La ricorrenza è occasione per discutere la grande (e poco valorizzata) eredità dell’architetto torinese, docente e maestro, fotografo, teorico della progettazione, studioso, ricercatore, artista, collezionista, poeta. Ma cosa ne sarà dell’Istituto Alvar Aalto?
“Raramente, io credo, si è avverata una atmosfera tanto emotiva, sincera, autentica, nei suoi elementi, semplici e naturali, – legno grezzo, tela grezza, stuoie a pavimento e luce – e tanto elevatamente spirituale, quale forse poteva venirci solo, fra noi architetti italiani, da Leonardo Mosso, il cui pensiero si è formato nella devozione e nell’esempio di una delle più alte architetture moderne”. Così scriveva Gio Ponti nel 1963 a proposito della pubblicazione su “Casabella” della Cappella della Messa per l’Artista, una costruzione da realizzare in uno spazio confinato non esterno, illuminato con luce artificiale diffusa.
Nello stesso numero il suo progettista, Leonardo Mosso, proseguiva: “ambiente abitabile, primo esempio di architettura programmata […] nel tentativo di fornire ad una comunità ecclesiale strumenti per formare essa stessa il proprio luogo di culto”. Luogo di spiritualità interconfessionale, è matrice delle future ricerche di una vita in continua crescita.
Quando Gio Ponti commentava l’opera, Leonardo aveva già progettato insieme al papà Nicola e con la collaborazione dell’ingegner Livio Norzi la Chiesa del Gesù Redentore (Torino, 1957), con uno studio attento dell’illuminazione naturale che filtra attraverso la struttura della copertura e la Biblioteca Benedetto Croce (Pollone, Biella, 1957), un piccolo gioiello per il professor Gustavo Colonnetti. Nello sviluppo del progetto si realizzò una collaborazione diretta, tra il giovane architetto e il grande scienziato, ed esimio docente di Scienza delle costruzioni, per l’impostazione statica della copertura, che portò a una ridefinizione della struttura complessiva.
Architetto
Collabora con il papà Nicola (formatosi all’Accademia Albertina di Torino e poi iscritto all’Ordine degli Architetti per meriti professionali), e con Alvar Aalto, al quale si presenta, vedendo in lui un architetto moderno unico con attenzioni umanistiche, divenendone collaboratore stabile e interlocutore per i progetti in Italia. Nel lavoro, nello studio, nella ricerca, andava oltre la superficie per arrivare all’essenza, processo acquisito da un padre che molto costruì, realizzando sempre architettura. I suoi progetti presentavano una solida impostazione ed erano espressione del suo impegno culturale e sociale e delle strette e importanti relazioni intessute con il territorio: è stato cofondatore del Museo del Cinema, partecipe alle iniziative di Carla Gobetti Nosenzo, Paolo Gobetti, Franco Antonicelli, Giorgio Agosti e Norberto Bobbio, fondatore, a Pino Torinese, dell’Istituo Alvar Aalto-MAAAD (Museo dell’Architettura, Arti Applicate e Design).
Con Franco Antonicelli progetta il Museo della Resistenza che, con Giorgio Agosti presidente, viene realizzato negli spazi del Museo del Risorgimento in Palazzo Carignano, dove realizza la sua più grande opera di architettura programmata, la Nuvola Rossa: una struttura articolabile di 400 metri quadri appesa nel grande volume della sala del Parlamento subalpino, purtroppo oggi in parte dispersa sebbene i Musei Reali ne conservino un frammento. Nella stessa sala segue anche l’allestimento della mostra “Un’altra Italia nelle bandiere dei lavoratori”, a partire da uno straordinario ritrovamento di Carla Gobetti a Roma.
La sua attività professionale ha approfondito tutti gli aspetti più impegnativi della teoria della progettazione vivendo sempre contigua a sperimentazioni dirette. Il lavoro non era mai concluso fino al suo completamento, non venivano considerati il tempo necessario né le ore della giornata. Il disegno di progetto veniva fatto a matita su carta finlandese leggera; per le variazioni si faceva una nuova tavola; gli aggiornamenti dovevano essere documentati e conservati, rivelando ripensamenti e correzioni mai inutili. Era inarrestabile, disponibile a ricominciare sino a che tutto non tornava.
Docente, maestro, fotografo, studioso
Mosso docente articolava il suo corso in lezioni ed esercitazioni che venivano puntigliosamente preparate, documentate e aggiornate. Ad esempio la lezione su alcune opere architettoniche di architettura moderna (Alvar Aalto, Frank Lloyd Wrigth), a metà anni sessanta, era, secondo i miei appunti, “una esposizione che andava oltre il fatto formale, con l’aiuto di diapositive e la presentazione attenta di disegni e schizzi, ripercorreva a ritroso il progetto sino a ritrovare il processo di formazione del progetto in esame: esponeva l’esperienza progettuale”.
Era un vero maestro in senso maieutico: il suo impegno nelle lezioni era tale che non sopportava mancanza di attenzione, s’interrompeva. Nelle esercitazioni la disponibilità era totale: attentissimo ad avviare il dialogo e a cercare e trovare elementi positivi, per invogliare il proseguimento, anche in chi o non aveva capito o non si era adeguatamente impegnato. La difficoltà era costituita dal motivare le scelte fatte nel comporre elementi materiali, senza un ruolo funzionale o formale.
Da mie note sulle esercitazioni: “operando, studiando, costruendo ed annotando effettuavamo un processo su un piccolo campione, era un valido e insostituibile aiuto formativo di verifica continua tra teorizzazione del processo e la sua operabilità […] la tensione a portare l’esperienza su un piano di astrazione dando, nello stesso tempo, in mano elementi semplici per forma e materiale”. Concludevo: “per la prima volta mi ero trovato di fronte ad una disciplina per la quale non dovevo studiare tradizionalmente, ma dovevo, da solo, individuare scoprire ordinare formare costruire, e quindi, verificare sintetizzare astrarre teorizzare e comunicare quanto fatto. Avevo iniziato a fare della ricerca, a imparare a vedere: me ne accorsi solo più tardi”.
La fotografia era uno strumento di analisi e comunicazione per le architetture che interpretava e commentava. Per presentare gli esiti delle esercitazioni, proiettava settimanalmente gli elaborati degli studenti commentandoli e condividendoli con tutti, con gli assistenti che seguivano i commenti generali per poi proseguire con gli studenti. Una continuità di elaborazione mai altrimenti avvenuta. Le esercitazioni erano autenticamente parte della sua ricerca, in evoluzione: sapeva ascoltare e cogliere ogni piccola annotazione per farne opportunità per il futuro. A fine lavori, professionali e di ricerca, fotografava l’esito finale che riguardava con attenzione, per proseguire.
Nelle ricerche sull’ambiente, sulle coltivazioni, sugli strumenti utilizzati, annotava le denominazioni (delle attrezzature, delle attività), costruiva il linguaggio che permetteva una visione complessiva del contesto come acquisizione di informazioni per procedere nella formulazione di programmi d’intervento nel rispetto della preesistenza: prima del progetto, la ricerca approfondita per comprendere il contesto. Un approccio linguistico per l’indagine professionale.
Teorico della progettazione
I suoi studi sulla teoria della progettazione e del linguaggio sono stati supportati da applicazioni dirette, da cui traeva alimento per proseguire nello scambio continuo tra teoria e prassi. Dalla prima architettura “programmata”, la sua ricerca è proseguita in termini teorici e applicativi (nel 1969 Leonardo Mosso fu scelto a rappresentare l’Italia, con Getulio Alviani e Gianni Colombo, alla Biennale di Norimberga “Konstruktive Kunst”).
Nella condivisione con Max Bill l’arte come struttura potrebbe essere espansa indefinitivamente: i suoi programmi strutturali generativi possono essere applicati all’urbanistica, all’architettura, all’arredo, al teatro, ai balletti, ai gioielli. Le strutture flessibili di Mosso, sistemi semiotici, che di per sé non rappresentano ancora la forma, ne generano trasformazioni e possibilità: sistema di giunti che tendono verso una struttura di possibilità: “strutture in cui deformazioni e tensioni sono causate da forze intrinseche alla struttura”.
Tra 1967 e 1970 si svolgono, per quanto possibile, le ricerche con l’impiego dei primi calcolatori: il modello metodologico può essere utilizzato sia per raffigurare e sostenere un’autogestione della forma ambientale, sia per simulare un’aggregazione automatica di elementi modulari in forme complesse. “Aspetti del lavoro di Leonardo e Laura sui computers, che ancora oggi mantengono inalterato il loro lavoro” dice Roberto Bottazzi, architetto, accademico, ricercatore di base a Londra, nel suo libro “Digital architetture beyond computers”.
Artista, collezionista, poeta
Dalla prima architettura programmata la sua ricerca è proseguita in termini teorici e applicativi: “il punto centrale dell’attività sperimentale è il giunto geometrico, tecnologico. Sistemi semiotici che di per sé non rappresentano ancora la forma ma generano trasformazioni e possibilità”. E, ancora, rilevare deformazioni e tensioni causate da forze intrinseche alla struttura: Mosso esemplifica una foglia autunnale che si ripiega su stessa, per effetto della tensione interna.
Le sue opere, espressione concreta delle ricerche sulla teoria della progettazione, sono state interpretate e documentate come opere d’arte e, come tali, assunte e quindi proposte come istallazioni, in vari contesti italiani e stranieri. Le applicazioni, a supporto degli sviluppi teorici, sono opere.
Dagli studi sull’architettura e sull’arte e dai suoi viaggi raccoglieva documenti e oggetti che con la moglie Laura, compagna di vita e di ricerca, conservano nella loro casa, studio, museo a Pino Torinese.
Nel rivedere l’insieme dei libri della vasta biblioteca, scoprono che le copertine sono progetti di importanti artisti, grafici, persone di cultura derivandone una ricerca espressa in una mostra che, con le copertine, potrà raccontare “L’arte del novecento e il libro” e avrà quattro importanti edizioni.
Il suo impegno civile lo porta a interagire con trasformazioni in atto e a recuperare, in extremis, degli arredi di Palazzo Gualino di Gino Levi Montalcini e Giuseppe Pagano, ormai destinati al macero (ora in comodato alla Reggia di Venaria). La casa atelier, ora in attesa di organizzazione operativa, è un altro progetto straordinario della loro vita, luogo di incontri con studiosi internazionali, nella continuità di studi e ricerche rivolti in particolare ai giovani.
Mosso, nel senso etimologico di costruire qualcosa di nuovo attraverso le parole, compone e inventa, agendo come mediatore tra il linguaggio e la realtà. Lavora sulle parole, sull’alfabeto che disegna, con l’alfabeto e le parole disegna poesie, come rappresentazione sintetica dei suoi progetti, della sua tensione per l’architettura programmata e partecipata che ci riporta alla sua “La cappella per la Messa per l’Artista”.
Le citazioni dell’autore sono tratte da: Eugenio Bettinelli e Laura Castagno Mosso, “Ricerca, struttura e scelta 1961 1967. Storia e critica dell’esperienza didattica del corso di Plastica ornamentale tenuto dal prof. Leonardo Mosso alla facoltà di Architettura di Torino”, Edizioni del Centro Studi di cibernetica ambientale, Torino, 1974

Immagine di copertina: Leonardo Mosso con Alvar Aalto a Moncalieri (foto Gianfranco Cavaglià)
























