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Scritto da: Città e Territorio Professione e Formazione

Ludovica Molo: autonomia del progetto e cura dei luoghi

Ludovica Molo: autonomia del progetto e cura dei luoghi
A pochi giorni dall’apertura della sesta biennale svizzera del territorio, dialogo con l’architetta e promotrice culturale, già presidente della Federazione Architette e Architetti Svizzeri (BSA-FAS)

 

Serve ampliare il campo, coinvolgere le generazioni più giovani, far sentire cittadine e cittadini protagonisti e responsabili della qualità del territorio che vivono. Però senza dimenticare la nostra specificità disciplinare: il progetto è il cuore della trasformazione fisico-spaziale. E l’architettura la devono fare gli architetti, non altri”.

Nel suo ruolo di direttrice dell’Istituto internazionale di Architettura di Lugano sta curando gli ultimi dettagli organizzativi della 6° edizione della biennale svizzera del territorio (1-2-3 ottobre 2026, qui tutto il programma) che cura. Ma lo sguardo di Ludovica Molo sembra muoversi, agilmente, tra livelli e questioni. In linea con un’attività eterogenea: architetta praticante (fondatrice e partner dello studio we architettura di Lugano), curatrice (di Open House Ticino, tra le altre cose, oltre che di mostre ed esposizioni), rappresentante della categoria. Per 8 anni, dal 2016 al 2024 ha presieduto la Federazione Architette e Architetti Svizzeri (BSA-FAS). Lavora in tutta la Confederazione, ma l’orizzonte delle sue riflessioni è innanzitutto il Canton Ticino.

 

Iniziamo proprio dal luogo, e dalla sua identità. Una regione, quella ticinese, emblematica delle condizioni contemporanee a livello globale.

Lo è, assolutamente. E per questo è importante leggerlo e studiarlo. Come tutti i territori di frontiera si confronta con una doppia identità, è fattore di arricchimento e di forza, ma porta anche elementi di fragilità. Il Canton Ticino confina con due zone economicamente molto veloci e performanti, quella milanese a sud, l’altopiano svizzero e Zurigo a nord.

 

Una situazione privilegiata, e rischiosa allo stesso tempo.

Perché è una condizione fragile, nel senso che è soggetta a repentini cambiamenti. Che riguardano gli aspetti fisico-spaziali ma anche come quelli economici e della professione. Gli architetti che lavorano in Canton Ticino devono sapersi adattare, modificando continuamente il proprio modo di lavorare. Di questo parleremo in alcuni appuntamenti della biennale svizzera del territorio.

 

Il territorio stesso cambia rapidamente qui. Innanzitutto per i processi di infrastrutturazione, intensi in uno spazio “tra” a livello europeo.

Le infrastrutture occupano uno spazio limitato del territorio del Ticino, che è per gran parte montagnoso, e sono un elemento strutturante di qualità: dalla ferrovia del Gottardo all’autostrada A2, fino ad AlpTransit. Gli architetti ticinesi, da Tami a Galfetti a Ruchat, hanno portato un contributo rilevante. La grande sfida è come integrare le infrastrutture in un territorio molto complesso: il risultato in Ticino è esemplare.

 

Che impatto ha avuto l’edificazione estensiva che si è sviluppata, in maniera quasi selvaggia, a partire dagli anni Sessanta?

Si crede che in Ticino il paesaggio sia talmente forte da reggere qualunque intervento, e tutto sommato è così; va però trattato con maggiore cura, perché non può sopportare all’infinito: è potente e fragile insieme.

 

Negli ultimi decenni osserviamo anche un altro genere di trasformazioni, quelle indotte dai cambiamenti climatici.

Sappiamo che il Ticino è uno dei Cantoni svizzeri più esposti. Qui il cambiamento è più rapido, e genera situazioni estreme. La nostra disciplina deve tornare a confrontarsi con i concetti di precarietà e di pericolo.

 

Abbiamo citato le riflessioni di Aurelio Galfetti. Necessarie, come quelle di Mario Botta, quando si parla della cultura architettonica ticinese. Una generazione, la loro, che ha costruito edifici ma ha anche definito una cultura progettuale riconoscibile, una scuola. Si ritrova ancora oggi questa identità?

C’era una scuola, è vero. Ma sbagliamo se la consideriamo come unitaria a livello di linguaggio. Pur condividendo sostanzialmente gli stessi maestri, c’era forte diversità da progettista a progettista. Oggi anche il Ticino è caratterizzato da una globalizzazione dei riferimenti culturali e progettuali. E così gli approcci sono ancora più sfaccettati. Però c’è sicuramente un elemento comune, ed è proprio il territorio, estremo, che ospita le architetture. Il Ticino ha poco fondovalle e versanti vallivi molto scoscesi. Nel rapporto con l’orizzontale e con i terreni in pendenza di questo contesto, ritroviamo una scuola architettonica fatta di tanti bravissimi architetti locali. Magari meno conosciuti a livello internazionale ma ugualmente in grado di conferire un’identità precisa all’architettura ticinese.

 

La biennale svizzera che stai curando toccherà proprio questi temi. Proponendo la centralità di una forma di governance del territorio meno verticistica e gerarchica. Scommettendo su protagonismo e coinvolgimento delle comunità.

È nella natura del nostro Istituto costruire occasioni di scambio. Quasi un obbligo farlo considerando che in Ticino ci sono due università, la Supsi oltre all’Accademia. E altre realtà che contribuiscono alla cultura del progetto, come il Seminario di Monte Carasso. Da oltre 40 anni (l’Istituto è stato fondato nel 1983) abbiamo una missione precisa: comunicare il più possibile i temi dell’architettura, superando confini e allargando la platea degli interlocutori.

 

Con quale messaggio?

Che il territorio è espressione della società che lo abita. Tutti quindi siamo coinvolti nel suo disegno e nella sua costruzione. A differenza delle università, facciamo attività di sensibilizzazione anche nelle scuole medie superiori: alle ragazze e ai ragazzi diciamo che hanno il diritto-dovere di esprimersi sulle politiche sul territorio. E che è necessario prendere posizione.

 

Coerente a questa impostazione è il titolo che avete scelto per l’edizione 2026, “Handle with care”. Sembra valorizzare la dimensione della cura del territorio, di un’azione quotidiana di manutenzione, di protagonismo non solo delle comunità, ma del singolo individuo. Un approccio senza mediazioni. Non c’è il rischio che questa visione escluda, o perlomeno annacqui, la specificità disciplinare dell’architettura? Come dire: il territorio lo curano tutti, a che servono gli architetti?

È una questione che mi coinvolge molto soprattutto per l’esperienza, di 8 anni, come presidente della Federazione degli architetti a livello nazionale. All’inizio del mio mandato avevo posto proprio come obiettivo il progressivo allargamento del campo: tutti sono artefici e responsabili della condizione di un territorio, di una città, di un ambiente costruito. Dopo questi anni, ho parzialmente rivisto questa posizione. Senza progetto non si ha territorio, non c’è nulla che possa sostituirlo come strumento di azione. E per avere progetti di qualità servono progettisti competenti. Poi c’è il lavoro, che facciamo come Istituto, di rendere comprensibili e condivisi questi progetti a tutti. Un passaggio fondamentale perché significa mettere a terra queste idee di trasformazione, integrarle nel contesto reale.

 

Che è anche un contesto sociale e di ruoli.

Tutti contribuiscono al territorio, l’abbiamo detto. Perché questo modello funzioni serve autonomia delle discipline e fiducia reciproca. Ognuno deve fare il suo lavoro, rispettando quelli degli altri. Il ruolo del politico è importante, ma non è quello del progettista.

 

Questo chiama in causa il rapporto tra amministrazioni pubbliche e committenti privati su cui, in materia di trasformazione urbanistica, ci sono molte criticità. Sicuramente in Italia.

In Svizzera c’è un’amministrazione pubblica funzionante che gestisce i processi. Gli strumenti per regolamentare i rapporti tra pubblico e privato, volti a garantire la qualità dell’ambiente costruito, sono il concorso di architettura e le commissioni urbanistiche, oltre a strumenti pianificatori quali, ad esempio, il piano di quartiere. Sono sistemi basati su una certa stabilità e fiducia nelle diverse istanze e competenze.

 

Anche perché la stessa disciplina architettonica sta cambiando molto. La Call for action organizzata nell’ambito della biennale è un buon osservatorio in questo senso. Cosa notate?

Un modo diverso di lavorare degli studi più giovani, che possiamo definire più orizzontale. Architette e architetti si uniscono più facilmente, formano gruppi e collettivi. E non hanno paura della dimensione effimera, sperimentano con soluzioni temporanee e provvisorie. E spesso lo fanno in prima persona. Tra i tanti ospiti che animeranno la biennale quest’anno c’è lo studio Comte/Meuwly con sedi a Zurigo e Ginevra. Quando hanno partecipato all’edizione del 2022 mi avevano colpito per il loro impegno in primissima persona nel costruire fisicamente il padiglione che avevano progettato. Trovo interessante la disponibilità dei professionisti più giovani a mettersi in gioco a tutte le scale del progetto. Le occasioni effimere e performative (come possono essere quelle della Call for action) aiutano a riflettere sui temi dell’architettura in senso lato. Ecco, forse questo le generazioni precedenti non l’avrebbero colto. Invece oggi vedo un approccio, che trovo innovativo e interessante, a sperimentarsi, dal basso, senza gerarchie. Interventi minimi e temporanei aiutano a definire un proprio metodo di lavoro, che poi si applica anche a progetti più ampi. Ciò che conta è lo spirito, non la scala del progetto.

 

Questo articolo è redatto e pubblicato nell’ambito di una collaborazione tra ilgiornaledellarchitettura.com e l’Istituto internazionale di Architettura di Lugano. L’obiettivo è la diffusione e la comunicazione delle attività culturali legate alla 6° edizione biennale svizzera del territorio.

 

Immagine di copertina: Ludovica Molo

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Tag: , , , , , Last modified: 16 Settembre 2026