Davanti al Padiglione Russia (aperto, ma solo per pochi giorni) va in scena il teatro della politica. Pussy Riot, collettivi femministi e altre delegazioni contestano vivacemente la scelta della Biennale. Una contrapposizione dietro cui ci sono temi decisivi per gli equilibri globali. Il commento di Guido Rampoldi, giornalista e inviato speciale in contesti di guerra
Pussy Riot, Femen (collettivo femminista ucraino) e Death in Venice (contestazione organizzata dal Padiglione lituano) hanno animato la mattina di mercoledì 6 maggio (il primo di pre-apertura della 61° edizione della Esposizione Internale d’Arte della Biennale di Venezia) davanti al Padiglione della Russia. Un quarto d’ora di manifestazione (senza degenerazioni o violenze), quasi un paradossale esercizio di democrazia nel contradditorio clima di questi giorni.
Il padiglione russo ha aperto, in questi giorni di pre-vernice, con il progetto “The tree is rooted in the sky”: al suo interno installazioni floreali e performance musicali. Ma solo fino all’8 maggio. Poi lo spazio non sarà più accessibile e la registrazione delle performance sarà fruibile solo all’esterno in modalità ancora non del tutto chiare. Una soluzione che suona come una sorta di compromesso.
Del resto, come ci ricorda Guido Rampoldi, già inviato speciale di La Repubblica e La Stampa “sanzioni e legalità internazionale non sono sempre in una relazione lineare”. La sua è una lettura che oltrepassa il recinto dell’istituzione veneziana (qui ne ha scritto Carlo Olmo) e ci costringe a riflettere sulla complessità delle relazioni internazionali in un turbolento contesto geopolitico.
Se può consolare gli sbigottiti spettatori della mischia veneziana intorno al Padiglione russo, l’Italia non è l’unico stato di diritto liberale che fatica a decidere come sanzionare i regimi responsabili di gravi violazioni della legalità internazionale. E anzi parrebbe che finora non vi sia stata democrazia capace di trovare la formula magica per risolvere dilemmi che trascinano numerose e aggrovigliate questioni: quale sia lo scopo delle sanzioni, se produrre concretamente un effetto virtuoso oppure ribadire un principio; quale sia il bersaglio, se l’opinione pubblica del regime colpevole oppure l’elettorato dei decisori; quali sanzioni siano tecnicamente coerenti con lo scopo; chi abbia titolo per decidere; se la scelta di sanzionare o non sanzionare debba riflettere la politica estera del governo; se l’esecutivo possa influire sugli orientamenti di istituzioni in teoria preposte.
Quando poi alla difficoltà di dirimere queste matasse si aggiunge l’intenzione dei partiti di affermare la propria linea politica, il risultato finale può essere un fragoroso disastro.
Per addentrarci in questi labirinti può essere utile ripercorrere il comportamento dei governi italiani in seguito all’assassinio di Giulio Regeni. Ricercatore dell’Università di Cambridge di stanza al Cairo, Regeni fu arrestato dalla polizia militare egiziana probabilmente perché scambiato per quel che certamente non era: un agente straniero. Ne fu ritrovato il corpo dopo due settimane: recava evidenti segni di sevizie feroci. Il governo italiano si trovò in una situazione scomoda. In precedenza aveva coperto di lodi il generale Abdel Fattah al Sisi, malgrado fosse noto che il dittatore teneva a bada l’opposizione egiziana con le sale di tortura, le sparizioni, il terrore: appunto il sistema di cui era stato vittima Giulio Regeni. Ma per Roma al Sisi era anche un interlocutore fondamentale tanto nello sfruttamento di giacimenti di gas quanto nella lotta all’emigrazione clandestina verso l’Italia. Come tutelare l’interesse nazionale e allo stesso tempo esprimere una reazione dignitosa a quell’omicidio atroce?
La soluzione adottata fu chiedere amichevolmente ad al Sisi di consegnare alla giustizia italiana gli esecutori materiali, così affermando implicitamente che il dittatore e la sua cerchia erano estranei al delitto e fosse lecito sperare che aiutassero le indagini. Ovviamente questo non accadde, essendo infatti probabile che l’assassinio di un europeo fosse stato avallato dal vertice egiziano per evitare lo scandalo che sarebbe seguito se il prigioniero avesse raccontato le tortura subite. L’unica “sanzione” adottata, il ritiro dell’ambasciatore italiano al Cairo come forma di pressione, fu presto revocata. Però per 5 anni successivi ogni premier in visita al Cairo per discutere di affari uscendo dal colloquio con al Sisi immancabilmente garantì ai giornalisti di aver rinnovato la richiesta di verità e di non disperare che sarebbe stata accolta. Antonio Conte si dichiarò certo di riuscire con un suo metodo: “Guardando al Sisi negli occhi”. Non funzionò.
Questa storia ci ricorda che sanzioni e legalità internazionale non sono sempre in una relazione lineare, come di solito si tenta di far credere. Peraltro nella vicenda del Padiglione Russia perfino quella finzione è venuta meno, tali e tante sono state le contorsioni e i ribaltamenti prodotti non solo dalle tensioni tra i vari protagonisti ma anche dalle incertezze della politica estera. Tralasciando l’irrilevanza delle due estreme – quelli per i quali gli ucraini sono tutti nazisti e quelli che giudicano una resa a Mosca anche un seminario su Fëdor Dostoevskij – i partiti continuano a chiedersi, ufficialmente o nelle segrete stanze, che cosa fare con Vladimir Putin. Si contrastano due fazioni trasversali. Secondo gli uni l’unica prospettiva realistica è attendere che l’esito inconcludente della guerra in Ucraina convinca i generali a deporre il presidente, eventualità allo stato improbabile ma non esclusa.
Secondo altri l’Europa non può attendere passivamente e dovrebbe inventare qualche percorso negoziale per convincere il Cremlino a congelare la guerra. In questo caso un Padiglione Russia seguito da altri segni di rispetto potrebbe aiutare. Sfaterebbe un mito ben radicato nella storia russa, quello di un’Europa intrinsecamente ostile alla spiritualità e alla gloriosa potenza dell’Impero slavo-ortodosso. Ne guadagnerebbe in prospettiva la pace e magari la nostra bilancia dei pagamenti, se potessimo tornare ad importare gas russo invece che americano. Argomento destinato a divenire sempre più popolare se la guerra in Iran provocasse uno choc energetico.
All’idea che una strategia europea dell’attenzione indebolirebbe l’aggressività del nazionalismo russo viene opposta un’obiezione ontologica: ci si dimentica che gli autoritarismi praticano la guerra ibrida, e cioè “sfruttano gli spazi di libertà offerti dalle nostre democrazie, aperte e pluraliste, per destabilizzare, persuadere, manipolare l’opinione pubblica, disorientare l’elettorato e contribuire al caos politico”, come scrive il giurista Corrado Caruso sul Corriere della Sera. Confermano le Pussy Riot, avamposto della dissidenza punk russa: gli artisti che esporranno nel Padiglione Russia sono artisti di regime, dunque non artisti autentici ma strumenti della propaganda di Mosca.
Come si vede la faccenda è complicata. Chi scrive per onestà deve premettere la propria opzione tenacemente filo-ucraina. Ma certo non si può ignorare che la tendenza all’ibridazione funziona nelle due direzioni. La vocazione delle dittature è la guerra ibrida ma la tendenza al meticciato tra sistemi politici è più generale. Oggi i regimi autoritari giudicano conveniente lasciare all’arte spazi di libertà purché non contestino il vertice, come certo era raro avvenisse in passato. Allo stesso tempo i governi delle democrazie sono tentati dal forzare l’autonomia delle istituzioni per imporre le decisioni del potere centrale. Anche questa in parte una novità.
Immagine di copertina: contestazione delle Pussy-Riot davanti al Padiglione della Russia (@ Alessandro Colombo)




















