Il dibattito che si è vivacemente acceso su queste pagine ha il merito dinvitare a riflettere in modo articolato, mettendo a confronto culture urbanistiche diverse. Il mio contributo intende portare il centro dellattenzione dal suolo alle persone. Se il consumo di suolo è prodotto da nuova edificazione (residenziale, terziaria e produttiva) urge ricordare che essa, al netto di alcuni casi rimasti «inabitati», ha comportato lo spostamento di masse ingenti di popolazione che in quei luoghi hanno trovato casa, lavoro, servizi.
Mettendo per un momento in secondo piano la preoccupazione per il depauperamento dei terreni agricoli e del paesaggio ereditato da secoli di storia, che diamo qui ormai per acquisita, credo che ci sia unaltra domanda urgente da porsi: quanto capitale sociale abbiamo consumato
nel modello di sviluppo urbano degli ultimi quarantanni? Che cosa intendiamo oggi quando diciamo che la maggior parte della popolazione vive in città, se i nostri sistemi urbani sono formati da capoluoghi densi, circondati da comuni di cintura a bassa intensità? Che cosa offre ai suoi abitanti questa città? Quanto è cresciuta la disparità sociale, in termini di opportunità di sviluppo della persona, tra chi vive nel centro dei nostri sistemi urbani e chi nelle cinture? Quanto costano alla società nel suo insieme i milioni di ore consumate nel traffico del pendolarismo e sottratte al tempo libero, alla famiglia, alla cultura, allo sport, alla socialità, allozio? Per provare a rispondere mi pare indispensabile alzare lo sguardo dai dati di consumo di suolo. Tra 1951 e 1971 la popolazione italiana è cresciuta di circa 6,6 milioni di abitanti, 5,2 dei quali si sono collocati nei comuni capoluogo; tra 1971 e 2001 la popolazione dei capoluoghi è calata di 2,1 milioni di abitanti, mentre lItalia cresceva di 2,8 milioni. Semplificando un po, possiamo dire che fino al 1971 ha tenuto il modello tradizionale della città italiana: una città compatta, costruita in continuità con lesistente. Un modello certamente non perfetto ma che ha avuto il merito di contenere il consumo di suolo nei confini dei comuni capoluogo e che, se ha prodotto molti quartieri oggi sotto accusa, ha in sé le potenzialità di riscatto, proprio per le sue caratteristiche fortemente urbane. Dal 1971 in poi il modello della città compatta è saltato in favore di una progressiva dispersione della città verso i comuni di prima e seconda cintura.
Che cosa ha causato questo rovesciamento che sembra non avere fine? Certamente le spinte di mercato hanno avuto un grosso peso, ma non è possibile capire un fenomeno così imponente e pervasivo senza guardare ad alcuni fenomeni di massa di quegli anni: aumenta il benessere delle famiglie italiane e con esso le aspettative rispetto alla qualità dellabitare: gli italiani non si accontentano più di vivere stretti in case prive di comfort (prima vogliono il bagno in casa, poi più stanze e il terrazzo, poi lascensore e il garage e infine il giardino) e cercano case migliori a prezzi accessibili là dove si concentra lofferta che, a partire dagli anni settanta, è nei comuni di cintura aumenta il numero delle famiglie e perciò le stesse persone occupano un numero maggiore di appartamenti (non più famiglie numerose per ogni appartamento, ma famiglie sempre più piccole che richiedono più appartamenti e di maggiori dimensioni) mentre il Comune capoluogo, la città, ha già occupato tutti i suoi terreni con la motorizzazione di massa diminuiscono i vincoli localizzativi della residenza legati alla necessità di raggiungere i luoghi di lavoro e studio si è definitivamente radicata nella cultura sociale lidea che possedere una casa sia un obiettivo prioritario, anche a scapito delle relazioni sociali, della comodità dei servizi, ecc.
Nel decennio appena trascorso tutte queste ragioni hanno continuato a lavorare, aggravate da un rapido invecchiamento delledilizia degli anni cinquanta-settanta. Nonostante le apparenze, lo svuotamento di popolazione dei capoluoghi non si è arrestato; a fronte di una crescita del 3,8%, bisogna osservare che tra 2005 e 2010 il saldo migratorio da e per gli altri comuni italiani fa segnare un significativo scompenso (-2,4%) a favore dei comuni di cintura. Ciò significa che la classe media italiana, di età fertile e occupata, continua a trovare casa nei comuni di cintura, in un territorio sempre più vasto e a bassa densità.Le case che gli italiani non vogliono più sono occupate dagli immigrati (nel 2010 sono in media il 9,5% della popolazione nei capoluoghi), disposti o costretti ad accettare condizioni meno agevoli, sia nelle abitazioni del centro storico non riqualificate, sia in quelle degli anni cinquanta-sessanta considerate già obsolete. I capoluoghi tornano così a crescere ma, contemporaneamente, le ragioni del loro spopolamento non sono cessate.
E a proposito delle ragioni che conducono quote ingenti di popolazione, in tutta Italia, ancora oggi a cercare casa nei territori sempre più vasti della «città diffusa», occorre citare qui anche il fallimento, da un punto di vista sociale, di alcune politiche urbanistiche di successo degli ultimi quarantanni. Mi limito qui a citarne tre.
La prima è quella della lunga e fortunata stagione del recupero dei centri storici. Se sono sotto gli occhi di tutti gli effetti positivi prodotti sulledilizia e sugli spazi pubblici
di queste parti di città, è anche ormai evidente il contributo delle stesse politiche al loro progressivo spopolamento. Ai prezzi crescenti di un mercato senza freni, nellespellere quote progressive di popolazione, si sono affiancate le difficoltà date da norme troppo rigide e complesse. Norme che hanno preferito salvaguardare la «tipologia» piuttosto
che consentire la vivibilità di chi voleva, con mezzi modesti, farsi un bagno più comodo, allargare la cucina, aprirsi un abbaino, mettere lascensore, ecc.
La seconda è quella del decentramento. Portare fuori dal centro uffici pubblici e funzioni vitali per la città, in nome di una supposta diminuzione del traffico, non ha fatto che indebolirne il senso e aumentare lidea che il rapporto tra luogo dellabitare e del vivere non dovessero più coincidere.
La terza è quella dei regolamenti edilizi, di una parte del codice civile e di alcune normative di tutela (prima fra tutte la zonizzazione acustica). Un insieme di norme che di fatto costringe a costruire città a bassa densità e frena la rigenerazione della città consolidata per un complesso meccanismo di veti incrociati che rendono difficile mescolare residenze e attività produttive, anche se non sempre la produzione si fa con presse e fumi nocivi, di riutilizzare volumi esistenti per nuove funzioni, ecc.
Mi sembra dunque, che se davvero vogliamo avviare la lotta al consumo di suolo, dobbiamo prima di tutto riprendere in mano i fili di alcune questioni dirimenti e che ruotano intorno a tre temi: quale idea abbiamo della città e del suo ruolo nello sviluppo del paese; quale rapporto pensiamo sia giusto promuovere tra la città e i suoi abitanti; quali opportunità di sviluppo relazionale e culturale vogliamo offrire alle generazioni future.
Come ricordava Matteo Robiglio nel suo articolo di febbraio, la crisi che stiamo attraversando potrebbe portare rapidamente alla luce alcune contraddizioni dello sviluppo urbano recente e frenare il consumo di suolo.
Con un po di coraggio e facendo chiarezza sullobiettivo di rigenerare il tessuto urbano esistente per avere città dense, articolate, complesse e dunque vivibili, si potrebbe cogliere loccasione per compiere un salto culturale smettendo di ragionare solo sulla forma della città, per tornare a parlare di contenuto.
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