Progetti di paesaggio per lo spazio pubblico della città resiliente

by • 30 Ottobre 2019 • Città e Territorio, Forum, Mosaico1146

Share
Riflessioni a margine di un convegno dell’Associazione Italiana di Architettura del Paesaggio: condividere strumenti, valori e ambizioni per guidare le trasformazioni urbane

 

Resilire è il verbo latino che, fino al Settecento, è stato utilizzato per la diffusione del pensiero scientifico occidentale: René Descartes definisce resilientia la proprietà fisica, posseduta da quasi tutti i corpi, di rendere possibile il rimbalzo degli oggetti. L’intuizione cartesiana, con il progredire della scienza, è stata definita come la capacità di un materiale di resistere a un urto assorbendone l’energia e rilasciandola dopo la sua deformazione. I corpi resilienti, dunque, si adattano al cambiamento senza spezzarsi perché dotati di elasticità. Si tratta innegabilmente di una straordinaria qualità meccanica che, a partire dagli anni ‘80, ha superato i confini della disciplina contaminando, con presenza crescente, le scienze umane, l’ecologia e anche la progettazione degli spazi pubblici, materie intrinsecamente connesse.

È di questo che lo scorso 25 ottobre, a Milano presso la Fondazione Riccardo Catella, hanno dibattuto i paesaggisti di AIAPP – Associazione Italiana di Architettura del Paesaggio, cercando di rispondere a una delle emergenze più complesse dell’abitare contemporaneo: la qualità urbana. Le città metropolitane rischiano di spezzarsi sotto il peso della loro estensione territoriale, allentando la relazione con chi le abita, e questa criticità insidia prepotentemente anche i sopravvissuti ambiti locali.

Alla luce di equilibri sempre più precari, il ruolo della progettazione degli spazi pubblici assume rilevanza fondamentale: non si tratta più solo di ascoltare il genius loci di matrice Schultziana, ma d’introdurre la variabile “tempo” nell’elaborazione di ogni progetto. «Bisogna saper sostenere il contributo positivo che uno spazio pubblico offre alla città e guardare lontano», dice l’architetto Valerio Cozzi, andando ben oltre la bidimensionalità di un disegno ben riuscito e del dialogo, comunque necessario, con il luogo. Connessione e partecipazione sono le parole chiave del nuovo processo ideativo che esce dallo studio del progettista prima ancora di essere formulato e quando ormai ha preso forma.

È così che è nato BAM – Biblioteca degli Alberi Milano, non solo un vasto parco urbano ma un vero e proprio progetto culturale che ha restituito alla città il segregato quartiere Isola: frutto di una sapiente progettazione ma, anche, dell’essersi saputo raccontare agli abitanti della zona. L’iniziale piantagione degli alberi è stata un’esperienza collettiva, così come lo sono oggi le numerose iniziative che vengono proposte perché il parco sia sempre vivo, partecipato e riconosciuto come luogo d’identità sociale. BAM è un modello dal respiro internazionale, che vive per la città e con la città, che ne traina le trasformazioni e si propaga nella dimensione temporale anche attraverso lo sviluppo di un’innovativa direzione lavori avanzata: ecco la resilienza di una metropoli che non si vuole spezzare.

Come Novara, realtà con aspetti certo meno complessi, dove però i quartieri periferici stanno diventando satelliti senza identità. Qui l’amministrazione comunale, in partnership con Fondazione De Agostini, è riuscita a proporre, nel quartiere Sant’Andrea, un modello di parco che ricompone le frammentazioni del tessuto urbano e di quello sociale attraverso un processo partecipativo teso a non subire i cambiamenti, ma a progettarne le trasformazioni. Come per BAM, anche in questo caso l’approccio ha privilegiato un linguaggio informale perché si potesse costruire con i cittadini, futuri custodi e fruitori dell’area, un rapporto di fiducia e collaborazione.

Oltreoceano, simili esperienze di resilienza sono collaudate ormai da tempo: diversi sono i budget e gli aspetti culturali, ma analoghi sono gli strumenti individuati per adattarsi al cambiamento e accrescere la vivibilità urbana. Per fare qualche esempio, a Portland (Oregon), le fontane Ira Keller e Lovejoy, progettate negli anni ’70 da Lawrence Halprin e Angela Danadjieva, vivono grazie a un’importante partnership tra pubblico e privato, mentre il recentissimo Tanner Springs Park partecipa quotidianamente alla vita di quartiere perché abbatte qualsiasi confine, fisico o virtuale, con spontaneità e spirito d’inclusione.

Anche per i paesaggisti italiani è dunque arrivato il momento di applicare queste strategie alle realtà nazionali, con un messaggio inequivocabile: il paesaggio è il vero motore della resilienza urbana e la vita pubblica, come insegna Jan Gehl, ne è il cardine.

(Visited 627 times, 1 visits today)

Pin It

Comments are closed.