I primi 25 anni spericolati di MVRDV

by • 13 Novembre 2018 • Mosaico, Professione e Formazione, Progetti2074

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Società al massimo, realismo estetico e futuro delle città: lo studio olandese festeggia il quarto di secolo lontano da approcci stilistici

 

Dopo 25 anni d’intensa attività progettuale (più di 800 progetti per 65 Paesi) lo studio olandese MVRDV (fondato a Rotterdam nel 1993 da Winy Maas, Jacob van Rijs e Nathalie de Vries) festeggia e guarda agli esordi, rimarcando il proprio approccio all’architettura, la costante sperimentazione, i sogni maturati sul futuro delle nostre città. Come è possibile oggi coniugare la forte densità urbana, l’isolamento della crescita in verticale, l’allontanamento dalla natura con le aspirazioni del sociale, i suoi desideri più intimi? Lontano da qualsiasi approccio stilistico (ogni progetto è diverso dall’altro), sin dagli esordi il gruppo sembra letteralmente farsi carico del sociale trasformandolo in uno strumento del progetto, facendolo “funzionare” al di là dell’essere semplicemente il destinatario di un edificio, fino a che in ciascuna opera realizzata è possibile che esso trovi una nuova strada, un modo nuovo di essere protagonista. In un certo senso, i nostri desideri prendono forma come nella Poro-city, l’ultima ricerca partorita alla Why Factory (l’istituto fondato da Maas per indagare sul futuro delle città) che, contro le ristrettezze della pura verticalità di cui sono affetti la maggior parte degli edifici, propone di ampliarne alcune parti per canalizzare nuove funzioni, prendere luce, mettere in comunicazione, fare posto alle piante e agli animali, insomma aprire varchi di vita (Gordon Matta-Clark insegna…) laddove tutto sembrerebbe introverso e immobile (Porocity. Opening up Solidity, nai010 publishers, 2018).

Mai come in questo caso, paiono appropriate le parole di Félix Guattari: «[…] il solo criterio di verità che si impone dunque all’architetto, […] è dato dal fatto che egli abbia l’occasione di essere trasportato da un processo di événementiation, ossia di arricchimento storico e di ri-singolarizzazione del desiderio e dei valori» (L’énounciation architecturale in Cartographies schizoanalytiques, Parigi, 1989). Basti guardare agli esordi e, in particolare, al tema della residenza, per una verifica.

Nel primo complesso residenziale realizzato ad Amsterdam, Wozoco (1997), a diventare protagonisti sono gli anziani che, grazie a questo progetto, hanno potuto movimentare le proprie giornate e sentirsi privilegiati. I grandi corpi aggettanti che caratterizzano l’edificio (nati in realtà per risolvere un problema tecnico), paiono fatti apposta per sfuggire alla verticalità e proiettare in avanti l’ordinarietà della routine quotidiana: i balconi colorati e i diversi materiali impiegati fanno il resto.

In certi casi, Le Corbusier sembra aleggiare in sordina e poi rinascere con enfasi e attualità… Nel complesso abitativo Silodam (Amsterdam, 1995-2003), un isolato lungo un molo (che sembra attraccato nel porto) contiene 157 appartamenti, ciascuno con caratteristiche uniche non a partire dalla semplice differenza di metri quadri ma dalla diversità di spazi ricavati all’interno per famiglie a basso reddito e anziani, impiegati e artisti. Il risultato è la “materializzazione di un quartiere tridimensionale” fornito di passaggi interni, terrazze, luoghi di sosta per socializzare: “un container di case che interpreta letteralmente il contesto portuale”, come traspare in definitiva da quello che si potrebbe definire “realismo estetico”, una caratteristica che si trova anche in molti progetti successivi del gruppo, e che in questo caso riguarda l’immagine del container utilizzata per differenziare le parti, realizzate con materiali e finiture diverse. La serie di case unifamiliari, realizzate sull’isola di Hagen (2000-2003), ne sono una conferma: in questo caso l’economicità diventa occasione per altre interessanti invenzioni quali un rivestimento di materiale unico per i blocchi prefabbricati (tegole di laterizio, alluminio, pannelli in fibrocemento) che uniforma l’intero volume (dal tetto alle pareti) bypassando le stesse grondaie, mentre accresce l’appeal della tanto agognata “casa con giardino” nell’immaginario comune, offrendone una versione allo stesso tempo più astratta ma concretamente accessibile a tutti, ideale ma strettamente personale.

Salendo di scala, il risultato non cambia. Il Mirador (Sanchinarro, Madrid, 2001-2005) è una collezione di mini quartieri sommati verticalmente (in tutto 156 appartamenti) attorno a una piazza a cielo aperto semi-pubblica che si trova al dodicesimo piano, pensata per il relax e per godere di una grandiosa vista panoramica. Ne nasce un “super-blocco imponente della comunità” che riscatta l’anonimato delle residenze attorno imponendosi sul resto.

Ma la sperimentazione più ardita risale a pochi anni fa con il Market Hall (Rotterdam, 2004-2014) dove il progetto di 228 appartamenti si tramuta in struttura caratteristica (una grande arcata in pietra naturale grigia) per il mercato coperto. Un grandioso affresco digitale (11.000 mq di superficie) con effetti tridimensionali, ricopre l’interno a volta e cambia soggetto e colore rendendo questo evento costruito unico sia per gli inquilini dell’edificio che per il resto del pubblico: le residenze si affacciano sul mercato e rubano istanti di vita quotidiana, mentre il mercato è come custodito in uno scrigno di familiarità tanto da essere “di casa”.

Ogni progetto è sempre occasione per trovare una molla in grado di far decollare nuovi sentimenti sul nostro modo di vivere in casa e all’aperto. «Vogliamo sorprendere le persone – dichiara de Vries –; per noi l’architettura non è qualcosa di statico o di storico. Non vogliamo guardare indietro, ma piuttosto fantasticare sul futuro». Una sorta di manifesto di tale approccio è visibile nel padiglione realizzato in occasione dell’Expo di Hannover del 2000 Holland creates Space. Tutte le più importanti domande che oggi riguardano il futuro dell’ambiente costruito sono condensate nel padiglione a partire da un confronto ravvicinato tra tecnologia e natura che incontrandosi liberano domande e pensieri sulla possibilità di coesistenza. «Può l’incremento della densità abitativa coesistere con un incremento della qualità della vita? Quale ruolo giocherà in senso lato la natura in un siffatto aumento di densità? Non si tratta forse di evidenziare il problema della nascita di una nuova natura, letteralmente e metaforicamente?».

Dalla teoria alla pratica, il recente progetto Seoullo 7017 Skygarden (2017), collocato nel cuore di Seul, è un vero e proprio parco urbano lineare (destinato ad espandersi come una linfa) che s’innesta su una vecchia tangenziale anni ’70, rimodellandone i destini e permettendo agli abitanti di percorrere nuovamente a piedi il centro città da una posizione privilegiata, di socializzare lungo questa passeggiata pubblica inframmezzata da oltre 50 famiglie di piante (alberi, arbusti e fiori), punti di osservazione, caffè, serre, fiorai, mercatini, piccoli spazi espositivi, librerie, fontane, terrazzi. Nato sulla scia della High Line newyorkese, il progetto è stato premiato durante la scorsa edizione dei record della Archmarathon 2018 come «esempio eccezionale del matrimonio tra ricerca, speculazione e pratica, un lavoro magistrale in tutti i sensi per la capacità di ripensare le infrastrutture moderne ormai obsolete come risorsa per il futuro».

Progetto a cui fa eco I LOVE Street (Gwangju, Corea del Sud, 2017), intervento realizzato in collaborazione con i bambini della Seosuk Elementary School per la terza edizione della Gwangju Folly. Contro ogni forma di abuso che oggi ne smitizza il valore sociale, lo slogan scelto dal gruppo rivendica l’importanza della strada come coagulo di sinergie da sottrarre al traffico e al degrado urbano per restituire la strada al gioco grazie a una serie di folies: la pavimentazione può essere usata per sedersi, dipingere, saltare e giocare con la sabbia…: I LOVE street può diventare I LOVE KoreaI LOVE Gwangju, I LOVE Walkingor, I LOVE Dancing… Tutto ciò insomma che ciascuno reclama per accrescere la propria identità. Come messaggi in una bottiglia questi progetti arrivano al cuore di ogni città.

Questa selezione è solo un’infinitesima parte dei tanti progetti-manifesto del gruppo olandese, perché ciascun progetto è come un serbatoio d’idee che prende il volo e restituisce immagini eloquenti. Basti pensare, tra i progetti non realizzati, al Museo del Quai Branly (Parigi, 1999), o alla Biblioteca centrale di Brabante (2000), e tra quelli realizzati alla Book Mountain (Spijkenisse, 2003-2012), una montagna di libri, vetrata all’esterno, che di sera s’illumina: una vera icona per la città; al tennis club The Couch (Amsterdam, 2013) pensato come luogo d’incontro aperto a tutti con una copertura che flettendosi crea una tribuna…; per non parlare della Tianjin Binhai Library (2017), un paesaggio di libri dalle dolci ondulazioni, o del complesso The Imprint (Seoul, 2018) dove l’immagine surreale degli edifici (un parco a tema e un night club) “concretizza” un sogno lungo una vita.

Nel frattempo, lo stesso studio ha ampliato i propri spazi di lavoro condensandoli nell’idea di una grande casa accogliente, la MVRDV House (2016), riflettendo proprio il forte interesse qui ricordato per un tema che raccoglie tutti, attorno a cui la società cresce e si sviluppa; al suo interno: una Family Room, l’Atelier, la Board Room, la Lounge, la Reading Room e la Game Room…

Immagine principale: ©BarbraVerbij (www.mvrdv.nl)

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One Response to I primi 25 anni spericolati di MVRDV

  1. […] del noto studio MVRDV (che, con sede a Rotterdam e a Shanghai, proprio quest’anno festeggia il quarto di secolo), Maas (1959) è una firma di fama mondiale, attivo in tutto il mondo e celebre per progetti come […]