Visit Sponsor

Emanuele PiccardoScritto da: Reviews

I colori del Beaubourg, racconto di una battaglia

I colori del Beaubourg, racconto di una battaglia
Stimolante mostra all’Atelier Brancusi di Parigi, fino al 17 agosto: Boris Hamzeian racconta il dibattito sulle scelte cromatiche del Centre Pompidou di Renzo Piano e Richard Rogers, negli anni del suo complesso restauro

 

PARIGI (Francia). Il Centre Pompidou, nato Beaubourg, non solo ha suscitato polemiche per aver osato atterrare sul sacro suolo del comparto medievale di Parigi e de-strutturare il linguaggio di un quartiere storicizzato, ma è stato oggetto anche di una lotta: la bataille des couleurs, che è il titolo della mostra in corso all’Atelier Brancusi, rinominato Maison Pompidou. Uno spazio che ospita mostre temporanee e la visione del progetto di restauro del centro culturale dello studio Moreau Kusunoki in collaborazione con Frida Escobedo e AIA Life Designers.

 

Edificio-macchina policromo

La bataille des couleurs è una ricerca a cura di Boris Hamzeian, giovane ricercatore italiano del Centre, impegnato nello studio e nella diffusione dei molteplici e complessi aspetti che hanno determinato la costruzione del museo disegnato da Renzo Piano, Richard Rogers e Gianfranco Franchini, inaugurato nel 1977.

In questa nuova ricerca, Hamzeian esplora un tema poco noto, il rapporto tra il colore e l’architettura, un fattore spesso sottovalutato. D’altronde nel panorama che dalla Tour Montparnasse al colle di Montmartre inquadra il parallelepipedo del Pompidou emergono proprio i suoi colori blu, rosso, bianco, grigio, giallo e verde. Anche in “Beaubourg”, film di Roberto Rossellini girato nei giorni dell’inaugurazione, sono evidenti i colori nel grigiore dei tetti parigini.

Ogni colore evidenzia una funzione specifica, come ricorda Hamzeian nel libro-catalogo, pubblicato per le edizioni del Centre: “Il bianco è associato allo scheletro strutturale, le cui linee plastiche sono rese emblematiche dalla trave a sbalzo detta gerberette. Il grigio è riservato all’insieme degli altri elementi della carpenteria metallica – la carpenteria terziaria – che vanno dalle scale di emergenza ai montanti dell’involucro. Il rosso mette in evidenza i dispositivi di circolazione meccanica, trasformando la folla in movimento nelle arterie e nelle viscere del Centro in un vero spettacolo popolare. Il blu identifica le condotte del sistema di climatizzazione, esaltando il sogno tecnocratico del controllo dell’ambiente e sull’ambiente, secondo una filosofia elaborata in un’epoca in cui l’aria condizionata rappresentava ancora il simbolo dell’emancipazione, della conquista e della libertà. Il giallo e il verde, infine, rimandano rispettivamente alle reti elettrica e idraulica, dispiegate tanto in facciata quanto nei solai, per trasformare le piattaforme del Centro in superfici flessibili ed evolutive”.

 

Tra immagine pop e arborizzazione

Una policromia studiata e non casuale che è vicina all’immagine pop, alla sensibilità dell’inglese Rogers, con un esito non dissimile dai progetti di utopia tecnologia degli Archigram. La mostra crea un palinsesto di materiali vari, dalle lettere ai modelli, in cui si evidenzia come Piano e Rogers fossero attenti ai colori anche in altri progetti. Nel caso di Renzo Piano, nel suo atelier laboratorio costruito sulle alture di Genova Pegli, tra il 1968 e il 1970, dove la struttura modulare prefabbricata in acciaio viene trattata cromaticamente associando il bianco e il rosso.

Per Rogers e la moglie Su si tratta, invece, di agire in tre progetti dove il colore è un fattore importante: la riqualificazione di un edificio per uffici trasformato nella sede della Design Research Unit e dello studio Richard+Su Rogers Architects, oltre a due prototipi abitativi. In questi casi studio si nota quanto il colore sia un elemento centrale nell’idea di architettura, mettendo in evidenza una funzione specifica, legata a una struttura portante o un tamponamento in facciata.

Il dibattito sulle scelte cromatiche vede diversi protagonisti. Da un lato la presidenza Pompidou immagina che l’edificio possa essere “arborizzato” dalle idee del pittore austriaco Friedensreich Hundertwasser e lo stesso Georges Pompidou giunge a ritenere che, qualunque fosse il progetto scelto dalla giuria – scrive Hamzeian – il suo “monumento” avrebbe dovuto essere ricoperto di vegetazione.

La storia è andata, fortunatamente, in altro modo: dopo Hundertwasser si passa all’artista optical Francois Morellet e all’inventore dell’Art Brut Jean Dubuffet. Ma ancora non si è trovato il colore del Centre. Morellet rimane l’alleato più affidabile dei progettisti nelle scelte policrome poi diventate definitive, nonostante i tentativi dell’apparato istituzionale del Centre, in primis Pontus Hulten, che nel 1973 propongono un colore simile a quello della Tour Eiffel. Il modello realizzato per verificarne la fattibilità, all’insaputa dei progettisti, si dimostra poco efficace e non in linea con l’architettura.

La mostra ha dunque il merito di raccontare la storia del cromatismo del Centre, non solo sulle parti strutturali esterne, ma anche attraverso elementi dell’edificio come sedie, mobili, pezzi di tubi, quadri elettrici, dimostrando quanto il colore sia totalizzante nella vita di questo straordinario “monumento” alle arti contemporanee.

Immagine di copertina: mostra “La Bataille des couleurs”, Parigi, 2026 (© Audrey Laurans)

 

“La Bataille des couleurs”
13 febbraio – 17 agosto 2026

Maison Pompidou, rue Rambuteau 50, Paris
www.centrepompidou.fr/fr/programme/agenda/evenement/evqZFlN

Autore

(Visited 169 times, 21 visits today)

About Author

Share
Tag: , , , , , , , , , Last modified: 20 Maggio 2026