A Mantovarchitettura la lezione della progettista di Granada. Progetti, grandi e piccoli, in cui la luce si riflette sul cemento, materiale onesto
MANTOVA. In un’epoca in cui l’architettura oscilla spesso tra lo sfarzo mediatico e la crisi di risorse, la figura di Elisa Valero Ramos, ospite nel ciclo di conferenze di Mantovarchitettura 2026, emerge come un punto di riferimento geometrico, etico e rigoroso. Nata a Ciudad Real nel 1971 e formata all’Università di Valladolid, Valero ha radicato la sua attività a Granada, terra di luce e di contrasti. La sua traiettoria, premiata con prestigiosi riconoscimenti internazionali come lo Swiss Architectural Award nel 2018, non si basa sulla ricerca dell’effetto speciale, ma su quella che lei stessa definisce “un’architettura di resistenza”.
La sua motivazione profonda è chiara: rispondere alle sfide reali del nostro tempo attraverso la precisione, l’economia di mezzi e la dignità spaziale, lavorando spesso per committenti con budget estremamente limitati.
Questione di superfici e rifrazioni
È proprio questo approccio radicato nella realtà che ha guidato la sua recente conferenza “Architettura per un mondo che cambia” – presentata all’interno del palinsesto di Mantovarchitettura – dove ho avuto il privilegio di ascoltarla quest’anno come studente del corso di laurea magistrale. Al centro del suo intervento Valero ha posto una riflessione profonda sul materiale che più di ogni altro ha segnato la storia recente: il cemento. Senza dubbio, si tratta del materiale più utilizzato nell’industria edile, “e continuerà ad esserlo”, ha sottolineato con fermezza durante la conferenza.
Lungi dal considerarlo un elemento freddo o puramente industriale, l’architetta spagnola dimostra una forte sensibilità nei suoi confronti, trattandolo come una materia plastica capace di dialogare intensamente con la luce, che per lei resta il materiale costruttivo più economico. “Mia madre era una pittrice. Attraverso il suo sguardo intenso e la sua tavolozza ho scoperto il colore e la luce”, racconta lei stessa quando descrive la sua biografia.
Per Valero, la luce ha bisogno di una superficie pulita e onesta dove riflettersi e qualificare lo spazio, e il cemento a vista rappresenta la tela perfetta: non cerca di competere con la luce, la potenzia.

Chiese e porti
Il cemento faccia a vista le offre una soluzione ideale: la struttura diventa, contemporaneamente, la finitura finale dell’edificio. Questa filosofia si riflette chiaramente in una delle opere mostrate durante la conferenza: la Parrocchia dello Spirito Santo a Granada. Partendo da un sistema prefabbricato interamente assemblato in situ, la forma stessa delle pareti ne costituisce la struttura portante. Riducendo tutto all’essenziale per valorizzare l’esistente, un sapiente gioco di luce naturale trasforma lo spazio interno in un’opera vibrante di colori.
Il cemento non è solo struttura, ma anche oggetto di una sperimentazione pionieristica. Valero sta testando nuovi metodi di utilizzo di questo materiale, volti a ridurne l’impatto ambientale, ottimizzarne le prestazioni termiche e semplificarne i sistemi costruttivi. Un progetto emblematico di questa ricerca è il Prototipo prefabbricato in cemento per il padiglione portuale di Motril (Granada), realizzato in collaborazione con DJarquitectura.
L’obiettivo era progettare un padiglione che fungesse da prototipo replicabile, sia per altre esigenze logistiche del porto, sia per contesti marini simili. Qui, il design gioca magistralmente con la geometria delle pareti, sfruttandola per ridurre al minimo l’uso di materiale e ottenendo così un modello altamente sostenibile ed economico.
Lezione di dignità
Questa ricerca non è un esercizio accademico fine a se stesso: è lo strumento concreto con cui garantire la massima qualità spaziale, aprendo la strada a un’architettura più accessibile grazie al risparmio strutturale. Per Elisa Valero, il cemento diventa così il veicolo di un’architettura democratica, dove il risparmio non si traduce mai in rinuncia, ma in una rigorosa ed etica essenzialità.
Come studente, l’insegnamento più grande che ho ricevuto da Elisa Valero va oltre la tecnica: è la dimostrazione che i limiti economici o ambientali non devono essere subiti come una condanna, ma assunti come il motore stesso del progetto. La sua traiettoria ci insegna che il rigore e la ricerca costante sono risposte concrete per restituire dignità allo spazio collettivo, affrontando gli ostacoli del percorso non come freni, ma come stimoli intellettuali e costruttivi.
“Soñad, arquitectos, soñad” (“Sognate, architetti, sognate”) è stata la riflessione finale con cui ci ha salutato. Un invito potente che, alla luce della sua pratica rigorosa, non suona come un’utopia ingenua, ma come un imperativo per la nostra generazione di futuri professionisti: avere l’audacia di guardare oltre le difficoltà del presente per dare forma, con urgenza ed etica, a un’architettura per un mondo che cambia.
Questo articolo è redatto e pubblicato nell’ambito di una collaborazione tra ilgiornaledellarchitettura.com e il Polo territoriale di Mantova del Politecnico di Milano il cui obiettivo è lo sviluppo e la sperimentazione di forme di comunicazione nel campo dell’architettura e del progetto da parte di docenti, studentesse, studenti, neo-laureate/laureati e giovani ricercatrici e ricercatori.
Immagine di copertina: Parrocchia dello Spirito Santo a Granada, Elisa Valero (dal sito web dello studio © Elisa Valero Ramos)






















