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Arianna PanarellaScritto da: • Città e Territorio Professione e Formazione Reviews

Handle with care: un dizionario della cura

Handle with care: un dizionario della cura

Biennale svizzera del territorio, 6° edizione, 2026, uno degli incontri a Bellinzona (© Cardinali Studio, courtesy biennale svizzera del territorio)

Bilancio con parole e concetti maggiormente sollecitati nella sesta biennale svizzera del territorio. Dalla A di Adaptive alla Z di Zebra buildings, un possibile dizionario

 

LUGANO (Canton Ticino, Svizzera). “Quello che si costruisce rimane”. Filippo Lombardi, capo Dicastero dello Sviluppo territoriale della Città di Lugano, lo dice quasi incidentalmente nei saluti che aprono, al Consolato Generale d’Italia, la giornata conclusiva della sesta biennale svizzera del territorio.

Quello che costruiamo rimane, nel bene e nel male. Lombardi parla degli errori prodotti dall’espansione dei decenni passati, della difficoltà di cambiare paradigma, della densificazione che deve contrastare il consumo di suolo, di edifici pensati per difendersi dal freddo che oggi devono confrontarsi con estati sempre più calde. Racconta anche il confronto, non sempre facile, con i progettisti, le seconde e le terze versioni attraverso cui un progetto può essere corretto e migliorato. La cura comincia forse proprio da qui: dal riconoscere che ciò che facciamo produce conseguenze, che le condizioni cambiano e che anche il progetto deve sapersi rimettere in discussione.

Le tre giornate di incontri  della biennale hanno fatto emergere diverse parole. Alcune ritornano, altre si contraddicono, altre ancora sembrano assumere un significato diverso a seconda del luogo nel quale vengono pronunciate. Più che una conclusione della manifestazione, proponiamo un possibile dizionario. Dalla A alla Z.

 

A come Adaptive. A come Agorà

Adaptive è una delle parole che meglio sintetizzano l’introduzione di Anna Puigjaner nella sessione “Care from the Front”. Cofondatrice dello studio MAIO di Barcellona e docente di Architecture and Care all’ETH di Zurigo, Puigjaner porta la cura dentro lo spazio domestico. Nei suoi progetti la flessibilità non coincide necessariamente con pareti mobili e dispositivi tecnologici. In 110 Rooms, per esempio, le stanze hanno dimensioni e qualità simili e possono assumere nel tempo funzioni differenti; la cucina perde la posizione separata e subordinata che le è tradizionalmente assegnata e diventa uno dei possibili centri della casa. Adattare, dunque, non come aggiustamento successivo, ma come condizione originaria del progetto. E poi Agorà, luogo fisico ma anche figura della discussione: l’Agorà Lio Galfetti dell’Accademia di architettura di Mendrisio ha accolto l’apertura della biennale, con il direttore Riccardo Blumer in prima fila. Citato più volte, Galfetti è simbolo di dialogo e confronto continuo. Proprio l’approccio che l’evento organizzato dall’Istituto Internazionale di Architettura ha voluto valorizzare.

 

B come Belonging

Ovvero appartenenza, parola che emerge con forza soprattutto nel racconto di Xu Tiantian. Nei territori rurali cinesi in cui lavora da anni con il suo studio DnA_Design and Architecture, intervenire significa spesso restituire alle comunità la possibilità di trovare valore in ciò che possiedono. Un’attività produttiva, un rito, una tecnica, un piccolo edificio, un materiale possono apparire marginali a chi arriva da fuori ed essere invece l’elemento che tiene insieme un luogo, e la sua narrazione. Il patrimonio, prima di diventare qualcosa da proteggere, deve essere riconosciuto da chi lo vive. E l’identità non viene trattata come un’immagine da conservare intatta e intangibile, ma come qualcosa può cambiare incessantemente senza perdere il proprio legame con un territorio.

 

C come Care. Ma anche come Comunità e come Cultura

È naturalmente la parola più pronunciata e, proprio per questo, quella da maneggiare con maggiore cautela (come il titolo della biennale insegna). Puigjaner apre “Care from the Front” ponendo implicitamente un dubbio: se “Care”, “Cura” diventa un termine capace di comprendere tutto, il rischio è che finisca per non significare più nulla. Una specie di care-washing, dopo anni di green-washing e di sostenibilità usata come formula rassicurante. Avere cura può significare permettere a una casa di cambiare insieme a chi la abita, sostenere un’economia rurale, recuperare una tecnica costruttiva, lasciare spazio a una coltivazione, coinvolgere una comunità, proteggere un ecosistema. In alcuni casi significa costruire, in altri trasformare ciò che esiste. Comunità entra inevitabilmente in questa visione, ma non come destinataria passiva del progetto. Soprattutto nei lavori raccontati da Xu Tiantian e Pascual Gangotena, la comunità diventa uno degli attori che contribuiscono a stabilire cosa fare, e se sia necessario farlo per davvero. E infine Cultura: perché la cura del territorio è anche costruzione di una cultura del progetto capace di uscire dai confini della disciplina. Una biennale diffusa tra città, passeggiate, incontri, parchi e spazi pubblici lavora inevitabilmente anche su questo terreno.

 

D come Disastro

Disastro è parola utilizzata da Giacomo Guidotti a proposito delle dinamiche insediative del fondovalle ticinese, quella città (Città Ticino la chiamano) cresciuta per addizioni successive, senza una visione capace di governarne complessivamente le trasformazioni. Serve anche questa parola in un dizionario dedicato al territorio, perché prendersi cura non significa produrre soltanto racconti virtuosi. Significa riconoscere gli errori e le loro conseguenze: ciò che si costruisce, appunto, rimane. Se si costruisce male a maggior ragione.

 

E come Esistente

Non l’esistente come limite da aggirare prima di poter finalmente progettare, ma come insieme di risorse, conflitti, memorie, materiali e relazioni dalle quali cominciare. L’alternativa proposta dalla Biennale alla sequenza demolire-costruire non coincide semplicemente con la conservazione. L’esistente può essere riparato, modificato, densificato, reinterpretato e persino contraddetto. Ma prima deve essere guardato.

 

F come Front. F come Futuro

Dove si trova oggi il fronte della cura? Il titolo “Care from the Front” sembra inizialmente portare verso territori marginali: la Cina rurale di Xu Tiantian, le comunità dell’Ecuador raccontate da Pascual Gangotena. Ma, ascoltando gli interventi, il fronte progressivamente si sposta. Può essere una casa incapace di accompagnare l’invecchiamento di chi la abita. Un villaggio che perde popolazione. Un sapere costruttivo destinato a scomparire. Un’attività economica che non riesce più a sostenere una comunità. Un ecosistema sottoposto alla pressione turistica. Il margine non è necessariamente geografico. E anche il Futuro perde qualcosa della retorica del nuovo. Nei progetti presentati arriva spesso per piccoli spostamenti: un’aggiunta, una riparazione, una produzione rimessa in moto, una funzione diversa attribuita a ciò che già esiste. Forse il futuro della cura consiste innanzitutto nel non considerare il passato materiale come qualcosa da cancellare o riattualizzare.

 

G come Geografie

Barcellona, il Ticino, la Cina rurale, Quito, l’Amazzonia, Shanghai, Il Cairo, Colombo. La biennale costruisce una geografia volutamente dilatata e proprio la distanza impedisce di interpretare i progetti come un catalogo di soluzioni da importare. Ciò che funziona in un villaggio della contea di Songyang non può essere trasferito meccanicamente in Ecuador, così come le sperimentazioni sull’abitare nate a Barcellona acquistano un altro significato se portate altrove. Le esperienze possono viaggiare, le risposte (fortunatamente) resistono alla standardizzazione. E questo obbliga a riflettere sulle modalità di racconto della cultura architettonica di oggi, nel contesto globale.

 

H come Housing. H come Heritage

L’abitare apre la biennale a Mendrisio e il patrimonio ritorna nella mattina conclusiva di Lugano. Tra i due termini corre una relazione meno evidente di quanto sembri. Housing non è soltanto produzione di alloggi. È organizzazione dei rapporti tra privato e collettivo, tra autonomia e dipendenza, tra individuo e comunità. È anche il terreno sul quale l’architettura può produrre inclusione oppure stigma. Con la sessione “Heritage and Legacy”, moderata da Giulia Ricci, Yuanye Deng, Ahmed Mansour e Thilina Perera spostano invece lo sguardo su ciò che ereditiamo. Deng racconta piccoli templi, pratiche, rituali e tecniche che continuano ad avere importanza nella vita quotidiana pur senza appartenere necessariamente al patrimonio monumentalizzato. Mansour riporta la questione dentro la complessità del Cairo storico: non soltanto edifici, ma strade, attività, persone e stratificazioni. Con Perera e il Geoffrey Bawa Trust la domanda riguarda invece il lascito di un autore e il modo di mantenerlo vivo senza trasformarlo in reliquia. Tra casa e patrimonio, la questione in fondo è simile: cosa decidiamo che merita di durare?

 

I come Inclusione

Una parola che rischia, come “Care”, di diventare innocua e banale, per eccesso di utilizzo. Eppure parlare di cura significa inevitabilmente chiedersi chi resta fuori. Dagli alloggi ai luoghi pubblici, dall’età alla disabilità, dalle comunità territoriali a quelle familiari, l’architettura stabilisce continuamente possibilità e impedimenti, spesso attraverso decisioni che appaiono neutre. Una scala, una soglia, una tipologia abitativa o la distanza da un servizio non sono mai soltanto questioni tecniche.

 

L come Local ma anche L come Legacy

Nel lavoro di Xu Tiantian e di Al Borde, local non è sinonimo di vernacolare e soprattutto non è uno stile. È ciò che si trova sul posto: persone, materiali, saperi, economie, tecniche.
Pascual Gangotena racconta progetti in cui la scarsità di risorse non genera necessariamente privazione, ma costringe a capire che cosa sia davvero indispensabile. Nella Casa Jardín nell’area di Quito, per esempio, strutture costruite e alberi vivi convivono; per muoversi tra alcuni ambienti bisogna attraversare lo spazio esterno. La natura non è il paesaggio osservato dall’interno della casa ma qualcosa con cui l’abitare interagisce. Nelle esperienze sviluppate con comunità indigene, tecniche e materiali disponibili diventano decisivi. Il locale è conoscenza, non immagine. Legacy introduce invece una traiettoria opposta: non ciò che troviamo arrivando, ma ciò che lasciamo andando via.

 

M come Monte Carasso

Monte Carasso, con l’esperienza unica e straordinaria di Luigi Snozzi, torna spesso nei discorsi e nelle riflessioni. Esempio costruito, e visitabile, di un luogo dove cura e progettazione architettonica si sovrappongono in un unicum quasi indistinguibile. Storia e futuro si ibridano, Monte Carasso è sinonimo anche di incontri, di confronti, di sperimentazioni, di seminari: le idee sul territorio acquistano senso quando riescono a misurarsi nel tempo – lungo, dilatato, inatteso, sorprendente – con un luogo preciso.

 

N come Non costruire

Quando DnA viene invitato a immaginare un museo sull’isola di Meizhou, il progetto progressivamente dissolve l’idea di un unico edificio in un diffused life museum: interventi distribuiti nel territorio, attività produttive, ecosistemi, percorsi, coltivazioni marine e comunità entrano nello stesso sistema. La conclusione è semplice e tutt’altro che scontata: non sempre serve un altro oggetto. Alcuni luoghi richiedono di essere resi accessibili, altri riparati, altri ancora protetti proprio evitando di occuparli. Riconoscere che il progetto migliore può consistere anche nel sottrarsi è una delle forme – meno spettacolari e più difficili – della cura.

 

P come Passeggiata. P come Partecipazione

A Bellinzona il territorio viene prima percorso e poi discusso. La passeggiata da Giubiasco al Bagno Pubblico attraversa aree industriali, rinaturazioni, nuovi modi di abitare, spazi collettivi, infrastrutture e patrimonio. Camminare costringe a vedere insieme ciò che le categorie disciplinari tendono a separare. Partecipazione, invece, acquista senso soltanto quando può realmente modificare l’esito di un processo. Nei progetti raccontati la partecipazione non coincide con la consultazione successiva a decisioni già prese: Xu Tiantian parla di discussione e negoziazione con abitanti, amministrazioni, artigiani, produttori, pescatori ed esperti; Al Borde arriva in alcuni casi a coinvolgere direttamente le comunità nella costruzione. Partecipare significa anche accettare che l’architetto perda una parte del controllo.

 

R come Rete. Ma anche Ricucitura, Risorse, Riuso

Rete, innanzitutto: tra istituzioni, progettisti, discipline e comunità. Ludovica Molo ne fa uno dei presupposti della biennale, a partire dai luoghi toccati, dalle relazioni attivate. Non si può pensare di curare qualcosa se non si costruisce la geografia di chi se ne occupa. Poi Ricucitura, parola particolarmente efficace perché non promette di riportare un territorio a una condizione originaria. Ricucire significa riconnettere ciò che si è separato: produzione e territorio, casa e vita quotidiana, spazio costruito e natura, comunità e patrimonio. Risorsa diventa ciò che uno sguardo troppo veloce rischia di considerare scarto: un materiale povero, una tecnica quasi dimenticata, un fabbricato esistente, una coltivazione, una competenza locale. Da qui al Riuso il passaggio è breve. Prima ancora di riutilizzare qualcosa bisogna riconoscere che possiede un valore. Da curare ovviamente.

 

T come Tempo

Quello di una casa che deve cambiare insieme ai suoi abitanti. Quello necessario perché una comunità riconosca un progetto come proprio. Il tempo delle maree a Meizhou, delle produzioni agricole, della crescita degli alberi. E quello molto più lungo attraverso cui un edificio invecchia, viene modificato, mantenuto o abbandonato. Progettare la cura significa progettare anche ciò che succede dopo la fotografia dell’opera appena terminata.

 

V come Van Eyck, Aldo

Un nome evocato spesso nei dibattiti. Riaffiora nel confronto sull’abitare e sulla società quasi come un totem proveniente da una certa storia dell’architettura: il progetto non si esaurisce nella forma dell’oggetto, ma riguarda le relazioni che quello spazio rende possibili. Un modo per ricordare che molte delle domande che oggi definiamo nuove hanno genealogie più lunghe di quanto pensiamo.

 

Z come Zebra buildings

Definizione portata da Josep Maria Borrell, direttore generale di Impsol (The Metropolitan Institute of Land Development and Property Management di Barcellona). Parla di case, di identità dell’abitare, di housing sociale, di prezzi e di valori, in un momento in cui il governo spagnolo, proprio sui prezzi delle case, cade. C’è qualità architettonica nella rendita, e nell’identità. Curarsene significa vedere le differenze.

 

Questo articolo è redatto e pubblicato nell’ambito di una collaborazione tra ilgiornaledellarchitettura.com e l’Istituto internazionale di Architettura di Lugano. L’obiettivo è la diffusione e la comunicazione delle attività culturali legate alla 6° edizione biennale svizzera del territorio, Handle with care. Gli altri articoli pubblicati:

Canton Ticino: prendersi cura del territorio. Insieme | 9 settembre 2026

Ludovica Molo: autonomia del progetto e cura dei luoghi | 16 settembre 2026

Passeggiando nel paesaggio | 23 settembre 2026

Catherine Gay Menzel: non oggetti ma relazioni e atmosfere | 28 settembre 2026

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Tag: , , , , , , , , , Last modified: 6 Ottobre 2026
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