Al Pilastro si litiga intorno al Museo delle bambine e dei bambini. Il Comune apre il cantiere, i comitati scendono in piazza: contrasti e scontri, anche fisici. Sullo sfondo processi partecipativi zoppi e idee opposte su futuro della città e sulle politiche urbane di inclusione
BOLOGNA. Bologna ha vissuto in questi anni molti contrasti tra amministrazione e comitati cittadini su alcuni cruciali interventi di trasformazione territoriale. Queste tensioni trovano ora il proprio momento più critico e aspro nella realizzazione del Museo delle bambine e dei bambini nel rione del Pilastro e suggeriscono alcune riflessioni sulle forme del progetto urbano
Cittadini mobilitati in una periferia protagonista
Nel momento in cui l’amministrazione di Bologna sta avviando una seconda variante al proprio piano urbanistico, con l’intento di correggere alcuni meccanismi normativi disfunzionali e, soprattutto, di concentrare l’azione pubblica sui temi più urgenti del governo urbano (il rischio idraulico, le politiche abitative, le pressioni d’uso sul centro storico), si è riacceso il conflitto tra una parte della base cittadina e la municipalità, riguardo al previsto Museo delle bambine e dei bambini (MUBA/ Futura) nel rione del Pilastro.
Si potrebbe pensare che questo sia solo l’ultimo caso di una lunga serie di opposizioni alla realizzazione di opere pubbliche molto criticate, con esiti diversificati. Talvolta hanno prevalso le posizioni delle istituzioni cittadine: la sede per attività e incontri pubblici “Filla” nel parco ottocentesco della Montagnola (a firma dello studio Mario Cucinella Architects, di cui ci siamo occupati l’anno scorso), il progetto PNRR del Mercato Sonato o, soprattutto, la molto contrastata conversione immobiliare della grande area del Lazzaretto.
In altri casi si è verificata una retromarcia dell’amministrazione comunale: il caso molto noto delle Scuole Besta, la paventata trasformazione immobiliare dell’area boscata dei Prati di Caprara e, infine, il ridisegno di una piccola area verde nel cuore del centro storico. In ultimo, casi in cui si è verificato lo spegnersi spontaneo dei grandi cantieri, come avvenuto per l’opera pubblica più impattante di tutte: il raddoppio del passante autostradale, la cui realizzazione è stata di recente bloccata dal Mit (ma non senza che in precedenza venisse sacrificata parte di un’estesa e preziosa zona boscata, per fare posto al campo-base di quel cantiere che non partirà più).
Tali avvenimenti intrecciano i temi delle lotte ambientali, delle nuove e più critiche disuguaglianze urbane, delle rivendicazioni sulla trasparenza e qualità delle decisioni amministrative e sulle effettive utilità collettive delle strutture progettate. Il caso del MUBA contiene tutti questi temi, ma a un grado di conflittualità molto più intenso, poiché la specificità del Pilastro rende la contesa che si è aperta attorno al museo del tutto diversa dagli altri contrasti che si sono finora sollevati in città. Difatti, lungo tutta la propria storia il Pilastro è stato il luogo della città che più di ogni altro è stato caratterizzato al contempo dalla più critica marginalità sociale e dalla più reattiva capacità di mobilitazione da parte dei propri abitanti: circostanze che ne hanno fatto lo specchio amplificato di tutti i temi cruciali che le politiche urbanistiche bolognesi si sono trovate ad affrontare nella loro storia recente.
Il lavoro pluridecennale di democrazia quotidiana, nel quale l’impegno dell’amministrazione municipale ha operato in modo da accompagnare le rivendicazioni degli abitanti del rione e dei soggetti locali auto-organizzati, ha dato stabilità e coesione comunitaria a un luogo da sempre oggetto di stigma e pregiudizi. Al contempo, il Pilastro rimane ancora oggi il contesto con le maggiori disuguaglianze economiche e i più profondi squilibri sociali dell’intera città e, a distanza di tutti questi decenni, ancora attende di spezzare definitivamente il proprio isolamento (trasportistico, civile, funzionale e infine anche simbolico).
Negli ultimi anni, però, i progetti pubblici che hanno visto come obiettivo il Pilastro sembrano avere intrapreso direzioni del tutto estranee a quella fondamentale istanza di ricomposizione territoriale che aveva segnato le politiche urbane sopra descritte: la realizzazione della cosiddetta Disneyland del cibo (il ben noto Fi.Co., che nelle sue diverse reincarnazioni resta un buco nero divoratore per le risorse della progettualità cittadina); l’insensata previsione di realizzare nelle vicinanze del rione uno stadio temporaneo (ipotesi che sembra per ora accantonata); infine, il riemergere periodico (e semiclandestino) di un piano di conversione edilizia per due grandi aree agricole subito a fianco del rione (un intervento molto mal pensato, per il quale è stata chiamata a redigere uno schema insediativo Patrizia Gabellini, progettista del precedente piano urbanistico bolognese e poi anche assessore).
La questione attuale è quindi se la prevista realizzazione del Museo dei bambini e delle bambine si inserisca più in quella lunga strategia di realizzazione della rete di strutture sociali che il Pilastro ha costruito negli anni o se, all’opposto, è più vicina alla logica intrusiva di questa ultima e più recente categoria di interventi urbanistici.
Fratture sociali e opposizioni radicali
Il progetto finale esprime al contempo criticità e potenzialità positive, rispecchiando il suo lungo e accidentato percorso di elaborazione: tre anni di preparazione (segnati dai tavoli di confronto con i soggetti del territorio), che hanno portato all’espletamento di un concorso di progettazione (vinto dallo studio Aut Aut). Dati i tempi estesi di queste fasi preparatorie, si è stati costretti a stralciare il MUBA dai finanziamenti del PNRR e del Piani urbani integrati, per trovare poi una copertura nel bilancio comunale e così aprire i cantieri nell’autunno del 2025.
Più che gli esiti della soluzione architettonica, qui interessa esaminare il contenuto e l’impatto comunitario del progetto. Nelle previsioni dell’amministrazione, difatti, il MUBA dovrebbe assumere il ruolo di una struttura al servizio della comunità del Pilastro (povertà educativa e abbandono scolastico sono qui i più alti che in tutta l’area bolognese); al contempo, il museo sarà in grado di sviluppare iniziative, sperimentazioni e attività culturali capaci di un interesse e un richiamo oltre la scala esclusivamente locale, che spezzino l’isolamento del rione (come sperimentato nelle esperienze della rete dei centri culturali indipendenti della Trans Europe Halles della quale fa anche parte il DOM, il teatro del Pilastro). La riuscita di una tale ambiziosa strategia, però, deve poter tenere assieme una pianificazione urbanistica integrata, capace di affrontare i nodi irrisolti dell’accessibilità, del disegno e della ricomposizione dello spazio pubblico, della cura dei luoghi e delle relazioni di prossimità con le altre funzioni collettive e, infine, dell’ascolto delle domande e delle esigenze che la comunità locale esprime (operazione che non è per nulla scontata se si opera in un luogo dalla grande frammentazione sociale come il Pilastro).
Il MUBA sembra infatti mostrare il proprio debole radicamento proprio nella insufficiente integrazione con lo spazio pubblico del Pilastro e nel mancato approfondimento del dialogo sociale. A conferma di questo, emerge come sia soprattutto la forma di frequentazione e gestione futura che dovrebbe avere il Museo (assieme all’ancora indeterminata individuazione delle attività che vi verranno svolte) l’aspetto irrisolto del percorso partecipativo. Il resto lo ha fatto una affrettata e superficiale presentazione pubblica del progetto finale (senza che si tenesse conto della mappa dei luoghi e delle attività, elaborata dalle associazioni del territorio), con la contestuale apertura del cantiere. Questo ha generato una frattura con molte delle realtà attive localmente, ha contribuito alla nascita di un comitato contrario al cantiere e ha avviato una contestazione del progetto che ha mostrato una radicalità ben più estrema di quelle finora sorte in città.
Il fallimento della partecipazione e del dialogo
In attesa di vedere se il progetto può essere ridiscusso con i soggetti del territorio secondo modalità meno maldestre di quelle finora mostrate dalla Fondazione innovazione urbana (che gestisce per il Comune tutti i processi partecipativi sulle opere pubbliche in città), la vicenda del MUBA può intanto aiutare a trarre alcune considerazioni sulle condizioni di riuscita di alcuni cruciali progetti urbanistici. Opportuno riflettere sul fatto che una formula che concepisce la collocazione di progetti portatori di funzioni nobili come risolutiva per risollevare il destino delle aree critiche della città porta quasi sempre a soluzioni viziate fin dalla nascita, poiché evita di confrontarsi con l’intelligenza dei luoghi e con le molte diversificate prospettive dalle quali questi vanno guardati (lo scrive Elena Granata in “Placemaker”, 2022).
Proceduralizzare i processi partecipativi compromette l’ascolto di realtà sociali frammentate, generando quel divario tra aspettative e risultati che innesca il conflitto sociale (ne parla Alberto Melucci in “L’invenzione del presente”, 1991). Forse, ricorrere a una soluzione simile all’esperienza delle Case di comunità che hanno accompagnato il Progetto periferie a Torino avrebbe consentito di riconoscere queste realtà frammentate dei contesti critici. Infine andrebbero esplicitate fin da subito e messe al centro del dibattito tutte le maggiori criticità o benefici del progetto (connessione trasportistica, fattori ambientali, di utilità sociale e funzionale, occupazionali o di mercato e, infine, di qualità estetica). Trascurare alcuni di questi aspetti fondamentali mette a rischio il dialogo dell’opera pubblica con il resto della città, come qui è avvenuto quando di recente è caduta la previsione di portare la linea del tram fino al Pilastro.
Lo spazio pubblico nel quale collocare un’opera pubblica non è solo riferibile alle funzioni svolte o al disegno fisico dei luoghi (che pure rappresentano una componente fondamentale). Si tratta di incamerare nel progetto una dimensione della vita cittadina il più possibile completa e attenta, ricordandosi che “l’opinione pubblica deve corrispondere alla natura delle cose” (come scritto 20 anni fa dal recentemente scomparso Jürgen Habermas in “Storia e critica dell’opinione pubblica”, 1977).
La conseguenza di una rappresentazione semplificata della base territoriale ha portato al paradosso di dovere affrontare il fallimento del dialogo sociale proprio nella città che più di ogni altra aveva investito nell’istituzionalizzazione dei processi partecipativi.
Immagine di copertina: rendering del progetto Museo dei bambini e delle bambine (MUBA/Futura), Bologna (© Aut Aut Architettura), il cui cantiere ha accesso contrasti e forti dibattiti

























