Alcuni recenti casi milanesi (tra eredi, fondazioni, enti e università) obbligano ad una riflessione sul tema degli archivi del progetto. Con la guida di Fulvio Irace, un viaggio attraverso patrimoni da rendere vivi e accessibili
Nel maggio 2026 i disegni di Piero Portaluppi hanno cambiato indirizzo. Da via Morozzo della Rocca sono arrivati in via Mozart, all’ultimo piano di Villa Necchi Campiglio: un archivio che trova casa dentro una casa progettata dal suo stesso autore.
Con i fogli hanno viaggiato libri, documenti e arredi, e con loro una responsabilità: Chi li custodirà? Quali risorse permetteranno di mantenerli accessibili fra vent’anni? Non è un caso isolato. La Fondazione Franco Albini ha lasciato lo studio storico per un nuovo spazio; quella di Achille Castiglioni ha evitato di abbandonare piazza Castello; il Casva (Centro di Alti Studi sulle Arti Visive) ha inaugurato la sede nell’ex mercato coperto del QT8.
Storie differenti, che invitano a chiedersi cosa significhi davvero tenere in vita un archivio. Questo è il filo che emerge dalla conversazione con lo storico dell’architettura Fulvio Irace, che spiega: “Il tema è importante perché sono proprio gli archivi ad unire il passato con il presente e il futuro. Interpretando, diventano occasione di rilancio del progetto stesso“.
Milano, in questo senso, offre un punto di osservazione privilegiato perché nei documenti dei progettisti emergono le ragioni di edifici e oggetti, insieme a una cultura del lavoro, ai legami con le imprese e ai mutamenti della città.
Piero Portaluppi: un archivio in villa
Nel dicembre 2025 la Fondazione Piero Portaluppi ha comunicato la fine delle proprie attività e il trasferimento del patrimonio al Fai – Fondo per l’ambiente italiano. Cinque mesi dopo l’archivio ha trovato posto a Villa Necchi Campiglio, in 3 sale permanenti oltre ad uno spazio per mostre temporanee, rendendo i materiali disponibili per la consultazione e lo studio, in collaborazione con le Soprintendenze e il Politecnico.
La coincidenza fra l’autore dell’edificio e quello dei documenti custoditi aggiunge un significato particolare al trasferimento. La villa diventa una porta d’ingresso alla conoscenza di Portaluppi, mentre l’archivio permette di andare oltre quell’opera. Il passaggio a una grande istituzione culturale affronta inoltre una questione comune a molte fondazioni nate dall’iniziativa degli eredi: come garantirne la continuità quando cambiano le persone e le condizioni che ne hanno reso possibile l’esistenza?
Restare nello studio o ricominciare altrove
Per la Fondazione Achille Castiglioni, la questione è legata ad un contratto d’affitto. Nel 2023 è emerso il problema del mancato rinnovo della locazione dello studio in piazza Castello 27, dove Achille e Pier Giacomo Castiglioni avevano iniziato la loro attività nel 1962. Dopo la scomparsa di Achille, la famiglia aveva scelto di rendere accessibile al pubblico questo spazio. Non si trattava solo di un indirizzo, ma di un luogo ricco di carte, oggetti e un ambiente di lavoro che raccontano una visione unica del progetto. Fortunatamente, la situazione si è risolta in modo positivo nel maggio 2026, grazie al rinnovo del contratto e al mantenimento della sede storica.
Diversa, invece, la strada intrapresa dalla Fondazione Franco Albini. Dopo aver lasciato nel novembre 2025 lo studio storico di via Telesio, ha riaperto nel febbraio 2026 in via Aurelio Saffi 27 accogliendo l’archivio, la biblioteca, i mobili e gli oggetti del vecchio studio. Queste due storie evidenziano una tensione difficile da risolvere. Lo studio originale conserva tracce che nessun trasferimento può replicare; tuttavia, una nuova sede può offrire condizioni migliori per continuare le attività. Non sempre conservare significa restare, così come cambiare indirizzo non comporta necessariamente la perdita della memoria.
Gio Ponti: un patrimonio diffuso
Con Gio Ponti la questione assume un’altra dimensione, quella di un archivio distribuito fra luoghi e istituzioni differenti. Lo Csac (Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell’Università di Parma) conserva il fondo donato dagli eredi nel 1982, composto da circa 25.000 materiali progettuali. A Milano, nello studio di via Dezza 49, opera invece Gio Ponti Archives, la cui banca dati, sviluppata da Salvatore Licitra, collega testimonianze di diversa provenienza.
A questa geografia si aggiunge il progetto dello spazio dedicato a Ponti all’ADI Design Museum. L’accordo con Regione Lombardia, annunciato nell’aprile 2026, prevede una sezione permanente e attività temporanee. Non si tratta dunque di trasferire a Milano il fondo conservato a Parma, ma di creare un nuovo luogo di esposizione, ricerca e confronto. Un progetto che, nel caso di Gio Ponti, assume un significato particolare: la sua attività, così trasversale tra architettura, design ed editoria, ha lasciato un patrimonio distribuito fra istituzioni diverse, che oggi possono contribuire a ricomporne la complessità.
Al QT8 una responsabilità pubblica
Con il Casva (Centro di Alti Studi sulle Arti Visive), l’attenzione si sposta verso la dimensione pubblica. Fondato nel 1999 al Castello Sforzesco grazie all’acquisizione del fondo Luciano Baldessari, ha aperto le porte della sua nuova sede nell’ex mercato coperto del QT8 il 30 settembre 2025 (qui il nostro articolo) riunendo gli archivi che prima erano custoditi al Castello e alla Fabbrica del Vapore.
Il QT8 è stato progettato sotto la direzione di Piero Bottoni per l’Ottava Triennale del 1947. Collocare in questo contesto questi archivi significa inserirli in un’esperienza urbana che fa parte della stessa storia che stiamo indagando. Il Casva custodisce i fondi di architetti, designer e grafici, in particolare milanesi e lombardi; oltre alla conservazione, promuove mostre, incontri e attività di ricerca.
Il valore di questa raccolta risiede anche nella capacità di mettere in relazione autori diversi, ricostruendo collaborazioni e ambienti professionali che le singole biografie non riescono a raccontare. Al Palazzo dell’Arte, nello spazio Cuore della Triennale di Milano, si possono consultare fotografie, manifesti e disegni d’archivio che documentano la storia delle sue esposizioni.
Oltre Milano: una geografia di modelli
Il panorama nazionale racconta una varietà di approcci alla conservazione.
Lo Csac, fondato nel 1968 da Arturo Carlo Quintavalle a Parma, unisce architettura, design, fotografia, arte, moda e grafica. A Venezia, l’Archivio Progetti dell’Università Iuav conserva, tra le altre collezioni, il fondo di Giancarlo De Carlo. Al Campus Leonardo del Politecnico di Milano è conservato il fondo Archivio Renzo Piano Architetto 1964–1977, dedicato ai primi anni di attività dell’architetto. Sul fronte museale, il Maxxi di Roma conserva opere di grandi nomi come Aldo Rossi, Carlo Scarpa e Pier Luigi Nervi, mentre a Rovereto l’Archivio del ‘900 del Mart include fondi di figure come Adalberto Libera, Ettore Sottsass senior e Figini-Pollini.
Fondazioni familiari, università, musei ed enti pubblici offrono modelli diversi di conservazione. A collegarli ci sono realtà come AAA/Italia, l’Associazione nazionale degli archivi di architettura contemporanea ma la vera sfida è costruire le connessioni tra patrimoni spesso sparsi in città e istituzioni diverse.
Per quanto riguarda le imprese e la memoria della produzione, in Lombardia non si può ignorare l’importanza degli archivi d’impresa, essenziali per comprendere una storia del design che va oltre i suoi autori. Nei documenti aziendali si trovano sperimentazioni tecniche, relazioni con i progettisti, processi produttivi e strategie di comunicazione. Dal 2013, il Gruppo Molteni ha iniziato a costituire gli archivi storici di Molteni&C, UniFor e Citterio, conservati a Giussano, Turate e Sirone. Il lavoro di catalogazione si integra con le attività del Molteni Museum.
A Noviglio, il Museo Kartell custodisce oggetti, disegni, fotografie e documentazione aziendale. L’Archivio Storico Pirelli oltre alla documentazione tecnica, conserva un patrimonio significativo di comunicazione visiva e testimonianze delle trasformazioni architettoniche e urbanistiche, comprese le carte del Progetto Bicocca. Questi patrimoni raccontano quanto il progetto sia il risultato di un lavoro collettivo.
Carte, digitalizzazione, animazione
Una chiave di lettura interessante si trova in “Design & Cultural Heritage. Archivio animato”, un volume curato nel 2013 da Fulvio Irace e Graziella Leyla Ciagà per Electa. Il libro esplora il legame tra archivi e digitalizzazione, offrendo un approccio interattivo in cui la memoria non è solo un deposito statico, ma diventa un materiale da esplorare e interrogare. La digitalizzazione ha il potere di avvicinare materiali che fisicamente si trovano lontani, a patto che le immagini siano accompagnate da strumenti in grado di restituirne il contesto. Infatti, nelle corrispondenze, negli schizzi e nelle alternative scartate si conserva il processo da cui prende vita un progetto.
Le vicende milanesi raccontano una trasformazione che riguarda l’intero patrimonio italiano dell’architettura e del design. Alcuni archivi cambiano sede, altri riescono a conservarla, altri ancora entrano in grandi istituzioni. Non esiste un’unica soluzione, ma una responsabilità condivisa fra eredi, fondazioni, università, musei, amministrazioni e imprese. Conservare significa permettere alle generazioni successive di scoprire non soltanto ciò che è stato realizzato, ma anche ciò che si sarebbe potuto fare diversamente.
È questa possibilità di rileggere e mettere in discussione la storia del progetto a rendere un archivio una risorsa viva. A Milano, dove tanti protagonisti dell’architettura e del design hanno lasciato le proprie tracce, il futuro di questo patrimonio dipenderà dalla capacità di garantirgli non soltanto una casa, ma anche le condizioni per continuare a parlare alla città.




























