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Scritto da: • Forum Patrimonio

Un’Arena da lasciare in pace (almeno un po’)

Un’Arena da lasciare in pace (almeno un po’)

Arena di Verona, il palco d'onore (©Giovanni Peretti)

Presepi, Olimpiadi, stelle comete, cene stellate e un museo che non arriva mai. Riceviamo e pubblichiamo una riflessione sull’Anfiteatro romano di Verona, emblema di monumento contemporaneo tra tutela, uso e sfruttamento, inclusione ed esclusione

 

VERONA. A Verona l’Arena ha un difetto: è troppo famosa per essere lasciata in pace. Da duemila anni sopporta terremoti, spoliazioni, botteghe, abitazioni, restauri più o meno filologici, opere liriche, concerti rock, gru, scenografie, cavi, tubazioni, cucine, cene stellate e, naturalmente, qualche inevitabile buona intenzione.

Quando poi, per uno strano incidente della storia, rimane per qualche settimana semplicemente un anfiteatro romano, ai veronesi prende immediatamente l’ansia da spazio vuoto. Bisogna metterci qualcosa. L’ultima notizia è in realtà un ritorno: negli arcovoli dovrebbe rientrare purtroppo la Rassegna internazionale dei presepi. Sul sito le date sono già fissate, nonostante l’assenza ufficiale del via libera degli uffici: da metà novembre 2026 a metà gennaio 2027. La biglietteria è pronta, insieme alle informazioni su alberghi e ristorazione convenzionata. Il sito non nasconde del resto la natura dell’operazione: “L’indotto economico è enorme“.

Nulla di male commercialmente ma basterebbe forse smettere di raccontarcela come una questione prevalentemente devozionale. La mostra è organizzata dalla Fondazione Verona per l’Arena, distinta dalla Fondazione Arena di Verona, l’ex Ente Lirico, e indica tra i collaboratori Comune, Diocesi e persino un ufficio della Conferenza Episcopale Italiana; la somiglianza dei nomi è notevole e l’equivoco comprensibile è forse voluto.

Si profila dunque una confortante concordia tra potere temporale e spirituale: riportare Betlemme negli arcovoli di un anfiteatro romano e trasformarla in un prodotto d’ingresso, con tariffa, riduzioni e pacchetti turistici. La stoccata va soprattutto alla Curia veronese e al nuovo vescovo: sostenere una manifestazione commerciale che mette a pagamento, quasi in forma irriverente, un elemento devozionale significa a mio parere confondere il presepe con la sua confezione turistica. E viene da chiedersi se, a 800 anni dalla morte di Francesco d’Assisi, non sembrino trascorsi altri 800 anni anche da quella di Papa Francesco.

Il problema è semplice: tra Betlemme e l’Arena non risulta alcun rapporto storico, religioso, archeologico o culturale. Ce n’è invece uno turistico e soprattutto economico. La cosa è tanto più curiosa se si ricorda ciò che il presepe rappresenta. A Greccio, nel 1223, Francesco d’Assisi non cercò una location prestigiosa. Non mise a reddito un monumento, non costruì un evento immersivo, non predispose pacchetti con ristorazione convenzionata. Scelse una mangiatoia.

Papa Francesco, nella “Admirabile signum”, ricordava che a Greccio “non c’erano statuine: il presepe fu realizzato e vissuto da quanti erano presenti“. Il punto era precisamente abolire la distanza, rendere comprensibile a tutti – colti e analfabeti, ricchi e poveri – il mistero dell’Incarnazione. Non la magnificenza, ma la povertà. Non l’esclusività, ma la partecipazione. Non un monumento celebre, ma una greppia.

Che 800 anni dopo tutto ciò abbia bisogno dell’Arena per funzionare – commercialmente – possiede una sua involontaria ironia teologica. E che la Curia contribuisca a legittimare questa trasformazione suggerisce a noi cattolici una domanda meno ironica: che cosa resta dell’insegnamento dei due Franceschi, quello di Assisi e quello di Roma “venuto dalla fine del mondo”? Ma lasciamo per un momento i due giganti della fede e torniamo alle pietre.

 

Il curioso destino degli arcovoli

La storia moderna dell’Arena è, in larga misura, il tentativo di liberarla. Nell’Ottocento architetti, studiosi e amministratori si impegnarono a rimuovere dagli arcovoli botteghe, magazzini e funzioni incongrue. Quella battaglia condizionò persino la trasformazione urbana della Bra: ciò che non aveva più ragione di stare nell’anfiteatro doveva trovare altrove una sede.

Era la scoperta, apparentemente non definitiva, che non tutto ciò che entra fisicamente in un monumento ha per questo diritto di starci. Contro l’uso improprio dell’Arena e della piazza si erano levati, in epoche diverse, gli strali di intellettuali, studiosi e poi soprintendenti: da Maffei, che chiamava “veri Vandali e veri Goti” coloro che bucavano e deformavano le murature, a Giuliari, Kotzebue e Heine; da Pompei e Maritati fino a Cipolla, Da Lisca, Gentile e Gazzola; fino a figure più recenti come Franzoni, Bonomi, Alberti, Cofani, Grimoldi, Tinè, Magani e Rosignoli.

Cambiano i linguaggi, le amministrazioni, le esigenze dello spettacolo e del turismo; resta la stessa preoccupazione: l’Arena non è una superficie disponibile da riempire, ma un monumento al quale ogni uso dovrebbe sapersi subordinare. Nel nostro libro “L’Arena di Verona. Rinascita di un monumento” abbiamo ricostruito questa lunga dialettica tra usi e abusi: il rischio che il monumento finisca percepito come un gigantesco contenitore, disponibile a ricevere ciò che risulti economicamente o organizzativamente conveniente.

La Rassegna dei presepi è nata nel 1984 e va riconosciuta, senza attribuirle patenti di sincera devozione, come l’iniziativa di un intraprendente imprenditore del commercio cittadino, recentemente scomparso, capace di intuire il valore economico dell’operazione. Ma una felice intuizione commerciale non diventa necessariamente, 40 anni dopo, una categoria della tutela o della fede. Soprattutto perché la mostra ha già dimostrato di poter esistere altrove: Gran Guardia, Palazzo del Capitanio. Per anni i presepi sono usciti dall’Arena per i restauri e poi per le esigenze olimpiche. La Rassegna non è morta. Il presepe è sopravvissuto. Potrebbe continuare a farlo.

Diverse tradizioni

Per gran parte dell’anno l’Arena è inevitabilmente occupata dalla poderosa macchina del Festival lirico e degli spettacoli: palcoscenici, impianti, strutture, depositi, scenografie. È una funzione storicizzata e nessuno propone di cancellarla tout court. Semmai sarebbe auspicabile che gli spettacoli fossero concepiti per l’Arena e non nonostante l’Arena, adattandosi alla specificità dell’edificio anziché chiedendo all’edificio di adattarsi allo spettacolo.

Ma l’inverno dovrebbe essere il momento nel quale l’anfiteatro torna finalmente leggibile. Gli arcovoli potrebbero tornare a essere arcovoli. Le volte, volte. Gli ambulacri, ambulacri. Sembra una pretesa estremista, ma consentire a chi paga un biglietto per visitare uno dei più importanti monumenti romani del mondo di vedere e capire il monumento non dovrebbe esserlo. Tanto più dopo gli ingenti investimenti per restaurarne gli ambienti interni.

L’articolo 9 della Costituzione continua, ostinatamente, a collocare la tutela del patrimonio storico e artistico fra i principi fondamentali della Repubblica. Non risulta ancora emendato con la formula “compatibilmente con gli eventi commerciali”.

C’è poi qualcosa che dentro e attorno all’Arena, curiosamente, non riusciamo mai a mettere. Il museo dell’Arena. L’idea di un “Museo Anfiteatrale” risale ai primi decenni dell’Ottocento. Due secoli dopo non possediamo ancora un vero percorso capace di spiegare al visitatore che cosa stia guardando. Nulla vieterebbe un percorso museale contemporaneo, con reperti, modelli, documenti e apparati digitali, anche in spazi limitrofi.

Il nostro libro, con 480 pagine e un ricchissimo apparato iconografico, ha dimostrato almeno che il materiale non mancherebbe. Il volume è stato consegnato a tutti i consiglieri e assessori comunali grazie all’ostinato impegno di un consigliere illuminato. Che ne abbiano fatto un uso diverso dalla lettura – fermacarte, rialzo per monitor o oggetto contundente da riunione – è naturalmente una malignità. Anche se un chilo e mezzo di vecchie storie può risultare pesante.

Più difficile da liquidare con una battuta è che, in 5 anni, neppure il quotidiano locale – che dal monumento prende il nome – abbia trovato spazio per una recensione: positiva o negativa, non importa. Viene da chiedersi se quel testo sia incompatibile con l’iniziativa 67 Colonne, che raccoglie fondi di benemeriti sponsor non per la conservazione e il restauro del monumento, ma a favore del suo uso e sfruttamento commerciale. Ma mentre del Museo dell’Anfiteatro si sono perse ancora una volta le tracce, della mostra a pagamento dei presepi, sfortunatamente, no.

 

Giornate di riposo e stelle cadute

Il rapporto di Verona con il proprio anfiteatro sembra ormai regolato da una particolare forma di horror vacui. Appena terminata una funzione ne comincia un’altra. Per Milano Cortina 2026 l’Arena è stata chiusa ai visitatori dal 7 gennaio al 20 marzo, oltre due mesi, per gli allestimenti delle cerimonie olimpiche e paralimpiche.

Il comunicato del Comune utilizzava una formula di rara chiarezza amministrativa: il monumento veniva concesso a “uso esclusivo del Comitato organizzatore”. Chiamarlo sequestro sarebbe naturalmente improprio giuridicamente. Per il cittadino o il visitatore che avrebbe voluto entrare nell’Arena per oltre due mesi, la sfumatura lessicale potrebbe tuttavia apparire sottile. Anche piazza Bra ha sperimentato chiusure, zone di sicurezza e limitazioni agli accessi. Tutto legittimo, tutto straordinario, tutto mondiale. Ma resta una domanda banale: quante giornate all’anno spettano all’Arena? Non alla lirica, ai concerti, alle Olimpiadi, ai presepi, alla ristorazione. All’Arena.

C’è poi la stella. Quella gigantesca archiscultura natalizia che dal 1984 si protendeva dall’anfiteatro verso la Bra e che chi scrive ha sempre trovato – lo confesso – interessante, se collocata nel momento storico in cui fu progettata. La stella fu pensata da Rinaldo Olivieri come installazione temporanea: un intervento effimero, spettacolare, destinato a misurarsi con l’Arena senza pretendere di diventare monumento a sua volta.

Il problema è arrivato dopo, quando un gesto temporaneo è diventato tradizione obbligatoria, immagine trita e ripetitiva, appuntamento che sembra dover tornare solo perché è già tornato. La temporaneità apparteneva al senso stesso dell’installazione. La sua cristallizzazione in icona natalizia permanente ne ha rovesciato la natura. Alberto Grimoldi, con la tagliente ironia che gli è propria, nella prefazione al volume parla della “sordida stella nazional-popolare” e degli usi invernali come “totale estemporaneità degli usi e degli attributi invernali“.

Una definizione che, a distanza di qualche anno e di una Stella caduta, appare quasi profetica. Nel gennaio 2023, infatti, una parte della struttura precipitò lungo i gradoni durante lo smontaggio, danneggiandoli e finendo nella cavea. Per una volta la stella cometa divenne stella cadente e smise di essere una metafora natalizia.

La Procura della Repubblica dispose il sequestro dell’intero anfiteatro nell’ambito di un procedimento per danneggiamento colposo. La vicenda avrebbe forse potuto suggerire qualche riflessione sulla nostra necessità di appoggiare, appendere, montare e smontare cose dentro e sopra un monumento romano. Pare di no. La nostalgia per il manufatto degli anni Ottanta continua. Come quella per i presepi negli arcovoli. Nella tradizionalista Verona persino gli incidenti rischiano di diventare tradizioni.

Un ascensore per tutti. O forse no

Tra le opere finanziate in relazione alle Olimpiadi vi è il progetto per un ascensore nell’arcovolo LXV. L’obiettivo è sacrosanto: migliorare l’accessibilità del monumento alle persone con disabilità. Gli scavi archeologici sono stati avviati e il progetto, non ancora realizzato, prevede uno sbarco sulla terrazza dell’Ala, dalla quale un percorso attrezzato dovrebbe raggiungere almeno il livello medio della cavea.

Benissimo. Solo che il percorso dalla terrazza alla cavea sarà tortuoso, complicato da servoscala e costretto nei pochi spazi compatibili con la struttura storica, fino a sfociare in una sorta di pedana-baldacchino sui gradoni. L’impossibilità di muoversi intorno all’ellisse rischia così di confinare le persone con disabilità in un punto, trasformandole involontariamente in un trofeo dell’accessibilità: lì perché tutti possano vedere che il monumento è finalmente inclusivo.

L’accessibilità consiste invece nel consentire di abitare lo spazio, scegliere dove stare, muoversi, non essere esibiti. Ma la terrazza dell’Ala possiede già una curiosa seconda vita. Fondazione Arena la commercializza come Star Roof (tornano le stelle…): una terrazza esclusiva dove, nelle serate d’opera, 24 ospiti speciali cenano con uno chef stellato prima dei posti riservati sul Podio Reale.

Il cortocircuito è sublime. Si spendono risorse pubbliche per rendere accessibile a tutti un settore straordinario del monumento e quello stesso settore, d’estate, viene raccontato come luogo esclusivo, riservato a 24 ricchi commensali. Da una parte design for all. Dall’altra Star Roof for 24. Basterebbe decidere quale delle due formule rappresenti meglio l’idea di patrimonio pubblico che Verona vuole lasciare in eredità.

 

Facciamo silenzio, per favore

Non propongo di chiudere l’Arena. Non propongo di abolire la lirica, né i concerti, né tantomeno i presepi in quanto tali. E non credo che la tutela consista nel trasformare i monumenti in reliquie intoccabili. La storia dell’Arena dimostra il contrario: il suo valore deriva anche dai 20 secoli di usi, trasformazioni e stratificazioni che l’hanno condotta fino a noi come uno degli anfiteatri meglio conservati al mondo, anche perché dal XV secolo l’Arena viene riconosciuta monumento cittadino e sottoposta a tutela pubblica dai veronesi.

Ed è proprio la storia a insegnare che esiste una differenza fondamentale fra uso e consumo. Fra abitare un monumento e sfruttarne la notorietà. Fra valorizzarlo e utilizzarlo come location. L’articolo 9 della Costituzione, Francesco a Greccio e i conservatori, gli studiosi e i soprintendenti che nel tempo hanno denunciato gli usi impropri dell’Arena e della Bra sembrano suggerire una medesima prudenza: ciò che abbiamo ricevuto non ci appartiene fino al punto di poterne disporre senza misura.

E invece l’Arena deve sempre ospitare qualcosa. D’estate il teatro. A Natale le mostre. Alle Olimpiadi il palcoscenico planetario. Sulla terrazza, il ristorante stellato. Domani, chissà… Ippodromo? Campo da tennis? Pattinaggio? Mentre il museo dell’anfiteatro può attendere altri 200 anni. Forse la vera innovazione, a questo punto, sarebbe scandalosamente semplice. Per qualche mese all’anno non metterci nulla se non essa stessa.

Aprire gli arcovoli. Accendere una buona luce. Rendere accessibili i percorsi. Spiegare ciò che si vede attraverso un vero percorso museale. E permettere finalmente a cittadini, studiosi e visitatori di incontrare quell’oggetto stranissimo che, sotto due millenni di eventi, allestimenti, marchi, sponsor, cene, stelle e buone intenzioni, continua ostinatamente a sopravvivere: l’Arena di Verona.

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Tag: , , , , , , Last modified: 1 Novembre 2026
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