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Alessandro ColomboScritto da: • Mosaico Progetti Reviews

Premi Mies: recuperi, allestimenti, temporaneità

Premi Mies: recuperi, allestimenti, temporaneità

Premio Mies 2026, progetto vincitore, Palazzo delle Esposizioni di Charleroi, il cortile principale, AgwA e architecten Jan de Vylder Inge Vinck (©Filip Dujardin, courtesy EUmies)

In mostra all’ADI Design Museum di Milano i progetti finalisti della storica iniziativa europea. Anche dalle parole del Pritzker Smiljan Radić, presidente di giuria, emerge il consolidamento di uno slittamento culturale che guarda a capacità e misura di rapportarsi con l’esistente

 

MILANO. Il premio Mies van der Rohe arriva a Milano con una elegante mostra all’ADI Design Museum.

Nato nel 1987, e organizzato dal 2001 dalla Fundació Mies van der Rohe e dalla Commissione europea, annovera (qui l’archivio) vincitori del calibro di Álvaro Siza (Banco Borges e Irmão a Vila do Conde), Zaha Hadid (terminal di Hoenheim-Nord, Strasburgo), Rem Koolhaas ed Ellen van Loon / OMA (Ambasciata dei Paesi Bassi a Berlino), David Chipperfield (Neues Museum a Berlino), per edifici che sono diventati punti di riferimento nella storia dell’architettura recente.

 

Il palazzo (recuperato) belga e il teatro (provvisorio) sloveno

In questa edizione, che ha visto ben 410 selezionati, a prevalere nella short-list dei 40 qui esposti sono stati scelti un progetto di rigenerazione – riutilizzo e riuso, si sarebbe detto fino a non molto fa – e un progetto di allestimento, categoria indubbiamente nuova in questi contesti che denota una volontà di percorrere nuove direzioni. Le scelte non sono casuali, ma dettate da un interrogativo interessante che il premio pone come tema: “Cosa resta di ciò che abbiamo costruito?“.

La mostra degli EUmies Awards 2026, in effetti, ci restituisce un’immagine, dobbiamo dire convincente, di come “l’architettura possa rileggere l’esistente e restituirgli un tempo a venire“. Atteggiamento che, indubbiamente, segna un punto di svolta rispetto alla stagione delle grandi opere-oggetto, firmate da star, che, a partire dal Guggenheim di Bilbao di Frank O Gehry, per lunghi anni è sembrata essere l’unica strada percorribile, nonché la più ambita.

Se questa stagione produce ancora i suoi effetti – Milano ne è un esempio, basti vedere il completamento di City life e la controversa vicenda dello stadio vecchio-da-demolire/nuovo-da-costruire – la selezione dei 40 progetti presentati ci fa capire che, a livello europeo, gli ultimi anni non sono passati invano e che molti progettisti, più o meno noti, hanno dedicato il proprio tempo e le proprie energie a progetti di recupero e rigenerazione, con risultati sempre interessanti, a volte anche notevoli.

La scelta della giuria – spicca il nome del presidente Smiljan Radić, in quanto premio Pritzker 2026 – è andata come progetto vincitore al Palais des Expositions de Charleroi, dove AgwA e architecten Jan de Vylder Inge Vinck, hanno “riletto il complesso degli anni Cinquanta facendo della riparazione e del riuso strumenti di rinnovamento”.

Premiati nella categoria Emergenti gli spazi temporanei per il Teatro nazionale sloveno Drama di Lubiana, progetto di Vidic Grohar Arhitekti che si applica anche in questo caso ad un complesso industriale dismesso, “esplorando la capacità di una destinazione provvisoria di generare nuove forme di infrastruttura culturale”.

Approcci e sensibilità, segni di mutamento

Se, come osserva Smiljan Radić, “un buon intervento di recupero aspira a lasciare un’impronta delicata e indefinita sulla struttura esistente“, il metodo si basa allora sulla capacità di “mettere alla prova le idee che immaginiamo racchiuse nell’opera originaria e dall’osservare come queste si intreccino con la sensibilità del nostro tempo“, con lo scopo di “intervenire su un’opera in virtù della sua capacità di appartenere al presente e di essere presente e non per il fascino di una forma ritenuta memorabile“.

Si spalanca la porta a quello che, nella cultura italiana di progetto, viene chiamato allestimento, termine pratico per indicare la capacità di intervenire sull’esistente per renderlo idoneo ad usi e funzioni anche temporanei, ma capace di dare un’immediata risposta ai bisogni senza rinunciare alla qualità del disegno inserito nello spazio. Un approccio sempre più logico ed obbligato, vorremmo dire, sia dalla velocità dei tempi che sempre meno permettono programmi decennali e più, sia per un’indubbia saturazione degli spazi delle nostre città e territori, che sempre meno permettono l’edificazione da zero.

Ma anche, affermiamolo con serenità, da una mutata sensibilità che, nel nome di una piena sostenibilità, ci permette di capire cosa ci consegna la storia e di come noi, con lo strumento del progetto, possiamo renderlo atto ad affrontare il futuro.

La mostra si fa notare anche per la sua semplicità e qualità che, grazie all’utilizzo di telai in larice, presenta grandi foto, disegni, modelli che, anche per merito di descrizioni essenziali ed efficaci, arriva immediatamente a comunicare i progetti e le loro caratteristiche.

La collocazione a diretto contatto con la collezione del Compasso d’Oro all’ADI Design Museum di Milano ci ricorda la stretta correlazione fra quello che oggi chiamiamo design e l’architettura. Ovvero quella vicenda architettonica che, nel caso della cultura di progetto italiano del Novecento, ha permesso al disegno dell’oggetto di nascere in seno ad essa e di raggiungere in seguito quei livelli e quella maturità che oggi conosciamo, viviamo e che ci viene riconosciuta internazionalmente.

“EUmies Awards 2026”

fino al 10 gennario 2027
ADI Design Museum
Piazza Compasso d’Oro, Milano

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Tag: , , , , , Last modified: 7 Novembre 2026
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