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Arianna PanarellaScritto da: • Reviews

Gianni Berengo Gardin, l’architettura non in posa

Gianni Berengo Gardin, l’architettura non in posa

Mostra "Gianni Berengo Gardin. Mondi da abitare", Mart Rovereto, 2026 (©Jacopo Salvi, courtesy Mart)

Al Mart di Rovereto, 118 fotografie raccontano città, fabbriche, abitazioni e cantieri attraverso le persone. Un percorso che mette in luce la sensibilità architettonica di un maestro del reportage, scomparso nel 2025, capace di intrecciare il talento con un forte impegno civile

 

ROVERETO. Parigi, 1989. Un bambino si arrampica su un elemento inclinato di una grande struttura, mentre poco più in basso un adulto sembra godersi un momento di tranquillità. La geometria austera dell’edificio si trasforma, per un attimo, in un gioco. Questa semplice scena rivela il modo con cui Gianni Berengo Gardin percepiva l’architettura: non come un oggetto da esporre, ma come uno spazio da interpretare, anche con esiti inaspettati.

Questa immagine introduce “Gianni Berengo Gardin. Mondi da abitare”, la mostra che il Mart dedica al fotografo a poco più di un anno dalla sua scomparsa, nell’agosto 2025. Curata da Micol Forti, Gabriele Lorenzoni e Alessandra Mauro, in collaborazione con Contrasto, raccoglie 118 fotografie dall’archivio di famiglia, che spaziano dagli anni Cinquanta fino al 2013. Non si tratta di una retrospettiva cronologica, ma di una lettura inedita della sua abilità nel comporre lo spazio, spesso messa in ombra dalla sua fama di narratore dell’Italia del Novecento.

Milano e Venezia i soggetti privilegiati

Le 9 sezioni, che vanno dalla veneziana Piazza San Marco fino a “Fuori scala”, dedicata alle enormi navi da crociera, accostano opere nate in contesti e periodi diversi. Soglie, cantieri, muri, spazi collettivi, interni domestici e superfici riflesse si intrecciano in un unico racconto sull’abitare. Questa scelta si rivela efficace quando immagini distante si illuminano a vicenda, come quelle degli stabilimenti Olivetti e degli istituti psichiatrici.

All’interno del percorso ci sono fotografie ma anche il documentario di Daniele Cini “Il ragazzo con la Leica” e un video inedito nel quale Renzo Piano ricorda l’amico. Nato nel 1930 a Santa Margherita Ligure, Berengo Gardin cresce a Venezia, dove si dedica all’attività familiare e si unisce al circolo fotografico La Gondola, collaborando con figure come Paolo Monti. Dal 1954 inizia a collaborare con il settimanale “Il Mondo” di Mario Pannunzio; nel 1965 pubblica “Venise des saisons”, mentre Milano diventa la sua nuova dimora e la fotografia la sua professione. Venezia resta però la sua vera scuola, dove affina lo sguardo artistico.

In Piazza San Marco, il ritmo delle Procuratie può trasformarsi in un palcoscenico quasi deserto oppure diventare la misura di figure minuscole tra la neve e l’acqua alta. Non è la tipica città da cartolina: basta un passante o un vuoto improvviso per mutare l’atmosfera della piazza. Altrove, portici e archi indirizzano lo sguardo verso ciò che accade in fondo alla prospettiva. Il suo interesse per l’architettura cresce anche grazie alle sue esperienze professionali. Collabora con Bruno Zevi per un volume su Biagio Rossetti e cattura gli interventi di Carlo Scarpa, dalla Biennale di Venezia alla Tomba Brion. Il legame più importante è quello con Renzo Piano, conosciuto alla fine degli anni Settanta. Da questa amicizia decennale emerge un legame che supera la mera committenza: un edificio non si limita alla sua forma conclusiva. Possiede una fase precedente, composta da prove, mani, strumenti e impegno; e una fase successiva, quando chi lo usa se ne appropria.

Prima dell’inaugurazione

Piano desidera che i suoi progetti prendano vita nei cantieri, dal Lingotto al porto di Genova, dall’aeroporto del Kansai a Osaka fino al Parco della Musica di Roma e a Potsdamer Platz. Nella sua testimonianza al Mart, ricorda un Berengo Gardin capace di attendere pazientemente prima di scattare: mancava ancora qualcuno, forse l’operaio che avrebbe attraversato la scena. Non una semplice comparsa per dare profondità all’immagine, ma un elemento fondamentale della storia da preservare.

All’aeroporto del Kansai, nel 1993, la struttura metallica del tetto appare come un intreccio di linee animato dagli operai. Nei cantieri del Maxxi a Roma, nel 2007, le superfici curve e le pareti di cemento restano spoglie, in attesa che gli allestimenti e il pubblico le trasformino. Lo spazio musicale ideato da Piano per il Prometeo di Luigi Nono (Venezia, 1984) mostra un’architettura temporanea, legata all’esperienza che ospita. Il fotografo riesce a fissare ciò che l’immagine tradizionale dell’opera compiuta tende a escludere: il tempo necessario per costruirla.

E sa anche raccontare il movimento inverso. Le fotografie del 2005 che documentano la demolizione delle acciaierie Falck a Sesto San Giovanni fissano la dissoluzione di un paesaggio industriale; quelle del Monte Amiata al Gallaratese, di Carlo Aymonino e Aldo Rossi, esplorano percorsi e spazi intermedi di un’architettura residenziale complessa. Il reportage diventa così una lettura del progetto, piuttosto che un semplice repertorio di edifici celebri.

 

Il progetto, la città e le contraddizioni

L’esperienza in Olivetti rappresenta una delle chiavi più significative. A Ivrea, Scarmagno e Pozzuoli, Berengo Gardin non si ferma alla facciata degli stabilimenti o al design dei prodotti: entra nelle linee di produzione, nelle pause e nelle persone che danno vita a quegli spazi. Un incarico industriale diventa così un’occasione per narrare una visione del lavoro e della società. Anche la Talponia di Ivrea, con il suo particolare legame tra residenza e paesaggio, amplia il discorso dall’impresa all’abitare.

Lo stesso interesse lo spinge a esplorare le periferie di Milano, la Stazione Centrale durante le migrazioni interne, le piazze dei piccoli centri e le case degli italiani. In collaborazione con Luciano D’Alessandro, nel 1977 realizza “Dentro le case”, un’indagine che si basa anche sui dati Istat: mobili, stanze e oggetti raccontano le differenze sociali senza bisogno di parole. Un archivio prezioso proprio perché non cerca di abbellire nulla.

Tuttavia, esiste anche un’altra architettura, quella che separa. Nelle fotografie degli istituti psichiatrici del 1968, realizzate nell’ambito della ricerca condotta con Carla Cerati e legata all’esperienza di Franco Basaglia. I muri scrostati e i recinti testimoniano condizioni di isolamento. Il confronto espositivo con gli spazi Olivetti è eloquente: da una parte luoghi progettati anche per il benessere delle persone, dall’altra strutture in cui la costruzione fisica del confine coincide con l’esclusione. La composizione non addolcisce la denuncia: la rende più incisiva.

Nella sezione finale, la mostra ritorna alla laguna: nel 2013, gli enormi scafi delle navi da crociera sovrastano palazzi e imbarcazioni, alterando ogni proporzione. La Piazza San Marco delle prime immagini, dove bastavano poche persone a dare scala allo spazio, trova così un controcampo inquietante. Berengo Gardin non fotografa soltanto ciò che le città sono state: lascia una traccia di quello che hanno rischiato, e rischiano, di diventare.

A completare il percorso il catalogo pubblicato da Contrasto, che si distingue per l’ottima qualità delle riproduzioni fotografiche. Questa mostra si inserisce in un anno speciale, il 2026, che segna i 200 anni dalla nascita della fotografia, con un programma ricco di eventi in Francia, in particolare a Parigi. Anche in Italia, alcune mostre ci invitano a riflettere sul legame tra immagine, architettura e memoria dei luoghi: come nel caso di Guido Guidi, con “101 fotografie” allo Iuav di Venezia, e “Proximity” di Radenko Milak alla Fondazione D’ARC di Roma, dove fotografie e panorami urbani si trasformano in materia per una ricerca pittorica in bianco e nero. Linguaggi diversi che dimostrano quanto il nostro sguardo sulla città continui a offrire nuove e affascinanti possibilità di interpretazione.

“Gianni Berengo Gardin. Mondi da abitare”

A cura di Micol Forti, Gabriele Lorenzoni, Alessandra Mauro in collaborazione con Contrasto
24 ottobre 2026 ― 14 febbraio 2027
Mart – Museo di arte moderna e contemporanea
Rovereto

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Tag: , , , , Last modified: 28 Ottobre 2026
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