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Emanuele PiccardoScritto da: Città e Territorio Mosaico

Genova, 25 anni dopo: spazio non più pubblico

Genova, 25 anni dopo: spazio non più pubblico
Nel luglio 2001 il G8 più drammatico: la zona rossa, la democrazia interrotta, Piazza Alimonda, la morte di Carlo Giuliani. Memorie, appunti e immagini di un evento storico che ancora oggi condiziona il rapporto tra città e potere, tra controllo e sicurezza

 

GENOVA. Io al G8 ci sono stato, era il luglio 2001. Ero insieme al mio amico Marco, studente di giurisprudenza, molto più giovane di me, laureato nel 2000 in architettura. Giravamo in città con una piccola videocamera Sony, ancora con le cassette miniDV, a intervistare i genovesi, noi ragazzi di periferia che vivevamo nell’Alta Valle Scrivia, tra Genova e il confine con il Piemonte.

Una sensazione strana di attesa e ansia. In quei giorni sarebbe stata istituita la zona rossa, i cui limiti coincideva con un centro storico che veniva chiuso da pareti di griglie metalliche. Un improvvisato carcere urbano. infatti per entrare ed uscire serviva esibire un documento di identità. Ci siamo passati attraverso ancora quando le griglie erano aperte, comunque non era una bella sensazione. Noi non eravamo violenti né attaccabrighe, ma giovani che credevano in un mondo possibile e alternativo al mercato e al consumo.

Questa mia utopia si sarebbe poi manifestata nella fondazione di archphoto.it, insieme a Luca Mori, nel 2002: una rivista di architettura online alternativa al mainstream della cultura architettonica dominante. Era un periodo in cui c’era fiducia nel potere della rete come strumento democratico. Forse ci credo ancora oggi anche se da quella stagione di avanguardia mi sono sentito tradito. Lo spazio pubblico in cui ognuno autorappresentava il proprio io politico era stato messo in crisi dai summit del Gruppo degli 8 paesi più industrializzati. E Genova non fu immune.

Era strano vedere la città sotto assedio da parte di polizia ed esercito. Una città ostaggio dei potenti della terra. Quella giornata sembrava non finire mai. Era l’ultimo giorno in cui si poteva circolare liberamente senza essere schedato da uno stato di polizia governato dal centrodestra: Silvio Berlusconi era presidente del consiglio, Gianfranco Fini vicepresidente, Claudio Scajola ministro dell’Interno.

Il tema era la militarizzazione della città divisa per aree: rossa attorno alla sede del G8 – il Palazzo Ducale fino al porto antico – e gialla tutto attorno. Il potere si deve proteggere dai cittadini che manifestano per esprimere il dissenso alle politiche della globalizzazione, che a distanza di 25 anni abbiamo constatato aver provocato disastri, tra soprusi e disuguaglianze. Ma torniamo allo spazio pubblico: nato per manifestare la propria identità politica, luogo in cui le comunità si riconoscono fin dalla agorà ateniese, viene svuotato di significato, cambiando temporaneamente l’uso. Non è più lo spazio per discutere, giocare, riunirsi. Nel momento in cui le griglie si chiudono la democrazia viene sospesa, impedendo ai cittadini e alle cittadine di poter attraversare lo spazio liberamente.

Il consumo vince proiettando la società sempre più verso un egocentrismo privo di solidarietà. Genova è stata la prima occasione in cui comunità differenti per provenienza sociale e culturale manifestavano per un mondo migliore e più equo. Purtroppo, rimane una utopia non realizzata.

Ricordo ancora quel lunedì 16 luglio in Piazza della Lepre a discutere, davanti a un calice di rosso, con il sociologo Alessandro Dal Lago durante l’intervista che gli avevo fatto per un piccolo documento video sul G8, in cui lui insisteva sulla necessità di ribellarsi a questa concezione di società, che separava le classi sociali mettendo al centro il mercato e di cui, come avremmo visto negli anni a venire, anche l’architettura non ne era esente dalle influenze. Basta vedere il modello liberista della Milano post Expo.

Nei giorni successivi io ritornai da solo al Genoa Social Forum ma anche raggiungere l’area di Piazzale Kennedy, dove si svolgevano gli incontri con gli attivisti, era un’avventura. Il treno da Busalla veniva fermato a Bolzaneto e poi si saliva su un pullman che arrivava a Quarto, luogo simbolico dei Mille. Lì ci caricavano su un altro bus per Piazzale Kennedy. In quel piastrone di cemento di fronte a Piazza Rossetti, progettata da Luigi Carlo Daneri nel 1958, una serie di gazebo ospitavano gli incontri con, tra gli altri, il leader degli agricoltori francesi José Bové e Alfonso Pecoraro Scanio, esponente dei Verdi.

La mia intenzione era raggiungere il media center alla Scuola Diaz. In quello spazio di democrazia avevo ascoltato due figure di grande rilievo, Susan George, filosofa e attivista americana e il sociologo filippino Walden Bello. Attraverso di loro ci riconoscevamo nei valori di un mondo migliore. Ma era un miraggio sfocato. Nei giorni successivi seguivo dalla televisione l’evoluzione del G8 con l’intenzione di ritornare a Genova per la manifestazione conclusiva, ma poi non ci andai. Italia 1, l’emittente di Berlusconi, aveva deciso di raccontare il G8 attraverso tre ospiti: Alessandro Andrei (campione di atletica, in forza alla polizia), don Andrea Gallo (prete vicino agli ultimi), Gianni Tassio (custode della chitarra di Fabrizio De André che aveva un negozio in Via del Campo). Chi se lo sarebbe aspettato dalla tv del capo di governo? Eppure, fu molto interessante leggere i comportamenti di tre personaggi così diversi anche per l’opinione pubblica. Guardare le immagini del corteo del gruppo antagonista delle tute bianche nelle strade della città ottocentesca, disegnata per blocchi, occupata militarmente per contrastare una marea umana variegata (a cui aderivano diversi soggetti sociali) è stato uno shock.

Innanzitutto, il percorso non era minaccioso, ben lontano da Palazzo Ducale (ritornato in quei giorni luogo di potere come al tempo dei Dogi). Ancora una volta lo spazio pubblico aveva cambiato la sua funzione, si era trasformato in un campo di guerra. L’obiettivo era chiaro: sospendere la democrazia per ribadire chi era al comando. Ogni dissenso andava contrastato, non diversamente da quello che succede oggi nell’Est Europa.

Ma l’iconografia più potente del G8 rimane Piazza Alimonda con il corpo di Carlo Giuliani a terra che rappresenta in maniera inequivocabile il fallimento dello Stato. Un fotografo americano Joel Sternfeld con la sua macchina di grande formato (dai negativi della dimensione 20×25 centimetri) venne a Genova per raccontare il G8. Lo fece con poesia, nonostante tutto, ritraendo i giovani, la famiglia Giuliani e alcuni luoghi purtroppo iconici, come la Scuola Diaz e Palazzo Ducale.

Una polifonia di sguardi che ancora oggi ci fanno riflettere su quello che successe a Genova nel 2001. La morte di Carlo Giuliani ha chiuso ogni speranza per un futuro migliore. Ha rappresentato un momento in cui lo Stato non ha protetto i suoi cittadini, e nemmeno i suoi luoghi pubblici. Come nel caso di Stefano Cucchi o delle vittime del crollo del viadotto genovese progettato da Riccardo Morandi

 

Immagine di copertina: scatti da Genova 2001 (serie “Treading on Kings. Protesting the G8 in Genoa”: a sinistra Palazzo Ducale, 21 luglio, a destra Piazza Alimonda, dove fu ucciso Carlo Giuliani, foto del 25 luglio 2001, @Joel Sternfeld, dal sito web. Si ringrazia l’autore per la concessione delle immagini)

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Tag: , , , , , Last modified: 26 Luglio 2026