle città. I grandi accampamenti dell’ONU erano visibili da ogni angolo di strada. Le loro dimensioni e la presenza all’interno dello spazio civico locale mi hanno spinto a chiedermi cosa ne sarà di tutti questi spazi quando la missione sarà finita, e se la loro eredità è stata mai presa in considerazione. Dopo quel viaggio, ho cominciato a svolgere una ricerca sull’evoluzione delle missioni di pace ONU e sulla possibilità d’introdurre il pensiero progettuale all’interno del processo di pianificazione di questi spazi. La ricerca si è trasformata in un dialogo con gli olandesi che partecipavano alle missioni, con i ministeri della Difesa e degli Affari esteri e con la loro missione presso le Nazioni Unite. A questo punto, ho concentrato la mia ricerca sulla missione in corso nel Sahel, con particolare attenzione al Mali. Ci sono circa nove grandi missioni in questa regione e le forze di pace ONU sono presenti in più di 170 città. Se introduciamo il tema del progetto e se affrontiamo la missione come un’opportunità per migliorare l’ambiente locale, che ha un bisogno urgente di risorse, è possibile innalzare la qualità di vita di milioni di persone.

 

L’architettura può essere una missione di pace? In che modo?

Dopo la fine della guerra fredda e, soprattutto, dopo l’11 settembre, con lo sviluppo del terrorismo la guerra si è trasferita in città. Se ci rivolgiamo al contesto delle missioni di pace – che è poi la prima linea del conflitto – e utilizziamo l’architettura e la progettazione urbana per rafforzare le città e il tessuto urbano nell’Africa subsahariana, possiamo puntarere a una stabilità più duratura. Migliorare la vita delle persone può aiutare a stabilizzare la regione. La scarsità di acqua e cibo, oltre alla mancanza di crescita economica sono i primi motivi dei conflitti perpetui. I caschi blu hanno conoscenza e capacità globale, possono contribuire a generare risorse e lavorare insieme con la comunità locale per migliorare le condizioni delle famiglie, dei quartieri e delle città. Occorre consentire l’accesso ad acqua, cibo e medicine; rafforzare le popolazioni locali in modo tale che possano ricostruire le loro città. Sviluppare progetti con la gente del posto e fare in modo che conoscenze e risorse rimangano nella comunità anche dopo la fine della missione può generare pace e una duratura stabilità. Oggi non è così, l’ONU è isolata e, in queste regioni, gli unici luoghi che rappresentano una luce nella notte sono le basi delle Nazioni Unite che contengono risorse e capacità ma sono circondate da filo spinato e trincee. I legami tra l’ONU e la popolazione locale sono molto limitati, se non inesistenti – anche se i quartieri della città sono molto vicini alle basi. Gli abitanti sono frustrati nel vedere che le risorse globali sono vicine ma inaccessibili e questa frustrazione non può portare alla pace; se la comunità globale non affronterà il problema della povertà locale, il conflitto aumenterà. Con l’architettura è possibile pensare spazi per l’interazione e l’integrazione delle due comunità.

 

Ci può essere una relazione tra le azioni delle missioni di pace e le identità locali?

Ci deve essere. L’ONU non può lavorare in modo isolato. Occorre prendere in considerazione la vicinanza delle basi alle città. Quella dell’identità, tuttavia, è una questione complessa: ogni città ha più gruppi etnici, diversi obiettivi ed interessi. Occorrerebbe rispettare le identità locali e questo significa che le relazioni devono essere basate sui concetti di equità ed uguaglianza. È l’unico modo per sviluppare relazioni sostenibili tra i vari gruppi sociali e, se si vuole promuovere la pace, l’ONU dovrebbe, da un lato, sottolineare questi valori e, dall’altro, rendere le risorse disponibili.

 

Il progetto d’architettura può aiutare a interpretare le identità locali che sono già
minacciate da un conflitto senza dare la percezione di attuare una nuova forma di colonialismo?

Penso che se lo sviluppo è introdotto in modo rispettoso, se l’accesso alle risorse è consentito a tutti i gruppi in modo equilibrato, allora l’identità non è un problema. Il livello di scarsità, l’urgenza di rafforzare questa comunità e le loro città dovrebbe essere una priorità per ogni intervento. Il progetto non si propone di bloccare o cambiare l’identità locale. Mira invece a creare possibilità per far sì che la gente del luogo possa vivere in prosperità. Le missioni ONU non dovrebbero rimanere in un paese all’infinito ma, fin dall’inizio, dovrebbero lavorare per l’attuazione di una situazione post-missione.

 

Analizzando le architetture delle aree di conflitto, avete trovato dei modi specifici per comunicare con i portatori d’interesse locale ed interpretarne le esigenze?

Nei processi di progettazione partecipata, non è necessario un interprete o un mediatore, in quanto la comunità deve rappresentare se stessa. Le parti interessate e gli utenti dovrebbero avere voce sul modo con cui è organizzato il loro quartiere. Io non sono interessata a “tradurre” la voce di qualcuno bensì a “fare spazio” alle diverse agenzie e gruppi d’interesse affinché possano svilupparsi insieme sia nella politica sia nello spazio.

 

All’interno del Padiglione olandese si è tenuta anche la presentazione dell’e-book Unmanned. Com’è strutturata questa serie di pubblicazioni e che relazione ha con il tema della mostra?

Unmanned non è direttamente correlata al progetto «BLUE», bensì è una serie di pubblicazioni che compendia varie presentazioni, organizzate a New York e a Rotterdam, dedicate ai processi di militarizzazione dello spazio civico. Abbiamo posto domande sul modo in cui le città reagiscono a questi processi per preservare i valori come la privacy, la possibilità d’incontrarsi, la libertà di movimento e così via.

 

LEGGI L’INTERVISTA IN LINGUA ORIGINALE

 

Per_approfondire

Chi è la curatrice

Malkit-ShoshanNata a Haifa nel 1976, Malkit Shoshan è fondatrice e direttrice del Think Tank di architettura FAST – The Foundation for Achieving Seamless Territory basato ad Amsterdam. Il suo lavoro esplora il rapporto tra architettura, politica e diritti umani con vari focus che hanno interessato Israele e Palestina, Georgia, Afghanistan, Iraq, Kosovo e Paesi Bassi. Shoshan ha studiato architettura al Technion (Haifa) e allo IUAV di Venezia; attualmente è Ph.D. candidate alla Delft University of Technology dove sta sviluppando una ricerca sul ruolo dell’architettura nelle zone di conflitto, concentrandosi sulle missioni ONU; è visiting critic presso la School of Architecture della Syracuse University. È stata finalista dell’Harvard GSD’s Wheelwright Prize (2014) ed autrice del pluripremiato volume Atlas of Conflict, Israel-Palestine (Uitgeverij 010, 2010), oltre che co-autrice di Village (Damiani Editore, 2014). Fa parte del board editoriale della rivista teorica di architettura di Delft «Footprint» ed è co-editrice della serie di pubblicazioni “Unmanned”. Il suo lavoro è stato pubblicato su giornali e riviste come «The New York Times», «NRC», «Haaretz», «Volume», «Domus», «Abitare», «Frame» ed è stato esposto alla Biennale di Venezia (2002, 2008), al NAI (2007), ad Experimenta (2011), al Het Nieuwe Instituut (2014) e alla Biennale di Design a Istanbul (2014).


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2 Responses to Olanda: alla Biennale gli accampamenti dell’ONU

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