Lo sconcerto è forse il sentimento che più accompagna linizio del 2012. Uno sconcerto che nasce, appare quasi provocatorio dirlo, da un curioso abuso… linguistico: crisi. Krisis è un termine (ma forse sarebbe più giusto dire una narrazione) che ha scandito e accompagnato tutto il xx secolo. Crisi delle scienze, forse e in primo luogo; crisi della società occidentale (come non ricordare la fortuna di libri come Il tramonto dellOccidente di Oswald Spengler o La crisi della civiltà di Johan Huizinga); crisi dei sistemi industriali e della loro capacità di produrre oltre ogni necessità; crisi dei valori esistenziali (con la rinnovata distanza tra Mots et choses, per riprendere un fortunato saggio di Jean-Paul Sartre); crisi dellecosistema, denunziata già nel 1972 dal famoso Rapporto Meadows sui limiti dello sviluppo del Club di Roma. En attendant Godot rimane la descrizione forse più preziosa di questo lungo itinerario nella crisi della cultura occidentale.
Perché allora oggi la crisi spaventa tanto? Perché unintellighenzia, che ha fatto della crisi il paradigma per narrare la modernità, oggi si trova disarmata di fronte al riproporsi proprio della crisi come problema quotidiano. Forse basterebbe rileggere le avventure dellavvocato Jean-Baptiste Clamence nella Chute di Albert Camus per rintracciare i fili dellodierno sconcerto. Il cassetto degli attrezzi di economisti, sociologi, filosofi e politici appare desolatamente vuoto, quasi tutti si fossero fatti sorprendere disarmati di fronte al fenomeno più raccontato del xx secolo. La crisi è certo delle economie, dei mercati (termine peraltro sempre più ambiguo), della rappresentanza e quindi della politica, ma forse la crisi più profonda rimane quella della narrazione.
Ogni storia si situa dentro un mondo possibile. Riuscire a restituire il mondo possibile, in cui magari leggi della società e della natura vengono violate, è il primo passo perché la persona possa ragionare in base a un principio di coerenza con le leggi di quel mondo e non con quelle che… regolano il mondo della crisi. Un esempio può aiutare a comprendere quanto poco astratta sia questa riflessione.
Il mondo possibile del dissesto, non solo idrogeologico ma del territorio stesso, oggi si porta dietro due narrazioni: quella catastrofista, molto vicina allimmagine del declino spengleriano, e quella tecnocratica, figlia dellhomo faber. Sono la decrescita di Serge Latouche e lottimismo tecnologico di Max Frisch a raccontare meglio quei mondi possibili. Tutte e due le narrazioni «nascondono» teorie sociali e hanno progenitori illustri: il terremoto di Lisbona del 1755 e il Candide di Voltaire, La ricchezza delle nazioni e le riflessioni sul mercato di Adam Smith. Quanto siano datate quelle teorie, lo restituiscono lincapacità delle attuali narrazioni a rappresentarci un mondo possibile, diverso dallemergenza e dalla disperata rincorsa della catastrofe e a farci uscire da una melanconia molto vicina a quella descritta da Freud.
Solo una diversa narrazione che restituisca al termine «riassetto» non solo la teoria dellequilibrio che ha retto, anchessa, tanta parte della riflessione economica liberista del xx secolo, ma il significato di nuovo ordine tra fenomeni sociali (il consumo del territorio e unurbanizzazione che ritrovi la qualità della densificazione urbana come ben racconta in questo numero la proposta di Arturo Lanzani), può restituire un mondo possibile fatto di obiettivi e speranze, ma anche di scarti profondi. Per costruire questa narrazione è necessario però restituire sia al progetto il suo status di processo sociale, sia al bene comune il ruolo di valore primario di una società; ma è anche necessario mutare i tanti neocoporativismi generati da saperi scientifici, oligarchie professionali e mercati protetti, rispecchiando sul territorio una società di egoismi e privilegi, di approssimazioni e specialismi sempre più autoreferenziali. E il piccolo mondo di quella che bisognerebbe smettere di raccontare come gestione del territorio, è solo un minimo frammento di quanto sarebbe necessario rimettere in discussione per avviare la costruzione di una narrazione, insieme necessariamente autobiografica e collettiva, di un mondo possibile non… melanconico.
Un mondo possibile in cui la crisi non implichi la Chute di Clamence e del racconto di Camus, ma almeno il legame con il riscatto che fa intravedere il secondo movimento, la Kuriose Geschichte dei Kinderszenen di Robert Schumann.
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