Vercelli, l’ex Ospedale di Sant’Andrea verso la rinascita

by • 18 febbraio 2016 • Città e Territorio, Mosaico, Patrimonio1911

Completato, grazie a un Progetto integrato di sviluppo urbano, il recupero fisico del complesso di origine medievale, comincia ora la delicata fase di rifunzionalizzazione

 

VERCELLI. Il Progetto integrato di sviluppo urbano (PISU) dell’ex Ospedale di Sant’Andrea è stata l’occasione, per la Città, di avviare, nel 2011, il programma di valorizzazione di un’area chiave del centro, a pochi metri dallo spazio espositivo Arca, dalla basilica di Sant’Andrea, dall’Università del Piemonte orientale e dalla stazione ferroviaria.

È dal 1227, data di fondazione, per volontà testamentaria, da parte del cardinale Guala Bichieri, dell’hospitalis sancti Andree, di fronte all’omonima chiesa da lui stesso fondata, che permane una funzione pubblica di tipo assistenziale per questo comparto urbano, all’epoca a ridosso della porta detta di Sant’Andrea, ora di fronte alla stazione.

Nonostante l’abbandono del sito negli anni 60, a fronte della costruzione del nuovo plesso ospedaliero, la demolizione delle parti di fabbricato all’epoca non ritenute di pregio, la creazione di un vuoto urbano presto trasformato in quello che comunemente veniva chiamato il “parcheggione”, grazie al PISU è stato possibile ridare nuova vita all’area. Così, si è potuta mantenere una funzione d’interesse comunitario e restaurare le parti che erano state risparmiate dagli abbattimenti, consentendoci di leggerne i trascorsi e comprenderne le stratificazioni, anche grazie a un particolare ricco di significato: le tracce delle demolizioni non sono state mascherate o eliminate, bensì lasciate a testimonianza di un passato indispensabile alla costruzione della visione di sviluppo per Vercelli quale città europea, come testimoniato dal suo posizionamento lungo le principali vie di comunicazione storiche quali la Francigena e il cammino di Santiago di Compostela.

A poco più di un anno dall’avvio, la chiusura di questo grande cantiere consente di fare un primo bilancio. Grazie a 13 milioni provenienti da fondi comunitari e distribuiti in quattro lotti, è stata realizzata una piazza di circa 20.000 mq in sostituzione del cosiddetto “parcheggione”, si sono recuperati gli spazi della “manica delle donne” (circa 2.000 mq) e dell’edificio dell’ex Farmacia (circa 700 mq tra interni e porticati) da destinarsi a uso transitorio e a ludoteca; si è restaurato il complesso dell’ex monastero di San Pietro Martire – unico cantiere ancora in corso – per destinarne i circa 1.500 mq a laboratori per micro imprese artigianali e spazi per piccole e medie imprese, servizi alle imprese e alla persona. Anche il padiglione ex 18, dopo un accurato recupero, rende disponibili circa 1.000 mq da destinarsi a vetrina e sede di attività volte alla commercializzazione delle eccellenze gastronomiche locali. Completano l’opera i lavori di manutenzione e riqualificazione dell’ex macello di via Laviny dove troveranno spazio le associazioni e l’emporio solidale.

Il primo passo, dunque, ossia il recupero “strutturale” del sito può dirsi compiuto. Inizia ora la fase di rifunzionalizzazione degli edifici che vedrà, tramite appositi bandi, il coinvolgimento di soggetti del mondo dell’imprenditoria e delle associazioni. La fase d’integrazione fra le istanze del pubblico e del privato è la parte più delicata di attuazione del PISU. In gioco c’è la restituzione di una parte significativa di città alla comunità. Considerata la storia degli ultimi ottocento anni, che hanno visto sempre mantenuta una funzione di accoglienza e di cura per questa porzione urbana, è necessario rispettare e incentivare usi pubblici di qualità.

Il caso di Vercelli potrebbe diventare un riferimento nel dibattito in corso in altre città che dispongono di un sito ospedaliero dismesso. È chiaro che la sostenibilità, per siti di tale dimensione – e spesso di pregio dal punto di vista architettonico e artistico – richiede una riflessione circa le destinazioni d’uso. Funzioni totalmente pubbliche non sempre sono possibili. Tuttavia, bisogna porre la dovuta attenzione a siti che, al pari di chiese e cattedrali, hanno rappresentato nel passato una delle principali funzioni comunitarie della vita cittadina. La sfida, grazie a nuove prassi integrate fra pubblico e privato, è di trovare le modalità per far sì che questi complessi siano ancora elementi chiave per lo sviluppo urbano, senza alienarli o trasformarli, con scarsa attenzione, dopo periodi più o meno lunghi di oblio.


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