Vittorio Gregotti: l’area Expo cuore multifunzionale di Milano Città metropolitana

by • 9 novembre 2015 • Inchieste, Interviste2619

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Con un’intervista al professor Vittorio Gregotti prosegue la pubblicazione degli abstract del libro Expo dopo Expo. Progettare Milano oltre il 2015 (a cura del Master Architettura Paesaggio, acquistabile in forma e-book e cartacea al sito www.paesaggio.it)

 

Professor Gregotti, recentemente Lei ha scritto un articolo sulle possibilità future dell’area Expo, in rapporto con l’istituzione della Città metropolitana. Ne può parlare sinteticamente?

La mia idea sull’area dell’attuale Expo è che sia liberata da tutti i padiglioni, compreso il Padiglione Italia, mantenendo invece la piattaforma che contiene tutte le infrastrutture e che probabilmente potrebbe essere ancora utilizzata. Bisogna però ragionare in altri termini. Cioè che Milano è ora una Città metropolitana, anche se ancora nessuno sa che cosa voglia dire esattamente. Tale riflessione potrebbe rappresentare l’occasione per assegnare all’area Expo un ruolo di centro per i numerosi insediamenti presenti nella periferia circostante – circa una decina oltre Rho e Pero – che attualmente non hanno un punto di riferimento. Questo non vuol dire che tale punto di riferimento non possa contenere, così come avvenuto nella Bicocca, attrezzature utili anche alla città con la quale stabilire un rapporto di scambio. La Bicocca occupa una superficie di 700.000 mq, mentre l’Expo di poco superiore, circa 900.000 mq. La buona idea di spostare una parte dell’Università statale oltre a una serie di uffici pubblici non risolverebbe il problema perché queste potrebbero occupare per fortuna solo una parte dell’intera superficie. Bisogna invece fare in modo che l’area di Expo non diventi né monofunzionale né un ulteriore pezzo di periferia ma ricopra un valore territoriale, con funzioni e livelli sociali di abitazione articolati, cioè diventi il centro dell’area circostante, come dovrebbe accadere per molte altre situazioni, se effettivamente Milano deve diventare Città metropolitana. Non si può cioè considerare semplicemente quest’ultima come la mera somma dei suoi comuni. Questi si devono cioè organizzare a loro volta in modo tale da avere centralità, che facciano riferimento poi alla città di Milano. Ho parlato recentemente di questo argomento con il sindaco Pisapia a cui ho consegnato un testo che esprime sinteticamente tale idea.

 

In generale che giudizio si è fatto di Expo?

Sostengo che l’idea in sé di realizzare una Expo oggi specie in Europa sia assurda, superata da cinquant’anni, forse cento. Prova ne è che tutte le ultime edizioni di Expo realizzate in Europa sono state un disastro. L’ultima edizione che ha avuto esiti economici positivi è stata quella di Bruxelles del 1958, anche se non ha mai completamente risolto il problema del terreno. Hannover ha riportato un risultato inutile, Siviglia uno sfacelo… In fondo, viste le premesse e tutte le disavventure, l’attuale responsabile di Expo 2015 ha lavorato bene, è riuscito a portare a termine con un buon risultato l’organizzazione dell’evento.

 

L’area è talmente vasta che è difficile pensarla occupata da un’unica funzione ma da tante, in prospettiva anche difficili da immaginare…

Vero. È necessario predisporre un sistema per accoglierle nel tempo. D’altra parte non bisogna certamente pretendere di risolvere il caso “dopo expo” in cinque anni; ce ne vogliono almeno venti. Sarà un processo molto lungo, realizzato da insediamenti più complessi. Ma serve un’idea complessiva in cui tutti gli elementi dovrebbero trovare una propria collocazione. Al momento sono sul tappeto una serie di proposte. Una delle ultime, e forse la più accreditata, è quella presentata dal Demanio, caratterizzata però da uno schema urbanistico inconcludente e poco relazionato con la realtà circostante.

 

Questa esigenza dello Stato di entrare nella vicenda “dopo expo” sembrerebbe legata al fatto che il mercato immobiliare non risponde alle potenzialità insediative di quest’area.

Non si può però pensare di occuparla interamente con attività pubbliche. Il documento del Demanio parla dell’inserimento di un polo universitario, la sede per un istituto internazionale sull’alimentazione e la realizzazione di uffici pubblici per spostare dal centro di Milano gli enti gravati da spese di locazione eccessive. Concentrare attività terziarie di tale natura, che utilizzano lo spazio solo durante la giornata, produrrebbe un altro pezzo di periferia invece di una parte importante di città. È importante pensare a una mescolanza di funzioni e di soggetti che la vivono, all’inserimento di alloggi indirizzati alle diverse fasce sociali. Multiculturalità e multifunzionalità sono fattori determinanti per evitare di realizzare un quartiere isolato e in più specializzato.

 

In fondo Expo è come una piccola città dalla durata limitata che è riuscita a ospitare contemporaneamente anche oltre 250.000 persone, con una superficie di poco superiore alla Bicocca. Si può fare un paragone dal punto di vista dell’intensità d’uso dello spazio e dei servizi?

Oggi nell’area Bicocca si svolgono tante attività, l’Università non è per niente dominante. Sono presenti la sede centrale di una banca, il teatro degli Arcimboldi, un settore di produzione e di uffici della Pirelli Real State, attività commerciali e altro ancora. L’Università è frequentata da 34.000 studenti a cui si aggiunge un numero imprecisato di persone che raggiungono l’area per altri motivi. In questo momento la popolazione residente rappresenta l’elemento ancora debole perché, anche se si sono realizzati molti alloggi indirizzati ai diversi livelli sociali e vi è una parte destinata ad abitazioni le cui aree sono state vendute e di cui non si conosce il destino.

 

Come mai l’organizzazione volumetrica e il disegno dello spazio aperto risultano essere molto diversi tra la Bicocca e gli altri quartieri sorti sulle aree industriali dismesse?

All’origine venne proposto un piano particolareggiato approvato dal Comune. Da allora lo studio ha lavorato continuativamente per venticinque anni, curando i progetti di volta in volta. Gli interventi recenti sulle aree industriali dismesse sono stati realizzati invece in pochissimi anni. Penso che questo sia un fattore determinante. Il problema delle periferie è che hanno avuto origine dall’esigenza dello Stato di offrire un alloggio alle persone con minori possibilità economiche, e quindi realizzate con scarse risorse, pochi servizi e spesso molto distanti dalla città e dai luoghi di lavoro, e sono caratterizzate da un unico livello sociale.

Milano Bicocca (© Davide Maccioni per ACMA)

Milano Bicocca (© Davide Maccioni per ACMA)

 

Il paradosso è rappresentato dal fatto che non è lo Stato ora a realizzare condizioni di vita analoghe alle vecchie periferie ma sono i grandi progetti privati…

L’unico caso diverso è quello della Bicocca perché ha avuto la fortuna di ospitare una mescolanza di funzioni. In quell’occasione il Comune è entrato in rapporto con i privati e ha inciso nella trasformazione dell’area. Cosa che non è successa altrove. Nell’area di Expo, al contrario, lo Stato, che è comproprietario dei terreni e forse anche il maggiore finanziatore dell’operazione, promuove un quartiere monofunzionale che presenta tutti i requisiti di una periferia. È importante invece considerare l’area Expo nella sua specificità rispetto al territorio circostante, fornirle una ragione territoriale ampia in modo che diventi riferimento per un ambito molto più vasto, rendendo quindi necessaria la presenza di una serie di funzioni collettive che permettano uno scambio con i comuni circostanti, e diventi così elemento strutturale della Milano metropolitana.

 

Si può quindi guardare a uno sviluppo di quest’area non collegato alle condizioni instabili del mercato immobiliare? Lo si può legare invece al risultato di una politica territoriale?

Attualmente non esiste una vera e propria politica territoriale. Il mercato immobiliare è al momento fermo e forse riprenderà tra molti anni. Si dovrebbe approfittare della novità rappresentata dall’istituzione della Città Metropolitana che potrebbe produrre nuove esigenze di riorganizzazione del territorio, rendendo in qualche modo ragionevole un discorso in cui l’area di Expo ricopra il ruolo di cui abbiamo parlato.

 

Articoli precedenti:

Expo dopo Expo (di Antonio Angelillo)

Le aree dismesse faranno la Milano del futuro (di Sebastiano Brandolini)

João Nunes: per il post Expo pensiamo a funzioni temporanee (di Antonio Angelillo)


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